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mercoledì 24 febbraio 2016

RIPRENDERE LA VITA SESSUALE DOPO IL PARTO


Un problema molto diffuso tra le neo-mamme è la difficoltà a riprendere la vita sessuale. Una soluzione è nella relazione di coppia e nelle tecniche di rilassamento.
Ebbene, il piccolo è nato e la vita riprende con nuove e vecchie abitudini. La neo-mamma ha da poco vissuto l'esperienza forte (fisicamente ed emotivamente) del parto e sta adattando la sua quotidianità al bimbo appena arrivato.
Le ragioni per cui è difficile riprendere la vita sessuale
Un problema molto diffuso tra le neo-mamme è la difficoltà a riprendere la vita sessuale. Le ragioni sono diverse: il sesso potrebbe essere stato messo da parte negli ultimi mesi di gravidanza e, per il corpo femminile l'astinenza può essere un fattore che riduce il desiderio; la neo-mamma potrebbe essere stanca e confusa dai nuovi ritmi e abitudini, forse dal poco sonno; il parto potrebbe aver richiesto un taglio cesareo oppure potrebbero esservi state delle lacerazioni spontanee vaginali. In questi ultimi casi è il timore di sentire dolore a bloccare il desiderio e la ricerca della sessualità. È frequente che le donne dopo il parto, soffrano di dolori alla penetrazione, per motivazioni puramente organiche oppure frammiste a motivazioni psicologiche. Il dolore è comunque reale e va rispettato.
È possibile, anche, che l'allattamento porti la neo-mamma e percepire il suo corpo solo in funzione delle necessità del bambino o che viva con imbarazzo i rapporti per le fuoriuscite di latte dal seno (causate dai livelli di ossitocina): potrebbe esservi anche una scarsa lubrificazione vaginale (causata dai livelli di prolattina) e, in alcuni casi, disagio legato al proprio corpo che la donna teme non essere più attraente agli occhi del partner.
Alcune donne, infine, associando strettamente la sessualità alla maternità, rifiutano l'atto sessuale perché inconsapevolmente si proteggono da un'ulteriore gravidanza.


La coppia come motore per recuperare il desiderio
Per recuperare una sessualità serena i partner possono partire dal piacere di stare insieme. La coppia, infatti, è l'elemento portante del sistema familiare e la relazione di coppia va nutrita per garantire al piccolo un clima sereno e amorevole.
Vanno ritagliati spazi per la coppia (una passeggiata, una cena, una serata al cinema) chiedendo supporto a familiari ed amici per lasciare a loro la cura del piccolo per qualche ora; vanno condivisi i compiti, le emozioni, i pensieri e le preoccupazioni rispetto al nuovo ruolo genitoriale ed è importante ritrovare l'intimità di coppia dopo il parto. L'intimità si manifesta, in primo luogo, attraverso carezze, coccole, baci, abbracci e vicinanza fisica. La ripresa della vita sessuale deve avvenire senza forzature, con serenità e senza fretta. Servono tempo, pazienza e comprensione da parte di entrambi.
Quando riprendere i rapporti sessuali
Il ginecologo, in genere, suggerisce di riprendere i rapporti sessuali dopo circa quaranta giorni dal parto. Una ricerca del 2013 ha rilevato che occorrono dalle 6 alle 24 settimane dal parto per riprendere una sessualità spontanea e gratificante. La coppia può venire incontro ai disagi fisici attraverso lubrificanti e contatti graduali che non prevedano un'immediata penetrazione. Nel caso di Nel caso in cui non si desideri un'altra gravidanza è importante che vengano prescritti anticoncezionali specifici utilizzabili durante l'allattamento.


E se il desiderio proprio non ritorna?
Nel caso in cui il desiderio sessuale continui a non emergere, è buona regola non allarmarsi e, al contempo, non aspettare che il desiderio ritorni da sé. Esso va coltivato perché tende ad autoalimentarsi e, una volta ripresi i rapporti, piano piano aumenterà.
In caso di difficoltà nel riprendere i rapporti sessuali, la neo-mamma può rivolgersi ad uno psicologo che la aiuti a recuperare concentrazione, attenzione e cura di sé attraverso alcuni colloqui ed incontri in cui imparare tecniche di rilassamento, di accettazione e di consapevolezza del proprio corpo.
Le tecniche di rilassamento permettono di gestire meglio la propria risposta corporea, ridurre e controllare il dolore fisico, riappropriarsi del piacere fisico e della condivisione dell'intimità con il partner. Per favorire il recupero di una sessualità serena, ci si avvale di protocolli specifici per la respirazione e la contrattura muscolare che vengono integrati ad attività immaginative ed esercizi di consapevolezza corporea.
Molto utile associare a questo lavoro alcuni incontri di coppia per offrire ai neo-genitori uno spazio di comunicazione sul tema sessualità a volte non adeguatamente affrontato nel quotidiano.



martedì 16 febbraio 2016

Prendersi cura dell’in-Fertilità : la psicoterapia, strumento per un’esistenza fertile

In Italia così come nel mondo sono sempre di più le coppie che si trovano ad affrontare il problema dell’in-Fertilità. Molte di queste si rivolgono alla medicina della riproduzione che, grazie alla ricerca, negli anni ha trovato sempre più soluzioni e ha migliorato le tecniche di fecondazione assistita raggiungendo percentuali di successo intorno al 30% per ogni tentativo.
Tuttavia, le difficoltà di concepimento non appartengono alla sola sfera della medicina che, seppur aiutando di molto a risolvere alcuni problemi, resta sorpresa e senza parole nei casi in cui, anche quando tutti gli elementi farebbero pensare alla possibilità di un inizio di gravidanza (qualità ovocitaria, degli spermatozoi, dell’embrione e dell’endometrio), in realtà poi il “tentativo di fecondazione assistita” non va a buon fine.
È chiaro che sono molteplici le varianti che entrano in gioco e tra questi è ormai risaputo che gli aspetti psicologici ed emotivi, la qualità della relazione di coppia, il contesto e l’atteggiamento influiscono sia sul modo di affrontare il percorso, sia per la riuscita.
D’altra parte l’infertilità, come il concepimento, rappresenta senza dubbio il prodotto dell’interazione tra molteplici fattori bio-psicologici la cui individuazione aumenta ogni anno con il progressivo ampliamento delle conoscenze nell’ambito neuro endocrino e fisiopatologico, come pure dei meccanismi psicosomatici che intervengono nel permettere o meno il concepimento (Edelmann, Connolly, 1986).
Quello che ci si chiede in questo breve articolo è se in qualche modo degli interventi di psicoterapia possano influire positivamente sulla propria fertilità e sul concepimento sia esso spontaneo che successivo ad un percorso di fecondazione assistita.
Dalla mia esperienza nel lavoro con donne che affrontano il tema dell’in-Fertilità, prendersi cura del proprio mondo emotivo risulta essere importante perchè, aldilà del risultato finale, le aiuta ad affrontare meglio il percorso, sia questo naturale che assistito: nelle donne che accompagno in percorsi di psicoterapia sto assistendo infatti a maggiori inizi di gravidanza sia spontanee che successive ad un percorso di fecondazione assistita.
Ovviamente questa affermazione non vuole in alcun modo dire che la psicoterapia risolve in modo definitivo i problemi di infertilità ma, in linea con altre esperienze, vuole porre l’attenzione su aspetti che da qualche parte possono aiutare a sciogliere nodi e blocchi che ostacolano un cammino più fluido con la propria fertilità intesa in senso più ampio come esistenza fertile.
L’idea che mi sto facendo (in continua costruzione), è l’importanza di un lavoro che porti ad esplicitare ed esprimere vissuti impliciti e disturbanti, in conflitto con vissuti invece già espliciti e legati all’immaginario dell’essere figlia prima, donna e mamma dopo, della gravidanza, del parto.
Rendere esplicito l’implicito, aiuta la persona ad integrare ciò che già accetta di se stessa e ciò che ancora non accetta perché sconosciuto e giudicato inaccettabile. Tutto questo è legato ad emozioni quali rabbia, paura, angoscia. L’integrazione di parti di sé che inizialmente sono contrapposte spesso porta serenità e lascia intravedere nuove strade da percorrere.
Si lavora con i desideri che ruotano attorno al desiderio di maternità e che sembrano non avere niente a che fare con il concepimento ma che in realtà influiscono sul benessere delle persone e a volte anche sulla loro fecondità. Si passa dal senso di colpa alla responsabilità e cioè abilità a rispondere in modo più funzionale agli eventi che ci capitano nella vita. È un lavoro di co-costruzione di vuoti fertili tra terapeuta e persona che chiede aiuto. Si toglie più che aggiungere e si creano spazi per una vita fertile. Partendo da una difficoltà nel generare, si sviluppano risorse accorgendosi di quanto “altro” si può fare con la propria storia in continua trasformazione. È così che una nuova forza generatrice si risveglia portando la persona a sperimentare altro da quello che si è creduto essere fino a quel momento.
In conclusione la terapia può essere utile prima, durante e dopo la conclusione di trattamenti volti alla fecondità (Donegan, 1994), in quanto cerca di sviluppare la capacità di far emergere, anche sul piano fisico, le proprie potenzialità generative. Queste sono per lo più semplificate nel desiderio di avere un figlio: tocca alla psicoterapia ampliare e complessificare tali caratteristiche cosicché la si possa in ogni caso, con o senza il figlio, affrontare anche il desiderio conflittuale, ma prettamente umano, di scansare la filiazione (Chasseguet-Smirgel,1996) “generando” una nuova situazione di amore maturo.

martedì 24 novembre 2015

QUANDO LA GRAVIDANZA TARDA AD ARRIVARE


Prima finire gli studi, poi raggiungere una certa sicurezza economica e poi finalmente avere un figlio. Ecco gli step che molte coppie percorrono durante il loro ciclo di vita.
Spesso il raggiungimento dei 35 anni, ma anche oltre, per la donna funge da campanello di allarme che spinge ad affrontare un progetto così importante tante volte rimandato.
Altre volte, invece, diventano importanti le pressioni dei familiari e del contesto relazionale più vicino alla coppia.
In genere, poi, le persone affrontano questo passo quando sentono che il rapporto con il partner è stabile e appagante per entrambi.
Spesso però, i tempi che si è data la coppia non coincidono con quelli naturali legati all’evento del concepimento.
È qualcosa che sovente sfugge al nostro controllo e ad ogni tentativo di pianificazione, anche quando sembra che non ci siano cause fisiche che fungano da impedimento.
Questo in genere determina stress e forte frustrazione in entrambi i partner, che tendono a reagire programmando la vita di coppia attorno ai tempi di concepimento, in un tour de force che toglie ogni naturalezza al rapporto intimo.
Senza contare che ogni mese ci si confronta con l’amara delusione dell’arrivo del ciclo mestruale, a conferma del fallimento dei tentativi di concepimento.
Tante volte questo senso di fallimento si estende alla vita di coppia e al personale senso di esistere di ciascun partner, che ha investito sempre più energie in questo traguardo: diventare genitori.
Segue un grande senso di impotenza che può essere tradotto nella frase: “Perché gli altri sì e noi no?” e ogni passo successivo viene permeato di angoscia.
Questo stati d’animo non fanno che peggiorare la situazione di stress in cui si muove la coppia.
Se noi consideriamo la persona una unità mente-corpo, comprendiamo bene quanto tali sentimenti possano ulteriormente compromettere il raggiungimento dell’obiettivo tanto atteso: il concepimento del proprio bambino.
Molte persone, in tali situazioni si saranno sentite dire: “Non ci devi pensare, perché più ci pensi e peggio è!”, oppure: “Vedrai che quando meno te lo aspetti arriva!”.
In un certo senso questi consigli, che a volte fanno anche arrabbiare, contengono una verità nel loro far parte di una sorta di saggezza popolare.

La forte influenza degli aspetti psicologici, dove non siano state individuate cause organiche, è stata a lungo studiata e anche se non sono state individuate delle relazioni di causa ed effetto, è riconosciuto dalla psicosomatica una relazione tra stress e alcune reazioni fisiche.
Per questo è importante che i membri della coppia comincino a confrontarsi con il proprio senso di colpa e con le emozioni che suscita questo percorso travagliato.
Allo stesso tempo è utile non fissarsi in modo ossessivo sui pensieri e le soluzioni legate all’avere un figlio, ma cercare di nutrire la propria mente, affaticata e impoverita dal periodo stressante, dedicando tempo e passione alle attività che ci danno gioia.
Le passioni sono sempre un grande motore nella vita di ognuno; accendono la vitalità e stimolano i sensi. Fanno ritrovare la motivazione e il piacere di stare con noi stessi e con gli altri e permettono di ritrovare un senso allo stare insieme della coppia, quando questo comincia a perdersi.
È il nutrimento dell’anima di ciascuno e della coppia e permette di ritrovare il “NOI” nella coppia.
E quando questo poi risulti difficile e la coppia non ce la faccia da sola, un sostegno psicologico di coppia può aiutare entrambi a riattivare la comunicazione, che può risultare faticosa perché sovraccarica delle emozioni di ciascuno; può fungere da spazio neutro in cui ciascuno può esprimere tali emozioni senza sentire il giudizio e la disapprovazione.

Chiedere aiuto è il primo passo e significa avere consapevolezza che si ha bisogno di aiuto e rappresenta un grande atto di responsabilità verso se stessi e verso la coppia.

FONTE:https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/669-gravidanza

giovedì 19 novembre 2015

ANSIA, STRESS E PSICOTERAPIA NELLA FECONDAZIONE ASSISTITA

Scrivo questo articolo immaginando di stare parlando alle tante donne che si trovano a vivere il problema dell’infertilità come un dramma esistenziale. Lo farò dando del TU all’interlocutore, poiché di fronte a me vedo persone e non macchine. Di seguito una serie di riflessioni nate dopo aver ascoltato molte storie sul tema. Certo che sia solo una goccia nell’oceano, spero di poter contribuire in qualche modo alla qualità del cammino di tante persone.
Quando si parla degli aspetti psicologici ed emotivi legati all’infertilità, due sono i temi ricorrenti che si sentono in giro e cioè che lo stress, l’ansia e le emozioni influiscono negativamente sulla produzione degli ormoni (LH, FSH, estradiolo, progesterone) deputati al concepimento e che l’atteggiamento migliore sarebbe distrarsi o impegnare il tempo in attività di svago.

Da qui arrivano i consigli calati dall’alto frutto di generalizzazioni che non fanno altro che peggiorare il tuo stato emotivo, lo stato emotivo della donna. Non è un caso infatti che queste affermazioni calmino solo chi le pronuncia e non te che stai vivendo la difficoltà di concepire, come un vero e proprio dramma esistenziale.
“Non ci devi pensare”
“Devi stare tranquilla”
“Prenditi una vacanza”
“Devi essere forte”
“Sei troppo ansiosa”
“Cerca di calmarti”
“Rilassati”
“Andrà bene”
“Sei troppo stressata”
Tralasciando tutti questi luoghi comuni una cosa è certa, tutto quello che provi e pensi non è risultato di una scelta.
Lo so, non ti impegni minimamente per essere ansiosa, ma l’ansia arriva e basta.Lo so, non ricerchi in modo ossessivo i pensieri legati alla gravidanza,
essi arrivano da soli.Lo so, non ti concentri per essere agitata, l’agitazione va da sé, anche se non vuoi averla. E allora spontanee sorgono alcune domande.
Come mai sei ansiosa e stressata?
In che modo puoi affrontare ansia, stress ed emozioni in un percorso difecondazione assistita?
In che modo l’ansia, lo stress e le emozioni potrebbero contribuire alle difficoltà di concepimento?

Il ruolo dello psicoterapeuta: Aiutare ad Ascoltarsi, Amarsi, Esprimersi.
Dalla mia esperienza come psicoterapeuta della Gestalt e come tutor in percorsi difecondazione assistita, sempre più spesso mi accorgo di quanto non siamo più abituati ad ascoltare il nostro organismo, bensì ci riempiamo di ragionamenti pur di non entrare in contatto con noi stessi, con i nostri bisogni e desideri. I suoni del corpo, le sensazioni, le emozioni ci danno messaggi importanti su come stiamo e dove stiamo andando, ma il più delle volte questi messaggi restano inascoltati e in qualche modo continuano a spingere fino al punto che, l’organismo non avendo altro modo per comunicare, produce il sintomo, sia esso fisico che psicologico.
Capita spesso, ad esempio, che alla domanda “cosa provi?” non sappiamo dare una risposta.
Non sentiamo la paura, non sentiamo la tristezza, non sentiamo la rabbia né il disgusto.
Come se avessimo imparato che queste sono emozioni negative dalle quali stare alla larga e che è meglio non provare. L’organismo dunque prova paura e noi con la testa facciamo finta di niente. Ci irrigidiamo e facciamo finta di niente. Siamo tristi e facciamo i felici. Siamo arrabbiati e ingoiamo, facendo i superiori perché la rabbia non serve. Siamo felici, ma tanto dura un attimo. In realtà non esistono emozioni positive ed emozioni negative, le emozioni sono tutte ugualmente importanti e degne di essere ascoltate poiché sono il motore dei nostri comportamenti. In più tutte con una specifica funzione biologica. La tristezza ad esempio ci segnala una mancanza. Ascoltarla è il primo passo per capire cosa ci manca e quindi cosa possiamo fare per avere ciò che ci manca. Se invece non possiamo averlo, accettare realisticamente e costruire altro. Quando invece non ascoltiamo le emozioni è come se mettessimo in atto comportamenti slegati da noi, automatismi che a lungo andare alimentano disagio e malessere.
Tutto questo non risparmia te, donna che ti ritrovi ad affrontare il problema dell’infertilità.


