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lunedì 29 febbraio 2016

MEN, WOMEN AND CHILDREN



Men, women and children è un film del 2014, scritto e diretto da Jason Reitman, che tratta di una serie di vicende di adulti ed adolescenti che interagiscono tra loro e che subiscono in modo negativo le conseguenze della modernizzazione tecnologica.
Don e Helen sono una coppia sposata, che mettono in luce la tematica del tradimento, lei si iscrive ad un sito di incontri,e qui inizierà a tradire il marito, lui già da tempo dedito al mondo della pornografia, consumerà i suoi tradimenti tramite un servizio di prostitute on line. Viene fuori l’immagine di una coppia ormai annoiata e con una vita sessuale assente, che con l’ausilio delle nuove tecnologie riuscirà con molto semplicità a trovare partner con cui poter tradire.
Il loro figlio adolescente Chris, già da anni immerso nel mondo della pornografia, al limite della dipendenza da esso, si troverà ad avere difficoltà sessuali nelle sue prime esperienze con l’altro sesso. Anche qui un eccessivo uso della pornografia, e forse anche un po’ troppo precoce, reso possibile grazie sicuramente alla facilità con cui nell’era di internet, tutto e accessibile a tutti con estrema semplicità, e anche grazie alla noncuranza dei genitori, forse troppo presi dalle loro personali vicende.
La coppia madre-figlia costituita da Donna e la figlia Hannah, quest’ultima con il sogno di diventare un’attrice famosa. Donna apre un sito dove posta gli scatti della figlia, che lei costantemente fotografa e appoggia nel suo sogno di diventare famosa. Ma questo blog  si rivelerà in seguito causa di problemi  proprio per la stessa carriera della figlia. Il risvolto della medaglia dato dalla compulsione di postare tutto ciò che riguarda la propria vita privata, e la completa assenza di un controllo da parte della madre, ma al contrario è proprio lei a spingere la figlia verso questa direzione, forse per riuscire a realizzare il suo sogno, che era lo stesso della figlia, ma che con il tempo è andato in fumo.
Rapporto madre figlia agli antipodi è invece quello tra Brandy e Patricia, quest’ultima madre iperprotettiva, con il terrore ne confronti del mondo del web e di tutto ciò a lui connesso, che controlla la figlia in modo ossessivo. Di conseguenza Brandy, di nascosto dalla madre, ha un suo blog, dove si sente se stessa e libera di postare foto e stati personali.
L’adolescente Allison porta nella pellicola la tematica dell’anoressia e delle varie chat da lei consultate, dove si possono scambiare informazioni sulle tecniche da utilizzare per non mangiare e dove si supportano le persone con i disturbi alimentari.
Tim invece si ritrova ad affrontare l’abbandono da parte della madre, abbandona il football, e si rifugia in un gioco di ruolo virtuale. Successivamente incontrerà anche un terapeuta e gli verranno prescritti degli antidepressivi, a causa delle problematiche che manifesterà.
Nel film dunque le tematiche trattate sono tutte molto attuali e sicuramente portano alla luce problematiche che nell’era digitale diventano sempre più grandi e a volte forse anche pericolosi. Il filo conduttore di tutte le storie è rappresentato da un uso estremo dei mezzi che grazie a internet abbiamo sempre più a disposizione, e che oltre ad avere evidenti conseguenze negative per la propria persona, non fanno altro che allontanarci dalla vita vera.

Dott.ssa Spallino Stefania Laureata in Psicologia clinica e della salute e Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus


giovedì 3 dicembre 2015

“Uffa ho delle coscie enormi”: il fenomeno del Fat Talk tra amiche.

Il Fat talk è un fenomeno caratterizzato da una serie di conversazioni tra amiche che riguardano discorsi aventi come fulcro l’aspetto fisico.
Il Fat Talk non è altro che un fenomeno che prevede affermazioni denigratorie tendenti a promuovere l’ideale di magrezza ed è altamente pericoloso sia per chi pronuncia tali affermazioni sia per chi partecipa attivamente a tali conversazioni.


