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venerdì 11 marzo 2016

ESISTERE TRA CONSAPEVOLEZZA E RESPONSABILITÀ


Le sensazioni fisiche al pari dei sentimenti si susseguono, ma ce ne accorgiamo? Quando e come succede?
Per i più questo processo non accade sempre e, quando accade, la singola sensazione diviene il tutto dell'Individuo: "io sono il mal di denti". Con un po' d'esperienza è possibile distanziare la nostra coscienza dai contenuti in cui si identifica.
Con l'allenamento all'ascolto del proprio corpo e di sé, si può constatare che i pensieri e le emozioni possono andare, venire e rimanere sullo sfondo rendendoci appieno consapevoli di questo stato mentale ed emotivo.
La dimensione della consapevolezza fa da spartiacque nella libera gestione della propria libertà interiore, che consente di affrontare in un modo o nell'altro le situazioni che troviamo di fronte e che vengono imposte. La spinta trasmutativa dell'individuo attacca certezze e relazioni, beni e progettti, dando avvio a una nuova e diversa evoluzione esistenziale.
Ad esempio, quando emozioni come depressione, risentimento, invidia, paura, ansia si fanno strada, abbiamo più possibilità: ignorarle, esprimerle o dare loro piena attenzione.
Dato che gli spostamenti di attenzione avvengono in modo meccanico e automatico, producendo nella mente dispersione e affollamento di pensieri, orientarli e non lasciarsi influenzare rende possibile dare loro una "guida" entro cui scorrere. Fermare la nostra attenzione consente di decidere dove e se orientare la nostra volontà.
La frenesia, il voler fare più cose insieme, allontana la consapevolezza di ciò che sta accadendo all'interno di noi e "intorno" a noi. L'accellerato ritmo della vita moderna rischia di diventare occasione per non ascoltare se stessi, inseguendo all'infinito qualcosa che possa dare soddisfazione.
In effetti, nelle tradizioni millenarie, il silenzio è stato identificato come strumento opposto al fare, allentando il lavorio della mente.
I pensieri possono venire ma devono anche scivolare. Il silenzio non è vuoto, ma presenza, come il silenzio della natura.
Se sviluppiamo pensieri, atteggiamenti, azioni che riguardono una determinata realtà, ma in modo ordinato, quasi sequenziale, creiamo le premesse per un agire più ordinato e per produrre risposte meno ansiose dove il rischio di non farcela si riduce.
Ad esempio, in situazioni in cui emozioni come depressione, risentimento, paura si fanno strada, abbiamo le possibilità di ignorarle, esprimerle, dare loro piena attenzione. Queste alternative sono espressione della "libera scelta" della persona, della sua individualità e della sua capacità di assumersi delle responsabilità, anche rispetto a stati d'animo o situazioni, non sempre gradevoli.
Di fronte ad un evento spiacevole, specie se doloroso, possiamo decidere se cercare di comprendere ciò che ci sta capitando e che cosa imparare dallo stesso, piuttosto che negarlo o attribuirne la causa ad un "destino" avverso.
Affrontarlo consente di divenire più saldi e capaci di contare sulle proprie forze, riconoscendo le difficoltà situazioni fisiologiche della vita. Attraverso le difficoltà e le crisi, viene offerta l'opportunità di mettere in evidenza potenzialità nascoste, risorse spesso ignorate.
Scegliere quale atteggiamento avere nei confronti delle situazioni significa "divenire responsabili" di una "scelta personale" non accusando né il mondo esterno né gli altri. Essere responsabili comporta aver selezionato cosa scegliere.
La libertà interiore non è un modo di sopportare passivamente e con rassegnazione una certa realtà, ma può consentire di affrontare le situazioni critiche indipendenti dal nostro volere, anche con un atteggiamento impegnato e responsabile.
La consapevolezza e la scelta fanno da spartiacque nella gestione della propria libertà interiore e consentono di affrontare in un modo o nell'altro le situazioni che troviamo di fronte o che ci vengono imposte.
Garantita la sicurezza primaria, ci si può volgere ai bisogni più elevati fino a alla ricerca di "senso" che si vuole dare alla propria esistenza. Il senso può essere dato dall'individuo, in forza della sua unicità e tipicità, attraverso le esperienze che è chiamato a vivere.


V. Frankl, psichiatra austriaco ,sopravvissuto alla devastazione dei lager affermava:
"Il significato non può essere dato ma trovato, e ancor prima cercato".
In questo spazio possono collocarsi atteggiamenti "più leggeri e superficiali", e altri più legati alla profondità. Parlando di "bisogni", non si può ignorare che non sono da intendersi solo quelli primari, ovvero legati alla sopravvivenza fisica (cibo, sonno, sete), ma come ha ben evidenziato Maslow, essendo gli stessi ordinati gerarchicamente, appagati i primi seguono quelli di protezione (sicurezza, certezze), di appartenenza (al gruppo, sia sociale che familiare, di rispetto, stima, affermazione di sé, approvazione) e, da ultimo, quelli volti all'autorealizzazione di sé.
Questa ultima tappa ha a che fare con la capacità di manifestarsi ed esprimersi per "quello che autenticamente l'individuo è", in totale indipendenza da ciò che gli altri pensano o si aspettano. Nel riconoscere l'unicità dell'individuo e la libertà responsabile delle sue scelte, non si può ignorare, a mio avviso, un altro aspetto, sostenuto anche dalle scienze fisiche: a partire dalla soggettiva l'Unicità, l'individuo non è una entità isolata ma parte di una più ampia struttura, in cui tutti gli elementi risultano tra loro interconnessi.
Questo tipo di pensiero è da sempre stato presente nelle filosofie orientali, specie nel buddismo, denominato (come) "originazione interdipendente", traducibile in:
“Tutte le cose si tengono insieme in quanto in funzione di altre, anche se non sempre è dato a priori sapere, quali siano.”
Quest'ottica di interconnessione globale, di web esistenziale, poggia su aspetti apparentemente isolati ma tra loro intrecciati ed interconnessi, e che vanno a costituire una "trama unitaria" in cui ogni cosa dipende da tutte le altre.