Attraverso la respirazione consapevole, esperienze guidate, la relazione empatica, lo psicoterapeuta dunque può aiutarti ad ascoltarti. Questo dunque il primo passo per accompagnarti verso te stessa.
Il passo successivo, dopo esserti data la possibilità di ascoltarti e sentire, è amarti.
Cosa vuol dire? Accertarti per quello che sei, per quello che provi, cercando di non giudicarti, di non giudicare i tuoi bisogni, desideri e pensieri. Detto così sembra facile, in realtà è cosa molto complessa.
Tu mi dirai “ti sembra facile?” No, non è facile, è molto impegnativo ma non impossibile.
Fin da piccoli cresciamo in un ambiente con determinate regole culturali, sociali, morali e chi più ne ha più ne metta. In questo ambiente, in primis con le figure genitoriali, ci insegnano e impariamo a muoverci nel mondo, ma soprattutto costruiamo il nostro personale modo di stare al mondo e con gli altri, attenti a preservare l’amore di chi si prende cura di noi. A quel tempo essere amati dalle figure di riferimento vuol dire sopravvivere, dunque tutto ciò che impariamo a fare e il modo in cui lo facciamo sono importanti per la nostra sopravvivenza.
Ci insegnano e impariamo ad esempio che solo i deboli piangono.
Che se piango, mamma e papà si arrabbiano e non mi vogliono più bene.
Che se sono triste, mamma è triste.
Che se mi arrabbio, mamma e papà si arrabbiano più di me.
Che quando sono arrabbiato, è meglio piangere, invece di gridare.
Che quando sono triste, è meglio ridere altrimenti resto sola.
Che è inutile esprimere ciò che proviamo, tanto nessuno ci darà ascolto.
Ci insegnano ed impariamo che dobbiamo essere forti a tutti i costi, altrimenti gli altri ci calpestano.
Impariamo che non dobbiamo essere fragili, perché fragile è come dire sconfitta.
Volendo andare un poco avanti nel ragionamento, la faccenda si complica ulteriormente, poiché può succedere che emergano anche pensieri, emozioni, sentimenti, bisogni e desideri contrastanti, e che questo contrasto venga vissuto come un conflitto inaccettabile dalla persona, o meglio, da ciò che la persona ha imparato fino a quel momento. Succede che ci si allea con una sola parte e si lascia che questa domini sulle altre, le quali tornano sullo sfondo e allo stesso tempo continuano a chiedere di essere ascoltate.
Interessante e curativo invece è lasciare che tutte le parti dialoghino tra loro fino a quando la persona non trova una sintesi, qualcosa che le piace e che la aiuti ad affrontare il problema in modo funzionale.
Nello specifico, capita spesso che il desiderio di maternità sia legato alla paura dei cambiamenti di vita, del corpo, della relazione con il partner, ma che ci si senta in colpa per il fatto di provare paura. Oppure può capitare che ci si senta sole ed arrabbiate e di non volerlo ammettere a se stesse, perché questo vorrebbe dire accettare di avere un problema o di pesare sugli altri.
Può capitare che ci si senta forti e non accettare che a volte si può essere fragili e di quanto possa essere importante accogliere la propria fragilità, per potersi appoggiare e riposarsi con qualcuno.
Può capitare che ci senta sole e che non ci si permetta di chiedere aiuto, poiché farlo sarebbe come a dire di aver perso.
Può capitare che ci si senta sbagliate e difettose, quasi innaturali da non poter condividere con nessuno il proprio dolore.
Succede che ci si senta stanche di lottare, e che in qualche modo si continui a mostrare i denti, poiché deporre le armi sarebbe come non rialzarsi più.
Succede che si senta l’invidia e che questa non venga riconosciuta perché moralmente inaccettabile.