Uno studio sperimentale ha indagato il fenomeno del Fat Talk nelle relazioni amicali, ponendosi come obiettivo quello di indagare se tale fenomeno contribuisse a promuovere l’insorgenza di alcuni correlati dei disturbi dell’alimentazione quali: l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza, l’insoddisfazione corporea, il malumore e l’intenzione di mettersi a dieta.
Sono state indagate 43 coppie di amiche di età compresa tra i 17 e i 25 anni. Tali coppie sono state invitate a presentarsi nei laboratori della University of Queensland per partecipare a uno studio a loro presentato con il nome "Chattare con le amiche”. Le amiche venivano collocate in due stanze differenti e veniva messo a loro disposizione un computer.
Al computer era predisposta la finestra di una chat attraverso la quale avrebbero potuto chattare con l’amica per commentare 20 foto raffiguranti delle celebrità, presentate una alla volta.
Inoltre veniva detto loro che il computer avrebbe assegnato casualmente a ciascuna di loro il ruolo di promotrice della discussione o di replicatrice del messaggio. In realtà entrambe le partecipanti erano disposte a rispondere a commenti già predisposti dallo sperimentatore, credendo così che questi erano provenienti dall’amica.
I commenti portavano alla creazione di tre tipi di conversazioni:
1)   condizione neutrale, commenti che non riguardavano l’aspetto ficiso ad es.:”che attrice straordinaria!”;
2)  condizione di Fat Talk, commenti che esplicitamente valutavano lo stato di magrezza o l’insoddisfazione corporea ad es.:“ sta proprio bene da quando ha perso un’po’ di chili” o “ dovrei stare più attenta a quello che mangio”;
3)  condizione positiva, commenti di accettazione e soddisfazione per il proprio aspetto fisico :”che bella quella gonna, mi starebbe benissimo!”.
Conclusasi questa fase, ogni partecipante compilava dei questionari che andavano a misurare vari aspetti quali:malumore, interiorizzazione dell’ideale di magrezza ed intenzione di mettersi a dieta ed un questionario volto ad indagare le “norme” esistenti all’interno del gruppo amicale riguardo al Fat Talk con domande del tipo:“Quanto spesso le ragazze nel tuo gruppo parlano di suggerimenti per diete/perdita di peso?” “In che modo le tue amiche sono insoddisfatte del proprio peso/forma corporea?”
Dai risultati di questo studio è emerso che i correlati dei disturbi alimentari indagati attraverso i questionari, erano presenti in maniera significativamente maggiore tra coloro che erano solite utilizzare i commenti di tipo Fat Talk. Un aspetto interessante è che le donne che non rispondevano ai commenti Fat Talk delle amiche non manifestavano effetti negativi sul proprio benessere, al contrario di coloro che vi  partecipavano attivamente, le quali riportavano un’aderenza maggiore a caratteristiche tipiche dei disturbi alimentari.
Le donne che non aderivano a tali discussioni però dovevano pagare dei costi in termini “sociali”, in quanto le donne che si conformavano maggiormente all’ideale espresso dal gruppo, venivano valutate più positivamente rispetto a chi se ne discostava.
Il Fat Talk fa sì che all’interno del gruppo amicale si crei un clima in cui l’insoddisfazione ed il malcontento verso il proprio corpo vengono perpetuati, svolgendo un ruolo causale nella promozione di atteggiamenti che favoriscono l’insorgere di disturbi alimentari. Modificare una tale modalità di comunicazione apporterebbe dei benefici non solo in termini personali ma anche all’intero gruppo amicale, anche se ciò potrebbe avere l’effetto paradossale di ridurre la qualità percepita delle relazioni amicali stesse.


Fonte:http://www.mentecomportamento.it/amiche-attenzione-al-fat-talk/





mercoledì 25 novembre 2015

L'ABUSO INFANTILE




Il termine abuso all'infanzia deriva dall'inglese "child abuse" e, comprende tutti i casi di violenza e maltrattamento che possono verificarsi sia in famiglia che fuori dalla famiglia, causando seri danni al minore.
In base alla definizione del Consiglio d'Europa (1978), possiamo considerare gli abusi sul minore gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino e attentano alla sua incolumità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale.
Kempe (1978) descrive il bambino maltrattato come un bambino sottoposto a ripetute violenze di varia natura e gravità, da parte di adulti legati alla vittima da naturali rapporti di fiducia e responsabilità.
Similmente per F. Montecchi (1998) si può parlare di abuso fisico o maltrattamento fisico quando "i genitori o le persone legalmente responsabili del bambino eseguono o permettono che si eseguano lesioni fisiche o mettono i bambini in condizioni di rischiarle".
Forniamo di seguito una classificazione degli abusi all'infanzia che comprende: il maltrattamento, la patologia della fornitura di cure e l'abuso sessuale, e che a loro volta si suddividono in altre sottocategorie.