La spinta trasmutativa dell'individuo attaccando certezze, relazioni, progettti, può farsi presupposto di una nuovo e diverso corso esistenziale, rispetto a quello pensato o presunto.

Come proteggersi dalle persone tossiche?


Ci sono molti tipi di persone tossiche (invidiose, gelose, possessive, pessimiste, manipolatrici, etc) con cui dobbiamo convivere ogni giorno al lavoro, quando usciamo con gli amici o in famiglia.
Il segreto per impedire a queste persone tossiche di esercitare un’influenza negativa su di noi risiede proprio in noi, nel modo in cui agiamo e ci comportiamo con loro. Impedire loro di invadere i nostri pensieri, di non farci respirare o di farci del male è qualcosa che, se vogliamo, possiamo fare. Imparate a proteggervi dalle persone tossiche.

Sentimenti causati dalle persone tossiche
“Mi sento male accanto a quella persona. Mi fa sentire a disagio, non sono me stessa. Scorgo sempre una nota di gelosia nel suo sguardo. Al minimo successo che raggiungo nella vita, anche se non comporta grandi cambiamenti o non è significativo, noto che è gelosa, a disagio, infastidita.
Sento che non è felice per me e per quello che mi capita. Penso che viva sempre in una sorta di competizione, come i bambini piccoli quando dicono ‘io di più’. E io… mi sto lasciando influenzare.
La verità è che mi sento profondamente sollevata quando quella persona non c’è. Sono me stessa, mi sento allegra, non devo nascondere quello che sono né le cose belle che mi sono successe. Allora, cosa devo fare?
Non è una persona positiva per me, ma certi legami in comune ci uniscono e non è così facile allontanarla. In un modo o nell’altro è sempre presente nella mia vita. Credo che questa situazione stia diventando un’ossessione.“
Questo è il racconto di una donna che ha a che fare con una persona per lei tossica. La paura, l’insicurezza, il malessere, l’impotenza o la tristezza sono emozioni indotte dalle persone tossiche.
In generale, le persone che si lasciano influenzare dalla gente tossica o che ci convivono assieme, si ritrovano sopraffatte da una sensazione di stanchezza, di impulsività e di malessere esagerato quando sono in loro compagnia. Ma possono anche arrivare a sviluppare una certa dipendenza.
Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.
Dalai Lama
Come evitare la cattiva influenza delle persone tossiche?

  • Smettete di dar loro importanza. Le persone tossiche ci sono, d’accordo, ma volete davvero lasciare che vi rovinino il divertimento? Quando vi rendete conto che dentro di voi siete forti, che riuscite a controllare la situazione, allora riuscirete ad essere felici con voi stessi.
  • Allontanatevi cantando sottovoce. A cosa servono i litigi? A cosa serve sfinirsi nel parlare delle persone tossiche agli altri? Dimenticatele e basta, fatevi una vita, allontanatevi cantando sottovoce, sempre che sia possibile, e augurate loro il meglio.
  • Abituatevi a conviverci assieme. Non sempre è possibile allontanarsi dalle persone tossiche. Fanno parte della vostra famiglia, del vostro gruppo di amici o di colleghi di lavoro. Sono lì, e quindi? Voi pensate alla vostra vita, non discutete con loro e non cercate il loro consenso. Che dicano quello che vogliono, nel frattempo voi avvicinatevi alle persone buone, perché anche loro ci sono, non dimenticatelo.
  • Fate attenzione con le persone tossiche. Non raccontate loro i vostri segreti, le vostre cose, per questo ci sono le persone che sono felici per voi, che vi sostengono e vi amano.
  • Non parlate di loro quando non sono presenti. Più ne parlate, più vi entreranno in testa, invadendo il vostro spazio e il vostro tempo. Credete davvero che ne valga la pena?
  • Perdonatele. Conoscete i benefici del perdonare gli altri? Perdonate anche le persone tossiche, così facendo diminuiranno anche i vostri mal di testa o di stomaco. Molte delle vostre preoccupazioni si allevieranno, non credete che sia arrivato il momento di pensare a voi stessi e alla vostra salute? Non credete di esservi fatti del male inutilmente?
  • Praticate la meditazione e altre forme di liberazione. Meditate, camminate, ascoltate musica. Sono tutte armi potenti per liberare la vostra mente dai pensieri negativi.
  • Analizzate quello che le persone tossiche vi provocano e cercate di cambiarlo. Rabbia, gelosia, odio o paura? Siate lo psicologo di voi stessi, riconoscete i vostri sentimenti e non permette più alle persone tossiche di influenzarvi così. Alla fine chi sta soffrendo e passando un brutto momento siete voi, non ve ne rendete conto?
Quando avete davvero la sensazione che le persone tossiche non vi influenzano più, allora riuscirete a star bene con voi stessi e questa è la cosa più importante al mondo. La capacità di stare bene con se stessi nonostante le circostanze avverse.

