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venerdì 11 marzo 2016

Come proteggersi dalle persone tossiche?


Ci sono molti tipi di persone tossiche (invidiose, gelose, possessive, pessimiste, manipolatrici, etc) con cui dobbiamo convivere ogni giorno al lavoro, quando usciamo con gli amici o in famiglia.
Il segreto per impedire a queste persone tossiche di esercitare un’influenza negativa su di noi risiede proprio in noi, nel modo in cui agiamo e ci comportiamo con loro. Impedire loro di invadere i nostri pensieri, di non farci respirare o di farci del male è qualcosa che, se vogliamo, possiamo fare. Imparate a proteggervi dalle persone tossiche.

Sentimenti causati dalle persone tossiche
“Mi sento male accanto a quella persona. Mi fa sentire a disagio, non sono me stessa. Scorgo sempre una nota di gelosia nel suo sguardo. Al minimo successo che raggiungo nella vita, anche se non comporta grandi cambiamenti o non è significativo, noto che è gelosa, a disagio, infastidita.
Sento che non è felice per me e per quello che mi capita. Penso che viva sempre in una sorta di competizione, come i bambini piccoli quando dicono ‘io di più’. E io… mi sto lasciando influenzare.
La verità è che mi sento profondamente sollevata quando quella persona non c’è. Sono me stessa, mi sento allegra, non devo nascondere quello che sono né le cose belle che mi sono successe. Allora, cosa devo fare?
Non è una persona positiva per me, ma certi legami in comune ci uniscono e non è così facile allontanarla. In un modo o nell’altro è sempre presente nella mia vita. Credo che questa situazione stia diventando un’ossessione.“
Questo è il racconto di una donna che ha a che fare con una persona per lei tossica. La paura, l’insicurezza, il malessere, l’impotenza o la tristezza sono emozioni indotte dalle persone tossiche.
In generale, le persone che si lasciano influenzare dalla gente tossica o che ci convivono assieme, si ritrovano sopraffatte da una sensazione di stanchezza, di impulsività e di malessere esagerato quando sono in loro compagnia. Ma possono anche arrivare a sviluppare una certa dipendenza.
Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.
Dalai Lama
Come evitare la cattiva influenza delle persone tossiche?

  • Smettete di dar loro importanza. Le persone tossiche ci sono, d’accordo, ma volete davvero lasciare che vi rovinino il divertimento? Quando vi rendete conto che dentro di voi siete forti, che riuscite a controllare la situazione, allora riuscirete ad essere felici con voi stessi.
  • Allontanatevi cantando sottovoce. A cosa servono i litigi? A cosa serve sfinirsi nel parlare delle persone tossiche agli altri? Dimenticatele e basta, fatevi una vita, allontanatevi cantando sottovoce, sempre che sia possibile, e augurate loro il meglio.
  • Abituatevi a conviverci assieme. Non sempre è possibile allontanarsi dalle persone tossiche. Fanno parte della vostra famiglia, del vostro gruppo di amici o di colleghi di lavoro. Sono lì, e quindi? Voi pensate alla vostra vita, non discutete con loro e non cercate il loro consenso. Che dicano quello che vogliono, nel frattempo voi avvicinatevi alle persone buone, perché anche loro ci sono, non dimenticatelo.
  • Fate attenzione con le persone tossiche. Non raccontate loro i vostri segreti, le vostre cose, per questo ci sono le persone che sono felici per voi, che vi sostengono e vi amano.
  • Non parlate di loro quando non sono presenti. Più ne parlate, più vi entreranno in testa, invadendo il vostro spazio e il vostro tempo. Credete davvero che ne valga la pena?
  • Perdonatele. Conoscete i benefici del perdonare gli altri? Perdonate anche le persone tossiche, così facendo diminuiranno anche i vostri mal di testa o di stomaco. Molte delle vostre preoccupazioni si allevieranno, non credete che sia arrivato il momento di pensare a voi stessi e alla vostra salute? Non credete di esservi fatti del male inutilmente?
  • Praticate la meditazione e altre forme di liberazione. Meditate, camminate, ascoltate musica. Sono tutte armi potenti per liberare la vostra mente dai pensieri negativi.
  • Analizzate quello che le persone tossiche vi provocano e cercate di cambiarlo. Rabbia, gelosia, odio o paura? Siate lo psicologo di voi stessi, riconoscete i vostri sentimenti e non permette più alle persone tossiche di influenzarvi così. Alla fine chi sta soffrendo e passando un brutto momento siete voi, non ve ne rendete conto?
Quando avete davvero la sensazione che le persone tossiche non vi influenzano più, allora riuscirete a star bene con voi stessi e questa è la cosa più importante al mondo. La capacità di stare bene con se stessi nonostante le circostanze avverse.