·  Il maltrattamento si suddivide in:

  • maltrattamento fisico: questo tipo di violenza è facilmente individuabile dall'operatore, dato che vi sono sul corpo delle tracce visibili e concrete (ad esempio: lividi, ustioni, traumi cranici, traumi addominali, traumi scheletrici);
  • maltrattamento psicologico: arduo da identificare e da segnalare poichè non lascia segni sul corpo, ma incide in modo devastante a livello dello sviluppo fisico, emozionale, relazionale e psicologico del minore; il maltrattamento psicologico rappresenta allora una parte consistente di quel fenomeno sommerso che lascia nell'ombra la reale consistenza dell'abuso in famiglia.

·  Il problema della fornitura di cure, si suddivide in:

  • Incuria: si verifica in quei casi in cui i genitori, insensibili ai bisogni del proprio figlio, non se ne prendono cura sufficientemente, esponendolo a pericoli, malattie e negligenze di vario genere, condizionando negativamente il suo sviluppo; il bambino, nei casi di incuria, potrà ad es. essere soggetto a malattie croniche senza che venga sottoposto a cure mediche o presenta disturbi della vista, dell'udito, dei denti, senza che vengano presi adeguati provvedimenti da parte dei genitori.
  • Discuria: si manifesta quando dei genitori, pur provvedendo alle cure del proprio figlio, lo fanno in modo inadeguato, non rispettando le esigenze evolutive del bambino e fornendo cure che non corrispondono, per tempi, modi e qualità, a quelle che la particolare fase di crescita che il bambino attraversa.
  • Ipercura: consiste nel prestare cure eccessive al bambino sia nei modi che nella quantità; comprende: l’ Abuso chimico o iatrogeno - tendenza del genitore a somministrare sostanze chimiche o farmacologiche o di altro tipo, al figlio, in misura abnorme e sconsiderata nella convinzione errata e delirante che ne abbia bisogno, ad es. sonniferi, lassativi, neurolettici, diuretici o altri tipi di farmaci o di sostanze innocue quali acqua e sale, che per la quantità con cui vengono assunti dal bambino diventano nocivi o provocano avvelenamento;  la Sindrome di Munchausen per procura in cui il genitore, quasi sempre la madre, attribuisce una inesistente malattia fisica al figlio, e per questo lo sottopone a numerose visite e cure mediche giustificandole sulla base di sintomi e dati anamnestici e clinici da lei stessa inventati o provocati, la giovane età di questi bambini spesso impedisce di verificare verbalmente la malattia; la Medical shopping per procura, una sorta di versione di minor entità della sindrome precedente, il bambino viene sottoposto a continue e sistematiche visite mediche, ad analisi cliniche e controlli specialistici in assenza di un reale disturbo fisico ed è facile riscontrare in questi casi tratti ipocondriaci nel genitore che vive tutte le ingiustificate ansie e paure circa il proprio stato di salute attraverso il corpo "medicalizzato" del bambino.

·Con abuso sessuale si intende:                                                                                
"il coinvolgimento di bambini in pratiche sessuali che essi non possono interamente comprendere e verso le quali sono incapaci di dare un informato e cosciente consenso o che violano tabù sociali circa i ruoli familiari".


Questo significa che sia i bambini che gli adolescenti, intesi come soggetti immaturi e dipendenti, sono abusati sessualmente quando vengono coinvolti da adulti in attività sessuali.La violenza sessuale può essere vissuta sia tra le mura domestiche e praticata dai familiari stessi, da familiari acquisiti, da persone che vivono in casa del bambino, da parenti prossimi e/o lontani (si parla di violenza intrafamiliare) sia fuori di casa, dove gli abusi vengono compiuti da persone esterne alla famiglia (e si parla di violenza extrafamiliare), con pratiche come lo stupro, la pedofilia e lo sfruttamento sessuale dei minori (pornografia, prostituzione infantile). La violenza intrafamiliare è in assoluto la più frequente e diffusa, provoca nel bambino un vero e proprio inquinamento della mente e dei pensieri, fino a comprometterne, nei casi più gravi (quelli a inizio precoce e a evoluzione cronicizzata) la salute mentale (Cottle, 1992). Ciò avviene perché è sempre associato alla violenza psicologica e nella quasi totalità dei casi evolve come degenerazione di modelli comportamentali affettivi, che giungono progressivamente a configurare situazioni di seduzione e passano dalle molestie a veri e propri gesti di violenza sessuale, nei quali il bambino resta imprigionato per la fiducia che egli attribuisce all’adulto al quale è affettivamente legato, per la soggezione che egli incute, per la consegna del segreto che accompagna queste condotte perverse.