Succede che ci si chiuda in un mondo fatto solo di analisi, visite, terapie e che un“problema di infertilità” diventi una vera e propria guerra contro se stesse e contro tutti coloro che dal nostro canto ostacolano la realizzazione del sogno di maternità. È così che un problema di infertilità può dilagare ed inglobare tutta l’esistenza della persona. Non più una difficoltà da affrontare, ma un’intera vita che diventa infertile, quasi non degna di essere vissuta
Da questo punto di vista lo psicoterapeuta ti aiuta ad accogliere tutto ciò che arriva e soprattutto lasciare che questo emerga, per non far si che si blocchi nel corpo.
Aiutarti ad amarti dunque è il secondo importante passo, per accettare i tuoi bisogni e desideri.
A cosa serve esprimersi?
Dopo essersi ascoltati ed amati e cioè dopo aver riconosciuto ed accolto le proprie emozioni è importante esprimere e lasciare che queste esistano come motore dal quale far partire i nostri comportamenti.
Dunque, cosa faccio con quello che provo?
Mettiamo il caso che provo paura. La paura ci segnala il bisogno di protezione e rassicurazione.
Se mi amo ed accetto di provare paura, attraverso il lavoro psicoterapeutico integro i conflitti interiori arrivando a scegliere cosa voglio fare con questa emozione.
A questo punto ad esempio se prima mi giudicavo perché avevo imparato che provare paura è da codardi, ora invece scelgo di esprimere la mia paura e il desiderio di essere rassicurata da qualcuno. In questo modo, ti ascolti, ti ami, ti esprimi e chiudi il tuo bisogno organismico.
E spesso la sensazione che si prova è di leggerezza, di calma, di pienezza.
E se questo non succede, che fine fa la tua paura, la tua rabbia, la tua tristezza, il tuo disgusto e così via? Che fine fanno tutte le emozioni non ascoltate, accolte ed espresse?
La fantasia che mi faccio è che restino nel corpo e che col tempo si cronicizzino portando ad un irrigidimento dell’organismo.
Può questo irrigidimento ostacolare la riuscita dei percorsi di fecondazione assistita?
A questa domanda non voglio dare risposta, non ci sono a disposizione dati scientifici sostenibili a riguardo, al tempo stesso però, ascoltandoti, amandoti ed esprimendoti migliorerai la tua qualità di vita, molto probabilmente l’ansia e lo stress si ridurranno in maniera consistente, il tuo corpo si rilasserà e il modo in cui affronterai il percorso sarà comunque in salita, ma avrai più strumenti per camminarci sopra. Questo si.
Non è un caso che dopo aver attraversato un po’ di dolore, le persone si sentano più rilassate. Attraversare le emozioni però non è facile poiché spesso hanno a che fare con il guardare in faccia la realtà e questa a volte non ci dice cose che ci piacciono.
Quello che ci viene più facile fare dunque è evitare il dolore, la paura, la rabbia, la tristezza e a volte anche la felicità.Evitare per fingere di non soffrire.
Evitare funziona fino a quando non arriva il sintomo che sia ansia o stress.
Evitare fino a non voler sentire la tua fragilità e continuare a dire “vincerò questa guerra”, non accorgendoti che stai combattendo contro te stessa e contro parti di te che più che condannate forse chiedono di essere ascoltate, amate ed espresse.E allora forse più che combattere, lo psicoterapeuta può aiutarti a deporre le armi, sostenendoti nel tuo impegnativo percorso esistenziale.
Deporre le armi non vuol dire perdere. Deporre le armi è attraversare te stessa, con gratitudine e accettazione.
Deporre le armi fare alleanza con te stessa.

In questo caso, deporre le armi aiuta a stare meglio. E’ vincere.

Fonte: http://www.glipsicologi.info/wordpress/fecondazione_assistita.html