FONTE: http://lamenteemeravigliosa.it/come-proteggersi-dalle-persone-tossiche/


giovedì 25 febbraio 2016

Gli effetti psicosomatici del lutto


UK. "Morire d'amore": l'idea romantica trova fondamento scientifico nei laboratori dell'Università di Birmingham.






"Uniti nella vita e nella morte. Moglie e marito si spengono a poche ore di distanza".
«Tutti conosciamo storie di qualche anziano che muore e l'altro coniuge, perfettamente sano, se ne va poco dopo. Con lo stress da lutto (...) può succedere che se l'anziano vive un trauma (come una caduta o una broncopolmonite) diventi più sensibile a nuove infezioni» (*). A spiegarlo, la ricercatrice in Medicina comportamentale Anna C. Phillips, coautrice dello studio condotto all'Università di Birmingham e pubblicato sulla rivistaImmunity and Ageing il 29 agosto 2014 (*).
Lo studio. Phillips e colleghi (*) hanno comparato l'effetto dello stress da lutto sul sistema immunitario di persone sane giovani e anziane.
Lo studio ha coinvolto: 41 giovani adulti di circa 32 anni, di cui 21 in lutto e 20 non in lutto; e 52 anziani di circa 72 anni, di cui 26 in lutto e 26 non in lutto.
I partecipanti hanno compilato questionari sulle proprie caratteristiche socio-demografiche e sui comportamenti di salute. Sono state prese in esame variabili psicosociali e risultati degli esami clinici.
In particolare sono stati osservati: le funzioni dei neutrofili (*); la concentrazione nel sangue del cortisolo (*) e del Deidroepiandrosterone solfato o DHEA Solfato (*); il rapporto fra cortisolo:DHEA Solfato (*).
I ricercatori si sono avvalsi delle tecniche della statistica inferenziale ANOVA (analisi della varianza) e hanno confrontato i dati interni ai gruppi e fra i gruppi.
Le persone in lutto di entrambi i gruppi di età hanno riportato maggiori sintomi di depressione e ansia rispetto ai gruppi di controllo.
Ciò nonostante i giovani partecipanti in lutto hanno mostrato una robusta funzione dei neutrofili e uguali livelli dell'ormone dello stress anche rispetto ai coetanei non in lutto.
Le persone più anziane in lutto invece hanno evidenziato una chiara riduzione nella produzione di neutrofili, un aumento del cortisolo, una conseguente alterazione nell'equilibrio cortisolo:DHEAS e una maggiore produzione di ROS (*) che causa uno stress ossidativo.
Questo si traduce in un effetto immunosopressivo con conseguenze in senso deteriore a carico del sistema immunitario e nervoso.
«... dopo una perdita - chiarisce la Phillips - possiamo soffrire di una ridotta funzione dei neutrofili (...) essenziali a combattere infezioni e malattie, così noi diventano vulnerabili quando questo accade» (*).
Gli effetti negativi dello stress da lutto sul sistema immunitario sono quindi più gravi nelle persone anziane, che corrono maggiori rischi di contrarre infezioni o andare incontro a patologie, quali ad esempio infezioni, osteoporosi, diabete e gravi malattie cardiovascolari.
I ricercatori giungono quindi alla conclusione che le persone più giovani non accusino gli stessi effetti dello stress sul sistema immunitario rispetto al quelle più anziane: «non hanno mostrato alcun effetto dannoso del lutto sulla funzione dei neutrofili e sulla concentrazione dell'ormone dello stress» (*).
Ammettono però che questo sia in parte dovuto al fatto che i giovani non sono soggetti a immuno-senescenza e che il declino nella produzione di DHEAS avvenga naturalmente con l'avanzare dell'età, in particolare con l'andropausa.
Tuttavia ritengono che lo studio possa rivelarsi utile per progettare percorsi anti-stress e fornire il miglior supporto possibile alle persone più vulnerabili.