Fonte: http://www.psicologiailfilo.it/articolo19.htm

lunedì 2 novembre 2015

ADOLESCENTI, DALLA MUSICOTERAPIA UN AIUTO CONTRO IL CANCRO. INCORAGGIA AD AFFRONTARE LA MALATTIA E MIGLIORA I RAPPORTI CON FAMILIARI E AMICI


Esplorare ed esprimere pensieri ed emozioni aiuta gli adolescenti e i giovani che lottano contro il cancro ad affrontare meglio la malattia. Un valido aiuto in questo senso arriva dalla musicoterapia: uno studio pubblicato da Joan Haase, esperta dell'Università dell'Indiana, sulla rivista Cancer ha infatti dimostrato come i fattori protettivi associati alla musica “influenzano il modo in cui gli adolescenti e i giovani affrontano la malattia, acquisiscono speranze e trovano un significato nel mezzo del loro viaggio nel cancro”.

La ricercatrice è giunta a questa conclusione dopo aver seguito l'esperienza di 113 pazienti di età compresa tra gli 11 e i 24 anni che sono stati coinvolti in un programma di musicoterapia della durata di 3 settimane. Il percorso ha previsto di scrivere il testo di una canzone e di produrre un video musicale sotto la guida di un musicoterapeuta e coinvolgendo nel progetto i familiari e gli amici dei pazienti. A 3 mesi circa di distanza dalla partecipazione al progetto i ragazzi hanno dichiarato di percepire miglioramenti sia nella comunicazione con i familiari, sia nei rapporti con gli amici. Più in generale, la musicoterapia ha consentito a giovani e adolescenti di sviluppare una maggiore resilienza nei confronti della malattia, vale a dire di affrontarla in modo migliore, uscendo addirittura rafforzati dall'esperienza.



Sheri Robb, musicoterapeuta coinvolta nello studio, ha spiegato che per i giovani “quando tutto il resto è incerto le canzoni che sono loro familiari assumono un significato particolare e consentono di sentirsi in connessione”. Fra gli elementi che entrano in gioco sono inclusi la spiritualità, un ambiente familiare positivo e il supporto degli amici e del personale sanitario. “Questi fattori protettivi influenzano il modo in cui gli adolescenti e i giovani affrontano la malattia, acquisiscono speranze e trovano un significato nel mezzo del loro viaggio nel cancro – ha spiegato Haase – I giovani e gli adolescenti che sono resilienti hanno la capacità di andare oltre la loro malattia, ottenere un senso di padronanza e di sicurezza nel modo in cui hanno affrontato il loro cancro e dimostrano un desiderio di aiutare gli altri”.

FONTE:http://salute24.ilsole24ore.com/articles/16348-adolescenti-dalla-musicoterapia-un-aiuto-contro-il-cancro