FONTE: http://lamenteemeravigliosa.it/come-proteggersi-dalle-persone-tossiche/


mercoledì 2 marzo 2016

LA TERAPIA DELLA BAMBOLA


Uno dei problemi maggiori nella cura delle condizioni degenerative che tendono a colpire molte persone anziane è la necessità di controllare alcuni comportamenti rischiosi per un paziente o per chi vive accanto ad esso.
Insieme a tale bisogno si osserva sempre più spesso la scelta di ricorrere ad utili terapie di supporto volte a ridurre il ricorso costante a massicce dosi di farmaci che possono risultare dannose e che possono determinare una bassa o inesistente qualità della vita, paragonabile talvolta ad una pura sopravvivenza in uno stato vegetativo.
La terapia farmacologica infatti, pur essendo necessaria, determina molti effetti collaterali che in alcuni casi appesantiscono una condizione fisica generale già difficile o compromessa da altre patologie organiche.
Per tali ragioni occorre perfezionare delle strategie che aiutino a ridurre il ricorso continuo a crescenti sedazioni e che possano contestualmente stimolare le abilità affettive e cognitive residue che rappresentano i pilastri che sostengono il controllo dei comportamenti patologici tipici degli stati di demenza senile.
La "terapia della bambola" è un metodo che si è rivelato particolarmente utile per il raggiungimento di questo scopo e che si colloca, per tale motivo, tra le terapie complementari che si dimostrano più utili per la stabilizzazione dei dosaggi farmacologici in presenza di patologie della terza età con sintomatologia affettivo-comportamentale.

Distrazione, compensazione affettiva e reiterazione
La terapia che adotta l'uso delle bambole, chiamata anche "Doll Therapy" o “Empathy Doll” ha origine con il contributo della terapeuta Britt-Marie Egedius-Jakobsson in Svezia, in un paese specializzato nella produzione di questi oggetti da gioco o da abbellimento domestico. Essa consiste nel ricorso all'oggetto bambola, che riveste gradualmente un significato simbolico in grado di aiutare a migliorare il benessere delle persone con problematiche che compaiono generalmente in età avanzata, quali le demenze senili, come l'Alzheimer ed alcune patologie psichiatriche gravi caratterizzate da disturbi del comportamento.
Le sue azioni possono realizzarsi sia a livello preventivo che di cura, attraverso il supporto alla salute che può derivare da alcuni benefici dell’intervento organizzato sistematicamente e professionalmente, quali:
• la modulazione di stati d’ansia e di agitazione e delle loro manifestazioni sintomatiche come aggressività, insonnia, apatia o wandering;
• la conseguente possibilità di ridurre sensibilmente il ricorso ai sedativi;
• la riduzione di condizioni di apatia e depressione caratterizzata da disinteresse ed inattività totale;
• la capacità di rispondere ai bisogni emotivi-affettivi che, malgrado il deterioramento cognitivo, rimangono presenti ma non sono più soddisfatti come in età precedenti;
• la possibilità di ostacolare il deterioramento di alcuni abilità cognitive e di sostenere l'utilizzo di prassi motorie che fungono da stimolo delle abilità residue.
A partire dall'osservazione delle potenzialità di questa terapia, essa può essere considerata un metodo integrativo, piuttosto che alternativo, ma anche uno strumento di riabilitazione in grado di aiutare a ridurre e compensare le compromissioni funzionali degenerative.