Anna Phillips ha aggiunto che, per aiutare le persone a lutto di fronte al rischio di stress, si potrebbe ricorre a integratori ormonali o prodotti analoghi, tuttavia questa non è l'unica soluzione e non può sostituire il sostegno psicologico e la vicinanza di familiari e amici nel corso di un periodo di lutto.

martedì 16 febbraio 2016

Prendersi cura dell’in-Fertilità : la psicoterapia, strumento per un’esistenza fertile

In Italia così come nel mondo sono sempre di più le coppie che si trovano ad affrontare il problema dell’in-Fertilità. Molte di queste si rivolgono alla medicina della riproduzione che, grazie alla ricerca, negli anni ha trovato sempre più soluzioni e ha migliorato le tecniche di fecondazione assistita raggiungendo percentuali di successo intorno al 30% per ogni tentativo.
Tuttavia, le difficoltà di concepimento non appartengono alla sola sfera della medicina che, seppur aiutando di molto a risolvere alcuni problemi, resta sorpresa e senza parole nei casi in cui, anche quando tutti gli elementi farebbero pensare alla possibilità di un inizio di gravidanza (qualità ovocitaria, degli spermatozoi, dell’embrione e dell’endometrio), in realtà poi il “tentativo di fecondazione assistita” non va a buon fine.
È chiaro che sono molteplici le varianti che entrano in gioco e tra questi è ormai risaputo che gli aspetti psicologici ed emotivi, la qualità della relazione di coppia, il contesto e l’atteggiamento influiscono sia sul modo di affrontare il percorso, sia per la riuscita.
D’altra parte l’infertilità, come il concepimento, rappresenta senza dubbio il prodotto dell’interazione tra molteplici fattori bio-psicologici la cui individuazione aumenta ogni anno con il progressivo ampliamento delle conoscenze nell’ambito neuro endocrino e fisiopatologico, come pure dei meccanismi psicosomatici che intervengono nel permettere o meno il concepimento (Edelmann, Connolly, 1986).
Quello che ci si chiede in questo breve articolo è se in qualche modo degli interventi di psicoterapia possano influire positivamente sulla propria fertilità e sul concepimento sia esso spontaneo che successivo ad un percorso di fecondazione assistita.
Dalla mia esperienza nel lavoro con donne che affrontano il tema dell’in-Fertilità, prendersi cura del proprio mondo emotivo risulta essere importante perchè, aldilà del risultato finale, le aiuta ad affrontare meglio il percorso, sia questo naturale che assistito: nelle donne che accompagno in percorsi di psicoterapia sto assistendo infatti a maggiori inizi di gravidanza sia spontanee che successive ad un percorso di fecondazione assistita.
Ovviamente questa affermazione non vuole in alcun modo dire che la psicoterapia risolve in modo definitivo i problemi di infertilità ma, in linea con altre esperienze, vuole porre l’attenzione su aspetti che da qualche parte possono aiutare a sciogliere nodi e blocchi che ostacolano un cammino più fluido con la propria fertilità intesa in senso più ampio come esistenza fertile.
L’idea che mi sto facendo (in continua costruzione), è l’importanza di un lavoro che porti ad esplicitare ed esprimere vissuti impliciti e disturbanti, in conflitto con vissuti invece già espliciti e legati all’immaginario dell’essere figlia prima, donna e mamma dopo, della gravidanza, del parto.
Rendere esplicito l’implicito, aiuta la persona ad integrare ciò che già accetta di se stessa e ciò che ancora non accetta perché sconosciuto e giudicato inaccettabile. Tutto questo è legato ad emozioni quali rabbia, paura, angoscia. L’integrazione di parti di sé che inizialmente sono contrapposte spesso porta serenità e lascia intravedere nuove strade da percorrere.
Si lavora con i desideri che ruotano attorno al desiderio di maternità e che sembrano non avere niente a che fare con il concepimento ma che in realtà influiscono sul benessere delle persone e a volte anche sulla loro fecondità. Si passa dal senso di colpa alla responsabilità e cioè abilità a rispondere in modo più funzionale agli eventi che ci capitano nella vita. È un lavoro di co-costruzione di vuoti fertili tra terapeuta e persona che chiede aiuto. Si toglie più che aggiungere e si creano spazi per una vita fertile. Partendo da una difficoltà nel generare, si sviluppano risorse accorgendosi di quanto “altro” si può fare con la propria storia in continua trasformazione. È così che una nuova forza generatrice si risveglia portando la persona a sperimentare altro da quello che si è creduto essere fino a quel momento.
In conclusione la terapia può essere utile prima, durante e dopo la conclusione di trattamenti volti alla fecondità (Donegan, 1994), in quanto cerca di sviluppare la capacità di far emergere, anche sul piano fisico, le proprie potenzialità generative. Queste sono per lo più semplificate nel desiderio di avere un figlio: tocca alla psicoterapia ampliare e complessificare tali caratteristiche cosicché la si possa in ogni caso, con o senza il figlio, affrontare anche il desiderio conflittuale, ma prettamente umano, di scansare la filiazione (Chasseguet-Smirgel,1996) “generando” una nuova situazione di amore maturo.

mercoledì 10 febbraio 2016

RAGIONI DEL MASOCHISMO


La nostra società avvicina le donne al masochismo: la civiltà storica “maschilista” ha sempre imposto alle donne un ruolo passivo, una posizione di sottomissione e dipendenza.
Solo negli ultimi decenni i ruoli sono cambiati, e questa posizione è stata rivisitata.
Basta guardarsi intorno per vedere donne che lavorano, guidano, vivono sole e hanno una vita sessuale libera e talora promiscua; per cui oggi, parliamo ancora di masochismo, ma estendendo il significato di questo termine, sia all’uomo che alla donna, in una prospettiva sessuale e anche sociale.
“Il masochista sociale è un fallito cronico, può avere successo nella vita sociale a condizione però di fallire in quella sentimentale; ci sono esseri che non si perdonano il successo esteriore” (Sacha Nacht Le Masochisme, éd Denoël -1938 - et Le masochisme - préface : Robert Neuburger, Éditeur : Payot, 2008, Collection : Petite Bibliothèque Payot).
“È come fossero loro stessi i propri peggiori nemici; in tutto quel che fanno, riescono sempre a rovinare l'opera compiuta, rifiutano la meritata felicità (..) e, in casi estremi, fino al punto di mettere a rischio la vita medesima” (Theodor Reik d'après Freud)
Nella psicologia individuale di Alfred Adler il masochismo rappresenta il raggiungimento di uno stato per cui il  proprio sentimento d'inferiorità si manifesta, con il risultato che il soggetto, desiderante di confermare la propria connaturata incapacità, trova la sua pace in una condizione inclusa in un quadro diagnostico di "nevrosi di fallimento".
Questo conferisce al masochista un doppio potere; quello di assegnarsi il dolore ma anche di non farlo, rendendolo doppiamente forte.
Trattasi perciò di una “questione di potere”, il potere di dire “si” o “no”, il potere di portare avanti il gioco masochista piuttosto che di interromperlo.
Quindi solo in apparenza il masochista è passivo e sottomesso, in realtà, è artefice della sua sofferenza, diventando cosi “invincibile”.
In questa ottica lo psicoanalista Paul Lawrence Assoun, ritiene infine che il masochista mette in atto il proprio desiderio di castrazione, “trionfa” come vittima e si “auto-assegna la palma del martirio” (Paul-Laurent Assoun, op. cit. p. 39).
Infine  va detto che Il dolore favorisce la produzione di endorfine, che poi restano in circolo producendo una sensazione di benessere ed euforia; il limite tra piacere e dolore è quindi flessibile e sottile, tanto che queste pratiche sono tuttora diffuse perché sostanzialmente provocano si, un certo dolore, ma anche un certo piacere fisico, sia nel momento in cui le si sperimenta sia successivamente.

FONTE: https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/924-ragioni-del-masochismo

martedì 9 febbraio 2016

Separazione dei genitori e disturbi del comportamento nella prima infanzia: un approccio pluridimensionale.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma lo sfaldamento della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione.
Come vedremo più avanti, ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all'interno della coppia. Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall'angoscia che deriva dall'essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che "la battaglia" non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l'adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.
Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.
In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.
E' opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare. "Tanto non capisce" sentiamo troppo spesso ripetere, ma il "non capire" del bambino non assume un valore auto-protettivo, tutt'altro. Egli riesce, infatti, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.
Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l'elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia. Inconsciamente si rappresenta i genitori come un tutt'uno e, se nell'immagine "mammapapà" risiede la forza organizzatrice della sua personalità, possiamo immaginare allora il profondo conflitto interno che il bambino sperimenta e che gli impedisce in molti casi un corretto adattamento alla realtà. Pertanto, se egli non è aiutato, come spesso accade, ad elaborare le emozioni ed i conflitti, questi tendono a manifestarsi nella condotta con: pianto, disturbi del sonno, perdita del controllo sfinterico se già acquisito, regressione delle capacità cognitive, rifiuto del cibo, tristezza ed ansia di separazione. Nei bambini di 4-5 anni possono prevalere sentimenti di colpa insieme al timore di perdere per sempre entrambi i genitori.
Bisogna però aggiungere che, nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l'entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l'intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell'influenza di questi diversi fattori.
La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.
D'altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.


Non serve, dunque, continuare ad attribuire ogni tipo di responsabilità ai genitori. Non serve guardare indietro per vedere di chi è la colpa. Serve invece guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, utilizzando approcci diversi: psicodinamico, psicosociale, relazionale ed anche storico-culturale. Inoltre, è necessario realizzare interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale attraverso, per esempio, sedute di counseling alla coppia, creazione di gruppi di auto-aiuto o di piccoli gruppi di formazione.
Tali interventi rappresentano un'efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di "ereditarietà", certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati. In queste storie, infatti, notiamo che le persone tendono a loro volta a ripetere l'esperienza del divorzio-conflitto dei genitori. Dal punto di vista psicoanalitico questo può essere spiegato dal fatto che l'individuo sarebbe spinto da un bisogno inconscio a rivivere un'esperienza traumatica nel tentativo di controllarla e cambiarla in positivo. Il dato statistico relativo al rapporto genitori separati - figli separati non permette però generalizzazioni. Tuttavia il fenomeno, che rappresenta un aspetto della dimensione più ampia della trasmissione intergenerazionale, sta ricevendo negli ultimi anni molta attenzione da parte di psicologi di diverso orientamento, ricercatori e operatori sociali.

Cosa si trasmette da una generazione ad un'altra (e come si trasmette) in termini di valori, cultura, e comportamenti rappresenta dunque una questione cruciale sia per lo psicologo sia per il governo europero ed italiano. E, proprio quest'ultimo (contrariamente alle sue nuove linee di tendenza) dovrebbe essere maggiormente orientato alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere psicofisico dell'individuo.

venerdì 29 gennaio 2016

PSICOPATICO E NARCISISTA: IL PROFILO DEGLI AMANTI DEL SELFIE

Entra nello Zanichelli del 2015 la parola selfie, già nel 2013 parola dell’anno dell’Oxford English Dictionary, che ha spopolato sui media e di conseguenza nelle vite di tutti noi. Lo definiscono “Una fotografia scattata a sé stessi, in genere con uno smartphone che viene condivisa su un social network” e ha dato inizio ad una vera e propria mania. Ma qual è la sua funzione? Principalmente, la differenza tra il vecchio autoscatto e l’attuale selfie è l’autorappresentazione e la condivisione con gli altri. L’attività di scattare immagini a sé stessi è collegata alla dimensione narcisistica posseduta dall’individuo, alla ricerca di una gratificazione sia quando le foto si condividono, sia quando restano un fatto privato. Ma nel momento in cui diventano un fatto pubblico si cura di più la luce, la posizione e gli effetti, poi i sorrisi, le smorfie (principalmente di chi lo pubblicherà) e, più in generale, del gruppo di soggetti fotografati: insomma la chiave di volta diventa il passaggio dal privato al pubblico. Solo in questo modo, la popolarità di un selfie diventa disarmante, come quella delle stars dell’Oscar del 2014, che hanno avuto più di ottantamila condivisioni in circa tre minuti.


Sinonimo di Selfie diventano, allora, le parole “accettazione” e “appagamento”. Nonostante possa sembrare banale e scontato un legame tra ammirazione della propria immagine fisica e selfie, l’Ohio State University ne ha dato valenza scientifica. Ha condotto una ricerca che prevedeva un campione prettamente maschile di 800 uomini di età compresa tra i 18 e il 40 anni, intervistati sui propri comportamenti “sociali” di autoreferenzialità, che fanno, cioè, esclusivamente riferimento a sé stessi. Domande del genere “Quante volte scatti un selfie in un giorno?”, “Quanti di questi vengono pubblicati o condivisi?”, “In che modalità?”, “Applichi ritocchi?”, e domande sul proprio livello di autostima, narcisismo, oggettivazione di sé (qualità che raccontano quanto l’apparire sia una priorità per la persona) hanno implicato risposte di sovrastima di sé e delle proprie caratteristiche fisiche. Ciò che spaventa è una certa tendenza all’asocialità e a sviluppare psicopatie, caratterizzata da mancanza di empatia e interesse per gli altri, oltre che una tendenza a comportamenti impulsivi.
Per psicopatia si intende un disturbo caratterizzato da deficit di empatia, rimorso, emozioni nascoste, egocentrismo. Comportamenti aggressivi e probabilità di avere condotte aggressive e violente. Siamo sinceri, l’epoca Social ci presenta una realtà differente, che a volte ci estranea e rende la nostra vita emotiva povera e superficiale. Ovviamente, non significa che la selfie mania comporta necessariamente un disturbo, in quanto, ahimé, non posso negare che gli psicologi spesso (ma non sempre) amano le categorie e la bipolarità, del genere o normale o patologico.
Il fotoritocco è ovviamente più legato al narcisismo, all’insicurezza di sé e alla messa in discussione del proprio corpo, sempre sotto lo sguardo dei giudizi altrui. Il bisogno di ammirazione, l’estrema grandiosità e la carenza di empatia rappresentano il narciso perfetto, che, chi più e chi meno, un po’ rappresenta ognuno di noi.



Ormai conosciuto da grandi e piccini, anche La Repubblica, nel giorno dell’eclissi dello scorso Marzo, ha attratto l’attenzione dei lettori con un articolo intitolato “Attenzione, arriva l’eclissi ma niente selfie al sole che diventa nero”, sicuri di cogliere l’attenzione con un titolo che certamente avrebbe interessato tutti, già pronti con il cellulare alla mano. Così, il giorno dell’eclissi le bacheche di Facebook hanno raccolto tutti i cieli neri fotografati da ogni parte del Mondo, ma senza selfies. Almeno per una volta.


mercoledì 9 dicembre 2015

SONO NARCISISTA E ME NE VANTO...o forse no?


Io sono al centro.
Intendo al centro del mio mondo e di quello degli altri. Tutti mi amano, tutti mi stimano. O meglio: lo vorrei, perché è questo che mi fa stare bene. Per me l’attenzione degli altri è come la benzina per un’automobile: senza non vado da nessuna parte. Purtroppo la benzina mi finisce presto e così ho sempre questo bisogno costante di avere attorno persone che mi dicono quanto sono in gamba, quanto sono intelligente e cose simili. Ebbene sì, sono un narcisista. Ma c’è poco da stare allegri.

Narcisista io?
Del resto io sono speciale, ho stile, so parlare, valgo più delle persone di cui mi circondo. Sì, sono una spanna sopra gli altri e per loro stare con me è un onore e un privilegio. Forse non sono umile, ma un difetto bisogna pur averlo! A volte mi dicono arrogante. Secondo me però sono solo invidiosi, perché vorrebbero essere come me. Sì, sono dei mediocri: è questa la verità. Che colpa ne ho se sono il migliore?
Mi rimproverano che non mi preoccupo molto di quello che gli altri intorno a me desiderano o pensano. Mi dicono che sono insensibile e che penso solo a me. Secondo me ciascuno deve badare a se stesso e io non sono certo a disposizione delle altre persone. Mica faccio beneficenza! E se aiuto qualcuno, poi ritengo giusto che mi si ricambi con amore e fedeltà a oltranza. Quanto ad amare a mia volta, questa è un’altra faccenda.
Ho avuto molte donne, spesso più storie parallele, perché le emozioni è meglio averle a piccole dosi. Forse non ho mai amato nessuna. Cosa vuol dire poi amare?
Quando la sera torno a casa e non trovo nessuno contento del mio arrivo, allora mi sento male, mi sento un guscio vuoto. Penso con dolore che questa solitudine sia ciò che merito.
Ma è un pensiero che dura un attimo appena. Poi passa e torno vincitore. Io sono un figo, splendido e splendente. Senza gli altri però io non ne sono più così sicuro. Senza gli altri io non so chi sono, ma questa è una cosa che non posso dire a nessuno. Non voglio che pensino che sono la persona debole e mediocre che ho il terrore di essere. Show must go on!

Fonte: http://www.quipsicologia.it/sono-narcisista-e-me-ne-vanto-o-forse-no/


giovedì 3 dicembre 2015

“Uffa ho delle coscie enormi”: il fenomeno del Fat Talk tra amiche.

Il Fat talk è un fenomeno caratterizzato da una serie di conversazioni tra amiche che riguardano discorsi aventi come fulcro l’aspetto fisico.
Il Fat Talk non è altro che un fenomeno che prevede affermazioni denigratorie tendenti a promuovere l’ideale di magrezza ed è altamente pericoloso sia per chi pronuncia tali affermazioni sia per chi partecipa attivamente a tali conversazioni.


Uno studio sperimentale ha indagato il fenomeno del Fat Talk nelle relazioni amicali, ponendosi come obiettivo quello di indagare se tale fenomeno contribuisse a promuovere l’insorgenza di alcuni correlati dei disturbi dell’alimentazione quali: l’interiorizzazione dell’ideale di magrezza, l’insoddisfazione corporea, il malumore e l’intenzione di mettersi a dieta.
Sono state indagate 43 coppie di amiche di età compresa tra i 17 e i 25 anni. Tali coppie sono state invitate a presentarsi nei laboratori della University of Queensland per partecipare a uno studio a loro presentato con il nome "Chattare con le amiche”. Le amiche venivano collocate in due stanze differenti e veniva messo a loro disposizione un computer.
Al computer era predisposta la finestra di una chat attraverso la quale avrebbero potuto chattare con l’amica per commentare 20 foto raffiguranti delle celebrità, presentate una alla volta.
Inoltre veniva detto loro che il computer avrebbe assegnato casualmente a ciascuna di loro il ruolo di promotrice della discussione o di replicatrice del messaggio. In realtà entrambe le partecipanti erano disposte a rispondere a commenti già predisposti dallo sperimentatore, credendo così che questi erano provenienti dall’amica.
I commenti portavano alla creazione di tre tipi di conversazioni:
1)   condizione neutrale, commenti che non riguardavano l’aspetto ficiso ad es.:”che attrice straordinaria!”;
2)  condizione di Fat Talk, commenti che esplicitamente valutavano lo stato di magrezza o l’insoddisfazione corporea ad es.:“ sta proprio bene da quando ha perso un’po’ di chili” o “ dovrei stare più attenta a quello che mangio”;
3)  condizione positiva, commenti di accettazione e soddisfazione per il proprio aspetto fisico :”che bella quella gonna, mi starebbe benissimo!”.
Conclusasi questa fase, ogni partecipante compilava dei questionari che andavano a misurare vari aspetti quali:malumore, interiorizzazione dell’ideale di magrezza ed intenzione di mettersi a dieta ed un questionario volto ad indagare le “norme” esistenti all’interno del gruppo amicale riguardo al Fat Talk con domande del tipo:“Quanto spesso le ragazze nel tuo gruppo parlano di suggerimenti per diete/perdita di peso?” “In che modo le tue amiche sono insoddisfatte del proprio peso/forma corporea?”
Dai risultati di questo studio è emerso che i correlati dei disturbi alimentari indagati attraverso i questionari, erano presenti in maniera significativamente maggiore tra coloro che erano solite utilizzare i commenti di tipo Fat Talk. Un aspetto interessante è che le donne che non rispondevano ai commenti Fat Talk delle amiche non manifestavano effetti negativi sul proprio benessere, al contrario di coloro che vi  partecipavano attivamente, le quali riportavano un’aderenza maggiore a caratteristiche tipiche dei disturbi alimentari.
Le donne che non aderivano a tali discussioni però dovevano pagare dei costi in termini “sociali”, in quanto le donne che si conformavano maggiormente all’ideale espresso dal gruppo, venivano valutate più positivamente rispetto a chi se ne discostava.
Il Fat Talk fa sì che all’interno del gruppo amicale si crei un clima in cui l’insoddisfazione ed il malcontento verso il proprio corpo vengono perpetuati, svolgendo un ruolo causale nella promozione di atteggiamenti che favoriscono l’insorgere di disturbi alimentari. Modificare una tale modalità di comunicazione apporterebbe dei benefici non solo in termini personali ma anche all’intero gruppo amicale, anche se ciò potrebbe avere l’effetto paradossale di ridurre la qualità percepita delle relazioni amicali stesse.


Fonte:http://www.mentecomportamento.it/amiche-attenzione-al-fat-talk/





Il lato positivo

Il lato positivo - Silver Linings Playbook (Silver Linings Playbook) è un film del 2012 diretto da David O. Russell, tratto dal romanzo di Matthew Quick “L'orlo argenteo delle nuvole”, con protagonisti Bradley Cooper, Jennifer Lawrence e Robert De Niro.

Il protagonista, Pat Solitano, ha perso tutto: la moglie, la casa e il lavoro. Dopo aver passato otto mesi in un istituto psichiatrico poiché affetto da disturbo bipolare, emerso dopo aver sorpreso la moglie fedifraga, torna a vivere con i genitori, trasferendosi nella casa della sua infanzia.
Nonostante le difficoltà, è determinato a ricostruire la propria vita e a riconquistare la moglie.
Silver Linings Playbook, infatti, letteralmente significa il libretto dei risvolti positivi. I Silver Linings del titolo (ossia i risvolti positivi) rappresentano le buone intenzioni che il protagonista Pat s'impone di mettere in atto in modo da riconquistare la moglie, quali fare jogging ogni giorno, leggere i libri che la moglie fa leggere ai suoi studenti, e così via.
Durante il suo percorso riabilitativo, tra le difficoltà che i suoi propositi e la convivenza con i genitori gli comportano, Pat incontra Tiffany, una misteriosa e problematica giovane donna, che in seguito alla morte del marito si è data alla promiscuità. 