giovedì 3 settembre 2015

ORIENTAMENTO: SCEGLIERE LA SCUOLA E IL LAVORO CHE FA PER NOI


L’Orientamento Scolastico e l’Orientamento Professionale
La parola Orientamento - in questo contesto - si riferisce all’Orientamento scolastico e professionale. Non significa soltanto scegliere quale scuola, università o lavoro vogliamo fare, ma ha a che fare con la determinazione e la consapevolezza delle scelte nella nostra vita.
Affrontare un cambiamento. 
Alcune volte può essere particolarmente stressante prendere decisioni, perché non è sempre facile capire cosa desideriamo veramente. A volte non ci sentiamo pronti e sicuri per prendere delle decisioni sul nostro futuro. L’orientamento è utile ogni volta che una persona si trova a dover prendere una decisione, ad affrontare un cambiamento. Che sia dopo le scuole medie e superiori o nella scelta del lavoro, può aiutare a prendere una decisione non sempre facile. L'orientamento riguarda, quindi, sia i ragazzi che devono scegliere o vogliono cambiare scuola, sia le persone adulte che molto spesso, oggi soprattutto, si trovano a dover cambiare lavoro e a essere "flessibili".
L'Orientamento Professionale. 
Prendiamo il caso di Arrigo, 60 anni. Dopo avere lavorato per 30 anni nella stessa azienda come magazziniere, si ritrova senza lavoro. Si propone ad altre ditte della zona, ma non ci sono posti. Da principio si scoraggia: «Ma chi mi assume più alla mia età! Che lavoro vado a fare? Non posso mica prendere su e trasferirmi! I ragazzi vanno a scuola...». Preoccupato per il futuro della sua famiglia, decide di consultare uno Psicologo dell’Orientamento. Insieme a lui Arrigo ripercorre con la mente gli ultimi anni della sua vita e viene fuori che, per passione, da tempo si dedica al restauro di mobili antichi, per sé e per alcuni amici. Durante i colloqui ritrova la sicurezza, capisce che il restauro è la sua vera grande passione e piano piano trova la motivazione per "provarci". Dopo aver analizzato insieme allo Psicologo dell'orientamento le reali possibilità sul mercato, Arrigo si informa: l’ultima bottega di restauro del paese ha chiuso 3 anni fa, quella più vicina è a 45 km. La moglie, vedendolo così determinato, lo appoggia e decidono di aprire un negozio. Arrigo ha capito che la sua non è solo una passione da hobbista e il successo che ha avuto in seguito il suo negozio gli ha dato ragione.


Lo Psicologo dell'Orientamento: Scuola e Lavoro
Lo Psicologo dell'orientamento non si limita a fornire consigli, ma mette la persona nelle condizioni di poter scegliere in modo autonomo, partendo dalla comprensione di se stessa, dei propri talenti, dei propri interessi e valori. È un percorso che consiste nell’accompagnarla a capire cosa vuole fare veramente, quali competenze e capacità ha per raggiungere i propri obiettivi. Poi mette in relazione tutto questo con le reali possibilità presenti in quel momento. Bisogna infatti analizzare anche il contesto in cui si è immersi per capire se quello che desideriamo è "fattibile" e se le nostre scelte si potranno rivelare fruttuose.
Quello che ci propone lo Psicologo dell'orientamento è una crescita personale, un percorso per diventare più forti e maturi, per imparare a:
  • conoscersi, capirsi e decidere per se stessi;
  • capire che cosa possiamo migliorare per raggiungere i nostri   obiettivi;
  • analizzare bene il contesto, ostacoli e possibilità, prima di fare una scelta scolastica o lavorativa;
  • mettere in relazione le nostre esigenze e i nostri sogni con le reali possibilità (adattamento);
  • scegliere in modo consapevole assumendosene la piena responsabilità;
  • affrontare il cambiamento, l’incertezza e lo stress che ne potrebbero derivare;
  • sapere costruire progetti per il futuro e superare gli ostacoli che potrebbero frapporsi fra sé e i propri obiettivi.
In questo processo la persona di solito diventa più forte e più matura.
La consapevolezza di quello che siamo e vogliamo fare, unita alla conoscenza delle reali possibilità del contesto sociale, economico, lavorativo in cui viviamo, favoriscono scelte consapevoli e ragionate, ma soprattutto efficaci per realizzare i nostri progetti di vita.

http://www.psicocitta.it/crescita-personale/orientamento-scolastico-professionale.php