Il ricorso ad una bambola, in persone in cui le capacità di memoria, logiche e verbali si sono ridotte e che a causa di una patologia non riescono più ad intrattenere relazioni stabili ed equilibrate, consente di attivare delle modalità di relazione pre-verbali e non verbali che permettono di canalizzare le energie mentali su un'attività che riveste al contempo un ruolo di distrazione ed uno, ancora più importante, di stimolo rappresentando un contesto per manifestare emozioni e pensieri che altrimenti tenderebbero ad affollare in modo confuso il mondo interno del paziente.
La Doll Therapy, perciò, riesce a dirigere l'attenzione di una persona affetta da demenza o da patologie con compromissioni simili verso un compito semplice, come quello di accudimento di una bambola, evitando la congestione del pensiero dovuta alla concentrazione su idee e stati affettivi che, non avendo un filo di unione, generano stati di confusione e di disagio che vengono manifestati spesso con disordini del comportamento.
Questo approccio di cura, inoltre, consente di creare un contesto per rispondere ad alcuni bisogni universali privi di limiti di età, quali quello di sentirsi utili e capaci di svolgere ancora delle attività quotidiane, di dare affetto e di prendersi cura di qualcuno, ma anche di esprimere emozioni primordiali e naturali.
La possibilità di riconoscere la bambola per quello che è realmente è presente solo in alcuni casi; in altri è possibile che il deterioramento cognitivo non consenta il rapporto consapevole con l’oggetto reale. In entrambe le condizioni, tuttavia, il rapporto importante a livello terapeutico è quello che viene a determinarsi con un oggetto immaginario che diviene simbolico grazie al processo attraverso cui la bambola viene investita con i propri ricordi e con le emozioni fissate nella memoria remota e che attraverso l’oggetto simbolico possono essere attualizzate ed esternalizzate.
Infine, tra i benefici che si osservano una volta avviato un rapporto con la bambola, vi sono anche le sollecitazioni quotidiane della memoria procedurale che viene chiamata in causa nell’esecuzione di alcuni gesti di cura come la vestizione, il cambio di abiti o ancora attraverso le azioni del cullare o dell’alimentare.
Il ruolo simbolico attribuito alla bambola e l’affettività proiettata su di essa sono evidenziate dall’agitazione emotiva che subentra quando si allontana la bambola o la si sostituisce con un oggetto con caratteristiche rievocative diverse, come ad esempio una scatola.
La terapia della bambola va considerata una cura centrata sulla persona che consente di sostenere il rispetto di alcuni principi morali fondamentali nella cura dell’anziano.
Essa incoraggia infatti:
• la ricerca di una massimizzazione del controllo personale che ha luogo attraverso la stimolazione delle possibilità residue di cura autonoma di sé;
• l’esercizio delle scelte, estremamente ridotte nella quotidianità dell’anziano ammalato, che divengono possibili nel corso dell’interazione con la bambola che rappresenta un contesto in cui è possibile lasciar decidere senza il rischio di conseguenze negative;
• il rispetto della dignità umana che si evidenzia nell’attenzione che questa cura rivolge all’autostima e alla possibilità di vivere piccole e semplici esperienze in cui è possibile ancora sentirsi capaci;
• il rispetto del senso di continuità dell’esistenza che viene attuato attraverso la sperimentazione emozionale di condizioni positive del passato che trascende la possibilità di recuperare i ricordi episodici;
• la promozione dell’equità che viene applicata attraverso il riconoscimento non discriminatorio dei bisogni affettivi in ogni età della vita.


Aspetti metodologici
Esistono tre principali modi attraverso cui può essere applicata la terapia della bambola, considerando che spesso essa si colloca all’interno di case di riposo o di accoglienza per anziani, ma che può essere attuata anche attraverso interventi individuali.
Nei contesti di attuazione in gruppo o a domicilio si preferisce procedere costituendo un luogo unico, una sorta di nursery, in cui i destinatari della cura possono andare e scegliere una delle bambole con cui interagire.
In strutture che ospitano gruppi omogenei si può procedere facilmente anche con un approccio in cui le bambole vengono distribuire nelle varie stanze della casa e gli ospiti della struttura possono in tal modo trovare più stimoli intorno a loro, una scelta che può risultare utile soprattutto una volta avviato l’intervento per garantire la stimolazione continua.
In casi in cui siano presenti singoli pazienti con problematiche comportamentali che vivono all’interno di strutture complesse di cura o al proprio domicilio familiare, si può procedere anche attraverso l’attribuzione di una bambola per destinatario della terapia, ponendo generalmente l’oggetto accanto al letto della persona o sul suo comodino.
La somministrazione iniziale della bambola generalmente è diretta da un esperto che guida il percorso riabilitativo in alcuni momenti specifici della giornata, valutando i progressi e stimolando la costruzione del rapporto simbolico anche attraverso il coinvolgimento della famiglia o dell’équipe. Tuttavia, la bambola può essere riproposta in tutti quei momenti in cui i destinatari appaiono irrequieti o apatici; ciò spesso avviene utilmente in momenti cruciali della giornata quali quello dell’igiene e della vestizione, durante i quali alcuni pazienti mostrano un picco di aggressività o di rifiuto dell’intervento assistenziale.
Le bambole terapeutiche originali, denominate Joyk, possiedono caratteristiche particolari che potrebbero non farle apparire come le bambole più belle in vendita, ma che le rendono maggiormente in grado di suscitare emozioni e che per questo vengono definite anche “bambole empatiche”. In particolare, una bambola adottata in un programma terapeutico di “empathy doll”, dovrebbe possedere alcune caratteristiche importanti, quali:
• un peso né troppo leggero né eccessivo distribuito in modo equo lungo tutto il corpo;
• le braccia morbide e non troppo floscie ed una postura delle gambe lievemente rannicchiata ma non fetale, tale da rendere facile l’abbraccio;
• una dimensione simile a quella di un neonato;
• tratti somatici che ricordano quelli di un bambino.
Sono pertanto poco indicate le bambole di pezza e le bambole da collezione. Inoltre, nelle versioni più attuali sono stati aggiunti spesso dei taschini in cui vengono riposti sacchetti da aromaterapia che possono contenere essenze calmanti o anche dei dispositivi che riproducono il battito cardiaco e che per questo aumentano l’impressione di interazione reale, producendo una sincronizzazione sensoriale che tende ad equilibrare il ritmo cardio-circolatorio.
Nel corso della Doll Therapy, l’interazione paziente-bambola può attraversare diversi stadi, in rapporto anche alla disponibilità a riconoscere alla bambola un ruolo simbolico affettivo che rimanda alle relazioni infantili oppure a quelle materne.
Sono state indicate tre tipologie di comportamento interattivo osservabili:
• in momenti iniziali oppure in situazioni protratte di rifiuto, il paziente considera la bambola esclusivamente come un oggetto inanimato e tende ad esplorarla con un contatto iniziale che poi si riduce fino a portare all’abbandono della bambola da qualche parte;
• dopo la prima fase può seguire, ma non sempre ciò accade, una fase di accudimento costante nel corso di vari momenti della giornata; in questo caso si evidenzia un riconoscimento del simbolismo dell’oggetto;
• infine, un’altra modalità interattiva che può essere osservata è quella in cui si verifica un’alternanza tra intenso accudimento della bambola e disinteresse o rifiuto.
Ognuna di queste modalità può dare un’indicazione della modalità di relazione affettiva caratteristica del paziente e risente anche dell’incoraggiamento che il personale della struttura ospitante o della famiglia mostra nei confronti delle azioni di cura rivolte alla bambola.
Nel corso di un programma di intervento con la Doll Therapy, vanno considerati alcuni segni tipici che mostrano la funzione terapeutica della bambola che vanno raccolti in apposite liste di controllo periodico che sostengono l’osservazione. Essi comprendono:
• l’accettazione della bambola;
• la ricerca di quest’ultima;
• le interazioni verbali con l’oggetto (es. il parlare alla bambola);
• il cullare;
• l’abbraccio o la tendenza a stringere al petto;
• la cura dell’abbigliamento;
• il sorriso diretto;
• il sorriso alle persone presenti;
• il canto di una ninna nanna;
• ogni forma di gioco con l’oggetto;
• il contatto continuo;
• l’accarezzamento.
Richiedono un incoraggiamento dell’interazione gesti quali:
• l’abbandono della bambola;
• la ricerca di consenso rispetto a forme di accudimento;
• il tenere la bambola senza muoverla;
• il contatto sfuggente.
Dietro ad alcune forme di rifiuto della bambola si possono celare traumi affettivi e possibili lutti che vanno intesi come una forma di controindicazione alla terapia della bambola, che potrebbe riattivare in tali casi frustrazioni e conflitti. La raccolta di dati sulla storia dei pazienti con dei familiari di questi ultimi rappresenta pertanto un passo fondamentale prima dell’inizio di qualsiasi terapia basata sul maternage. In presenza di lutti importanti in periodi dell’infanzia o della maternità o di disturbi dell’attaccamento, l’intervento va condotto con prudenza o eventualmente, in casi estremi, evitato.
In conclusione, le esperienze positive di intervento ottenute attraverso questa terapia sottolineano la necessità di perfezionare queste ed altre metodologie di supporto, in cui il concetto di terapia si riferisce alle possibilità di sostegno delle risorse presenti. Questo obiettivo, che potrebbe essere considerato minimo, è tuttavia estremamente importante nelle condizioni in cui non è possibile un miglioramento organico, ma in cui è possibile sostenere anche un minimo adattamento funzionale.
Le potenzialità applicative di questa terapia pertanto potrebbero essere esplorate anche nel contesto di alcune disabilità cognitive medio-gravi presenti in altre patologie e in pazienti di età diverse, in considerazione della possibilità di ridurre trattamenti farmacologici massicci.

Il dibattito tra sostenitori e oppositori della terapia della bambola trova proprio in questo risultato un punto di accordo che apre uno spiraglio alla collaborazione per il bene dei pazienti che si trovano a dover vivere una condizione nella quale il comportamento diviene l’unico indicatore più genuino di un benessere interiore che va ricercato con piccole e semplici strategie nel qui ed ora.

lunedì 29 febbraio 2016

Perché non possiamo rinunciare alla nostra musica? Reazioni corporee ai brani musicali.




La musica è una delle esperienze più ricercate, capace di suggerire stati emotivi ed evocarli, capace di legarsi strettamente alla memoria di un evento o di un periodo di vita, capace di raccontarci e talora sostituirsi a noi nel racconto. Come riesce un brano a suggestionarci così profondamente e ad imprimersi nelle fibre più recondite del nostro essere?
Le reazioni suscitate dalla musica, avevano in origine un preciso significato biologico: all’ascolto della voce materna i peli del cucciolo umano si rizzavano e lo riscaldavano. Questo ”orgasmo della pelle” attiva il sistema deputato all’analisi delle emozioni e delle gratificazioni. Le differenti componenti della musica, infatti, sono processate attraverso circuiti cerebrali diversi. Sono coinvolte non solo la corteccia uditiva primaria e secondaria, ma anche le aree del linguaggio, della memoria e del movimento. Per il nostro cervello e per noi dunque risulta un’ esperienza olistica, che apporta benefici al di là della semplice piacevolezza all’ascolto.
Nella scorsa decade un forte interesse verso gli effetti della musica ha pervaso la comunità scientifica estendendosi all’ambito psicologico, fisiologico, neuro-endocrino e immunologico.
Molti studi si sono occupati di documentare i mutamenti dei valori del cortisolo, un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, regolato nella sua produzione dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, rilasciato quando l’organismo è sottoposto a stress psico-fisici (per intenderci dall’ansia per l’esame universitario al dolore post operatorio). La maggior parte degli studiosi conviene su un esito: all’ascolto di un brano musicale la concentrazione di cortisolo nel plasma diminuisce (Lindblad et al 2007, Lai and li 2011).
Un’altra categoria ormonale e neurotrasmettitoriale che all’ascolto musicale diminuisce sono le catecolamine (Mockel 1995 e Okada 2009). Le catecolamine, adrenalina e noradrenalina, prodotte anche esse dal surrene e nelle terminazioni del sistema nervoso simpatico e centrale, sono coinvolte nelle risposte di attacco o fuga ( dalla reazione di allerta al sentore che sia entrato un ladro, al terrore incontenibile nel rappresentarsi un’appetitosa preda del leone che vi scopre i denti ).
Il rilascio del cortisolo e delle catecolamine, rappresenta l’ effetto di due bracci congiunti, quello ormonale e quello neurale, il cui scopo è di fronteggiare le situazioni in cui è percepito un pericolo reale o presunto. La secrezione ridotta dei suddetti ormoni comporta delle modificazioni dei parametri fisiologici: la pressione arteriosa si riduce, il ritmo respiratorio e cardiaco decresce, i movimenti intestinali si stabilizzano, il senso di stanchezza si attenua e i parametri di conduttanza cutanea rientrano nella norma. Tutti indici di un vissuto corporeo non minacciato da rischi per la propria integrità fisica e psichica.
La liberazione di ossitocina (Nilsson 2009) da parte della neuroipofisi, si allinea agli stessi esiti positivi . L’ ossitocina detto ”ormone dell’amore” aumentando all’ascolto della musica è in grado di condizionare la risposta para-simpatica di rilassamento, favorire la sensazione di sicurezza e modulare la risposta sessuale (l’eccitazione, l’orgasmo e la sazietà sessuale).
Anche il sistema oppioide (Stefano 2004) è coinvolto nel conferire senso di benessere. Tale sistema formato da peptidi oppioidi esercita un’ azione simile alla morfina interagendo con recettori specifici (μ,δ,k) presenti sulle membrane cellulari. Il primo neurotrasmettitore di questo sistema ad essere indagato fu la β-endorfina (McKinney 1997). Le endorfine sono quelle sostanze rilasciate durante prolungati sforzi fisici che assolvono funzioni analgesiche e di mediazione immunitaria. Sono capaci di alterare gli stati emotivi e provocare senso di piacevolezza tipico dell’euforia e dell’orgasmo. Esse sembrano inoltre coinvolte nel formicolio e i brividi associate all’esperienza dell’ascolto.

Pertanto, è possibile concludere che la musica è in grado di condizionare il crocevia di segnali tra cervello e corpo, influendo sull’asse ipotalamo-ipofisi-organi bersaglio ** e su disparati sistemi neurali. L’allentamento delle tensioni, l’attenuazione del dolore , la distensione muscolare, il senso di sicurezza, la riduzione dell’ansia, il miglioramento dell’umore non sono generati semplicemente dalla natura sublime di un brano. Non è la mera corrispondenza col nostro senso estetico a rendere piacevole una melodia, ma siamo dotati di strutture che ci predispongono a provare su più piani un coinvolgimento imprescindibile dalla nostra stessa natura.

giovedì 25 febbraio 2016

USA LA TUA RABBIA PER COSTRUIRE QUELLO CHE VUOI


Emozione negata, poco tollerata e additata tra le più inaccettabili, ...ed è proprio per questo che può farci davvero male! Vediamo un esercizio per trasformarla invece in un alleato vincente
Come tutte le ‎emozioni anche la rabbia ha una valenza adattiva, difensiva e se ben utilizzata può essere costruttiva.
La ‪‎rabbia nasce quando qualcosa ci dà fastidio, non ci piace, rema in direzione opposta ai nostri bisogni ed obiettivi...e se non la ascoltiamo, se la neghiamo, o peggio, se la condanniamo, cresce, cresce, cresce...fino a farci stare male!
I segnali di una rabbia repressa sono molteplici: tensioni muscolari, dolori cronici, difese immunitarie basse con frequenza ad ammalarsi, cattive abitudini e dipendenze, atteggiamento passivo-aggressivo con conseguente auto-sabotaggio (per es. ci danno un incarico lavorativo che non vogliamo svolgere e pur non dicendo "no" lo svolgiamo malamente, danneggiando in primo luogo la nostra immagine!). Insomma, se la rabbia non ascoltata e non gestita può farci solo stare male, ascoltarla e incanalarla può darci grandi risultati!


Esercizio per ascoltare la propria rabbia
Vediamo un semplice esercizio per entrare in contatto con la rabbia e usarla in modo costruttivo:
1. mettiti comodo, seduto o sdraiato, in un'atmosfera rilassante e silenziosa.
2. chiudi gli occhi e visualizza la situazione o la persona che ti ha fatto arrabbiare, infastidire, irritare gravemente.
3. concentrati sulle immagini che ti scorrono davanti, le immagini relative all'episodio che ti ha fatto arrabbiare o che ti ha infastidito...guardale bene.
4. senti la tua rabbia e la tua irritazione crescere, non devi fermarla! Lasciati attraversare da quest'emozione...permetti che ti invada e non fare resistenza.
5. sposta ora la tua concentrazione su qualcosa di positivo, un desiderio, un progetto a cui tieni.
6. visualizza ora la tua rabbia come un fuoco che prende la forma che preferisci.
7. immagina che questo fuoco ti porti a realizzare il tuo desiderio, il tuo progetto
La rabbia ha una forza propulsiva significativa e noi abbiamo il potere di dirigere questa forza in una direzione anziché un'altra.
La cosa più sbagliata che possiamo fare è cercare di coprire questo fuoco, illudendoci che se non lo guardiamo esso possa scomparire.

Togliereste mai la benzina dal serbatoio della vostra auto, prima di usarla? Quando neghiamo e reprimiamo la nostra rabbia facciamo un po' la stessa cosa.

mercoledì 24 febbraio 2016

RIPRENDERE LA VITA SESSUALE DOPO IL PARTO


Un problema molto diffuso tra le neo-mamme è la difficoltà a riprendere la vita sessuale. Una soluzione è nella relazione di coppia e nelle tecniche di rilassamento.
Ebbene, il piccolo è nato e la vita riprende con nuove e vecchie abitudini. La neo-mamma ha da poco vissuto l'esperienza forte (fisicamente ed emotivamente) del parto e sta adattando la sua quotidianità al bimbo appena arrivato.
Le ragioni per cui è difficile riprendere la vita sessuale
Un problema molto diffuso tra le neo-mamme è la difficoltà a riprendere la vita sessuale. Le ragioni sono diverse: il sesso potrebbe essere stato messo da parte negli ultimi mesi di gravidanza e, per il corpo femminile l'astinenza può essere un fattore che riduce il desiderio; la neo-mamma potrebbe essere stanca e confusa dai nuovi ritmi e abitudini, forse dal poco sonno; il parto potrebbe aver richiesto un taglio cesareo oppure potrebbero esservi state delle lacerazioni spontanee vaginali. In questi ultimi casi è il timore di sentire dolore a bloccare il desiderio e la ricerca della sessualità. È frequente che le donne dopo il parto, soffrano di dolori alla penetrazione, per motivazioni puramente organiche oppure frammiste a motivazioni psicologiche. Il dolore è comunque reale e va rispettato.
È possibile, anche, che l'allattamento porti la neo-mamma e percepire il suo corpo solo in funzione delle necessità del bambino o che viva con imbarazzo i rapporti per le fuoriuscite di latte dal seno (causate dai livelli di ossitocina): potrebbe esservi anche una scarsa lubrificazione vaginale (causata dai livelli di prolattina) e, in alcuni casi, disagio legato al proprio corpo che la donna teme non essere più attraente agli occhi del partner.
Alcune donne, infine, associando strettamente la sessualità alla maternità, rifiutano l'atto sessuale perché inconsapevolmente si proteggono da un'ulteriore gravidanza.


La coppia come motore per recuperare il desiderio
Per recuperare una sessualità serena i partner possono partire dal piacere di stare insieme. La coppia, infatti, è l'elemento portante del sistema familiare e la relazione di coppia va nutrita per garantire al piccolo un clima sereno e amorevole.
Vanno ritagliati spazi per la coppia (una passeggiata, una cena, una serata al cinema) chiedendo supporto a familiari ed amici per lasciare a loro la cura del piccolo per qualche ora; vanno condivisi i compiti, le emozioni, i pensieri e le preoccupazioni rispetto al nuovo ruolo genitoriale ed è importante ritrovare l'intimità di coppia dopo il parto. L'intimità si manifesta, in primo luogo, attraverso carezze, coccole, baci, abbracci e vicinanza fisica. La ripresa della vita sessuale deve avvenire senza forzature, con serenità e senza fretta. Servono tempo, pazienza e comprensione da parte di entrambi.
Quando riprendere i rapporti sessuali
Il ginecologo, in genere, suggerisce di riprendere i rapporti sessuali dopo circa quaranta giorni dal parto. Una ricerca del 2013 ha rilevato che occorrono dalle 6 alle 24 settimane dal parto per riprendere una sessualità spontanea e gratificante. La coppia può venire incontro ai disagi fisici attraverso lubrificanti e contatti graduali che non prevedano un'immediata penetrazione. Nel caso di Nel caso in cui non si desideri un'altra gravidanza è importante che vengano prescritti anticoncezionali specifici utilizzabili durante l'allattamento.


E se il desiderio proprio non ritorna?
Nel caso in cui il desiderio sessuale continui a non emergere, è buona regola non allarmarsi e, al contempo, non aspettare che il desiderio ritorni da sé. Esso va coltivato perché tende ad autoalimentarsi e, una volta ripresi i rapporti, piano piano aumenterà.
In caso di difficoltà nel riprendere i rapporti sessuali, la neo-mamma può rivolgersi ad uno psicologo che la aiuti a recuperare concentrazione, attenzione e cura di sé attraverso alcuni colloqui ed incontri in cui imparare tecniche di rilassamento, di accettazione e di consapevolezza del proprio corpo.
Le tecniche di rilassamento permettono di gestire meglio la propria risposta corporea, ridurre e controllare il dolore fisico, riappropriarsi del piacere fisico e della condivisione dell'intimità con il partner. Per favorire il recupero di una sessualità serena, ci si avvale di protocolli specifici per la respirazione e la contrattura muscolare che vengono integrati ad attività immaginative ed esercizi di consapevolezza corporea.
Molto utile associare a questo lavoro alcuni incontri di coppia per offrire ai neo-genitori uno spazio di comunicazione sul tema sessualità a volte non adeguatamente affrontato nel quotidiano.



martedì 23 febbraio 2016

IL MUTISMO SELETTIVO? È UN BAMBINO CHE SOFFRE IN SILENZIO

Il Mutismo Selettivo è un disturbo poco conosciuto e apparentemente raro (prevalenza da 0.03 a 1%). Colpisce prevalentemente i bambini ed è caratterizzato dall'incapacità di parlare in alcuni contesti sociali, nonostante lo sviluppo e la comprensione del linguaggio siano nella norma. Sono bambini che a casa non stanno mai zitti, mentre fuori o in presenza di estranei, in luoghi pubblici o in contesti sociali, come l'asilo o la scuola, non riescono a parlare.
Non è un fenomeno dovuto a qualche disfunzione organica o a un'incapacità correlata allo sviluppo, ma è un disturbo legato all'ansia. I bambini con Mutismo Selettivo sono particolarmente sensibili e spesso il loro atteggiamento viene interpretato come eccessiva timidezza.


Classificazione del mutismo selettivo
Il DSM V (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) classifica il mutismo selettivo come caratterizzato da:
Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche, in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante sia in grado di parlare in altre situazioni
La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale
La durata è di almeno un mese (non limitato al primo mese di scuola)
L'incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto con la situazione sociale
La situazione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro autistico, schizofrenia o altri disturbi psicotici.
Questa la classificazione categoriale.

Ma cosa prova il bambino?
Le principali risposte emotive del bambino che soffre di mutismo selettivo sono:
Inadeguatezza e incapacità: il bambino vive una costante attivazione di pericolo e di disagio nelle situazioni non familiari conpercezione di incapacità e di svalutazione personale
Paura del giudizio altrui: idea che gli altri giudicheranno sempre negativamente quello che dice e che fa;
Vergogna e metavergogna: paura di provare vergogna e di mostrare agli altri di vergognarsi.
La reazione comportamentale maggiormente messa in atto risulta quindi essere quella dell'evitamento: ma il "congelamento" della comunicazione verbale non è, come si credeva una volta, un comportamento manipolatorio e controllante, quanto una strategia di difesa di fronte all'incapacità percepita di fronteggiare le richieste ambientali.
Il bambino con mutismo selettivo è particolarmente sensibile ai segnali, agli sguardi e alle attenzione che possono inviare le persone estranee. Nello specifico possono avere un'ipersensibilità alla critica e sentirsi a disagio nell'essere osservati o in generale quando sono al centro dell'attenzione, avendo paura di essere giudicati negativamente, derisi dagli altri proprio perché si autosvalutano, si percepiscono incapaci. È inutile e controproducente focalizzarsi sulla necessità che il bambino parli: è proprio questa aspettativa a bloccarlo sempre di più. Ciò su cui è indispensabile lavorare è l'autostima del bambino; solo da qui potrà trovare la forza di "farsi sentire" agli occhi del mondo.



Il mutismo selettivo a scuola
La scuola è il luogo principale in cui vengono rivolte richieste prestazionali al bambino e il fatto di non riuscire a comunicare verbalmente diventa grande causa di imbarazzo e sempre maggior frustrazione, sia per il bambino che per la sua famiglia. Per questo è necessario fare gruppo tra famiglie e scuola, per poter accogliere nel modo più cauto possibile un bambino che ha tanta difficoltà ad entrare
nel mondo sociale, utilizzando strategie volte a superare questa ansia patologica. Questo può avvenire, ad esempio, attraverso l'uso di un atteggiamento neutrale rispetto al non parlare, il rinforzo di contenuti delle comunicazioni non verbali attraverso l'uso di materiale alternativo e l'incremento della relazione tra pari in piccoli gruppi.
I "Bisogni Educativi Speciali" (BES) (espressione entrata nel vasto uso in Italia dopo l'emanazione della Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 "Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica") sottolineano che
"L'area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse"; per questo è indispensabile e necessario personalizzare l'insegnamento scolastico e la modalità educativa.
Se l'ansia non viene curata, attraverso aiuti alla famiglia e alla/della scuola i problemi possono notevolmente aumentare: isolamento sociale, ritiro scolastico, risultati scolastici mediocri e alla lunga anche problematiche depressive.
I bambini che soffrono di mutismo selettivo non scelgono di essere silenziosi.
"Cos'è il mutismo selettivo? E' una vivace e intelligentissima bambina di 9 anni che balla e canta a squarciagola a casa, ma a cui "il mostro della paura tappa la bocca" e non le permette di far uscire alcuna parola appena fuori casa."

Per approfondimenti consiglio il libro di E. Shipon-Blum "Comprendere il mutismo selettivo", Edizione La Meridiana, una semplice guida per genitori, insegnanti e terapeuti.