Tiffany e Pat

Tiffany si offre di aiutare Pat, l'unica persona che ha rifiutato di fare sesso con lei e le ha dimostrato amicizia, a riconquistare la moglie consegnandole una lettera, ma solo se lui in cambio farà qualcosa di veramente importante per lei: partecipare con lei a una gara di ballo.
Nel frattempo Pat deve ricucire un rapporto non facilissimo col padre, scommettitore incallito col sogno d'aprire un ristorante, e col fratello Jake, che rappresenta, con la sua realizzazione personale e professionale, lo specchio dei contrari di ciò che Pat non è riuscito a portare a termine nella sua vita.
Dopo una serie di incontri con Tiffany, culminati nella gara di ballo, Pat rivela a Tiffany di essersi innamorato di lei dal primo giorno che si sono incontrati e di sapere che lei non aveva mai consegnato la lettera alla ex moglie.

Nel tentativo di estrapolare le tematiche salienti del film emergono vari spunti a sfondo psicologico.

Primo fra tutti il tema della rabbia, che condiziona il protagonista dall’inizio del film: infatti egli viene ricoverato nell’istituto psichiatrico che fa da sfondo alle prime scene del film, proprio per un’ esplosione di rabbia, culminata in una drammatica aggressione, nei confronti dell’amante della moglie.
È per queste lesioni aggravate che viene affidato alle cure psichiatriche, che porteranno alla diagnosi del disturbo bipolare che, come racconterà Pat allo psicologo incaricato di seguirlo una volta dimesso dal centro, ha concorso al naufragare del suo matrimonio.

Si può dire che il vero protagonista de “Il Lato positivo” sia proprio il disagio psichico: addentrandoci nella vita di Pat, vediamo come in chiunque lo circondi sia presente una forte sofferenza psicologica, seppure in forme diverse.

Accanto al disturbo bipolare di Pat, che tenta disperatamente di contrastare con tutti i suoi buoni propositi (il rimettersi in forma, la costanza nello sport, la lettura del programma scolastico della ex moglie Nikki, insegnante di lettere, il suo riavvicinarsi alle vecchie amicizie, i suoi tentativi di riprendere il suo posto da docente nel liceo cittadino), vediamo delinearsi il quadro patologico della sua famiglia di origine: i tratti ossessivo compulsivi e le abitudini maniacalmente ritualizzate del padre, forte scommettitore, diventano quasi attori nella vicenda, imponendo a Pat un rientro nei vecchi schemi che avevano sicuramente caratterizzato la sua formazione; le lacrime, il panico e la natura fortemente ansiosa di una madre amorevolmente invischiata, ma sostanzialmente incapace di gestire i rapporti problematici fra i tre uomini della sua famiglia, la malattia psichiatrica del figlio, il disturbo ossessivo del marito, sono lo specchio della sua connivenza e del senso di colpa che ne deriva.
In questo quadro di disagio la vita di Pat interseca quella della giovane e altrettanto problematica Tiffany, che incarna una sofferenza diversa da quella di Pat, incapace di evolversi e lasciar andare il fantasma dell’amore nei confronti della sua ex moglie, diventato il simbolo della riappropriazione della vita che il disturbo dipolare gli ha sottratto, nonché l’unica forma di riscatto possibile, per Pat, dalla malattia.
Tiffany, al contrario, tenta di sfuggire al dolore del lutto diventando patologicamente promiscua, ballando sul confine sottile fra dipendenza affettiva, cercando nel sesso, nella compagnia effimera del contatto carnale, una via di fuga dal pensiero del suo amore perduto, e l’evitamento, tramite la scelta di molteplici partner esclusivamente sessuali, di qualsiasi contatto con una reale intimità.

È proprio l’impattare della fissità di Pat con il vivo, pulsante desiderio di superare il dolore di Tiffany che alla fine si presenta come elemento risolutore del film.

È infatti la capacità di Tiffany di spezzare la ritualizzata rincorsa di Pat a un’apparente normalità, antecedente l’esplodere del suo disturbo, il cardine di un concreto passo in avanti per entrambi.
È grazie a Tiffany, il suo coinvolgerlo in un progetto che non rientri nei suoi buoni propositi, che non sia legato alla riconquista di Nikki, la sua sofferta autenticità e la sospensione di giudizio nei confronti della patologia di Pat, che il protagonista riuscirà a lasciarsi indietro il passato e andare avanti nella sua vita.


Dott.ssa Arianna Santarsiero
Laureata in Psicologia Clinica e della Salute presso l'Università G.D'annunzio Chieti-Pescara e tirocinante presso la Obiettivo famiglia Onlus