martedì 24 marzo 2015

“NON MANGIO PER POTER BERE ALCOLICI”: LA DRUNKORESSIA

Si chiama drunkoressia, ed è una “moda” che, partendo dall’America, si è diffusa anche in Europa e in Italia. Coinvolge soprattutto adolescenti e giovani maggiorenni.
La drunkoressia è una vera e propria patologia del comportamento alimentare, che consiste nell’assoluto digiuno quotidiano, al quale si affianca la costante e smodata assunzione di alcolici alla sera.
La motivazione che spinge le adolescenti ad assumere tale comportamento risiede nell’obbligo che esse percepiscono, soprattutto dai mass media, di indossare una taglia 38, pur bevendo cocktails. Risapute, infatti, sono le elevate calorie presenti nei drink alcolici, così come sono ben conosciute le sensazioni di disinibizione che essi permettono di raggiungere.
Al fine di ottenere entrambi questi risultati, ovvero una linea impeccabile (a loro dire) e il divertimento tramite le sbronze, adottano tale tipo di abitudine, che in alcun modo deve essere sottovalutata.
In aggiunta è necessario sottolineare che lo “sballo” arriva molto più facilmente dal momento che le ragazze, e in una minor quantità anche i ragazzi, non hanno assunto cibo di alcun tipo nel corso di tutta la giornata, se non addirittura nel corso dell’intero week-end.
Ma cosa spinge, soprattutto le ragazzine, ad adottare tale assurdo comportamento alimentare? Innanzitutto le copertine dei magazine, la moda, la televisione, il cinema, che costantemente trasmettono immagini e soprattutto messaggi (la cui correttezza lascia perplessi) in merito alla forma perfetta, alle misure perfette, alla taglia che bisogna indossare e soprattutto a quella che non bisogna indossare. Messaggi questi che, ascoltati da ragazzine in fase di sviluppo, e che attraversano un periodo molto delicato della loro vita, trovano terreno fertile, e che facilmente vengono captati e trasformati in abitudini quotidiane.
In aggiunta, sempre più spesso i mass media trasmettono pubblicità ed immagini in cui l’alcol favorisce le relazioni sociali, soglie il ghiaccio e la timidezza e facilita conoscenze che, da lucidi, sarebbe difficile instaurare. Ciò permette anche agli adolescenti più introversi di fare nuove conoscenze ed esperienze, senza essere vincolati dal loro carattere.
Questo spiega anche perché la drunkoressia colpisce prevalentemente il genere femminile che quello maschile: sono pochi i ragazzi che si lasciano influenzare dalle pubblicità, e che di conseguenza ricercano una forma fisica asciutta e longilinea. In poche parole i maschi non sentono il bisogno di dover equilibrare le calorie tra cibo e
alcol.

Inoltre, pare che proprio le modelle abbiano dato inizio a questa “moda”. Non troppi anni fa, si accorsero che l’alcol le faceva sentire sazie, e che di conseguenza se bevevano potevano evitare di mangiare e dunque non ingrassare. Ciò dà origine ad un circolo vizioso, per cui non si mangia per poter bere, e si beve per evitare di mangiare.
L’insieme di tutti questi fattori ha causato, sempre più oggigiorno, la diffusione di tale patologia alimentare. A tal proposito gli studiosi e gli esperti hanno coniato il termine di drunkoressia, determinato dall’unione di “drunk” che in inglese significa ubriaco, e anoressia.
La drunkoressia, è infatti una variante dell’anoressia che tutti, ai giorni nostri, conoscono.
Questa semplice definizione permette di far comprendere quella che è la pericolosità di tale allarmante abitudine.
Le ragazzine infatti, vanno incontro ai danni causati sia dall’anoressia, che dalle dosi massicce di alcol assunte. Saranno dunque affette da amenorrea (mancanza del ciclo mestruale), osteoporosi, danni al cuore, al sangue, all’esofago, ai reni, al fegato, e nei casi più gravi, riporteranno anche cirrosi epatica. Un quadro clinico molto pesante, che può addirittura, in alcuni casi, portare alla morte.
Sarà per questo necessario fare molta attenzione ai primi campanelli di allarme che permetteranno di evitare che la situazione si complichi ulteriormente. I primi sintomi saranno: sbalzi d’umore, aggressività, rifiuto del cibo, drastica ed immotivata diminuzione di peso, ed ovviamente un consumo eccessivo di alcol. Ma anche l’ossessione per l’aspetto fisico.
Le cure che sono disponibili per tale patologia sono quelle che sono predisposte per la cura dell’anoressia, e dunque psicoterapia familiare, psicoterapia individuale e/o di gruppo, rinutrizione e nei casi più complessi anche la somministrazione di farmaci.
La psicoterapia familiare, in particolare, svolge un ruolo molto importante per la cura di tale patologia: comprendere le dinamiche che si realizzano all’interno del nucleo familiare permette di capire come l’adolescente sia arrivata ad eliminare completamente il cibo dalla propria quotidianità e a sostituirlo con l’alcol, senza che i genitori potessero accorgersi di tale malata abitudine.
Naturalmente per raggiungere un buon risultato, la psicoterapia deve anche essere affiancata da una vera e propria disintossicazione da alcol.

Dott.ssa Monaco Iolanda
Laureata in Psicologia presso l'Università G. D'Annunzio di Chieti e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus