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mercoledì 17 febbraio 2016

Dipendenza da smartphone, il guinzaglio telematico.




L’hanno recentemente definita nomofobia (no-mobile-phone-phobia), cioè la paura incontrollata di rimanere sconnessi con la rete che provoca sensazioni simili a quelle di un attacco di panico (mancanza di respiro, tremori, vertigini, battito cardiaco accelerato, ecc.). Un esperimento sociale andato in onda qualche mese fa su una delle reti Mediaset ha rilevato come tra le tante persone invitate, soltanto un ragazzo ha accettato di rimanere qualche ora senza il cellulare, confessando le proprie ansie e rivelando i sintomi di astinenza. E’ un dato ormai certo: l'utilizzo eccessivo dello smartphone provoca dipendenza psicologica e della peggiore specie. E’ simile ad una droga perché causa interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito celebrale della ricompensa, incoraggiando le persone a svolgere attività che credono daranno loro piacere. Si cade in una forma di catalessi e si finisce per estraniarsi da tutto ciò che ci circonda. Si passano ore ed ore a controllare il proprio account, a scambiare foto e messaggi o a giocare con le “app” del momento, in ogni istante della giornata, fino a notte fonda, da soli o in compagnia. In Cina hanno addirittura realizzato corsie preferenziali per chi usa lo smartphone mentre cammina.



Le persone che lo utilizzano per più di 8 ore, presentano: disturbi del sonno, accumulo di peso corporeo, aggressività, depressione, ansia patologica, patologie della colonna vertebrale a causa della postura china del collo, perdita della concentrazione e della memoria, distacco e alienazione sociale, disinteresse per gli impegni e le relazioni sociali. Inoltre manifestano quella che viene definita “trance dissociativa da videoterminale” perché oltre all’isolamento, vivono veri e propri fenomeni dissociativi: non distinguono più la vita virtuale da quella reale ed entrano nella psicopatologia. Anche se le ricerche più recenti contano quasi 176 milioni di dipendenti dallo smartphone, il fattore più allarmante è che uno studio appena pubblicato dalla Pew Foundation, rivela come il 73% degli adolescenti di età compresa tra i 13 e 17, negli USA, ne possiede uno , il 92% di questi dichiara di accedere online ogni singolo giorno, mentre il 30% ammette di essere “costantemente connesso”. I più lo usano senza filtri, con quell’ingenuità che li espone a pericoli di ogni sorta (dalla pedofilia al cyberbullismo). E l’Italia non è da meno. Sotto il bombardamento delle strategie di marketing, si stanno mettendo in commercio tablet e smartphone per i bambini che saranno di certo acquistati dai loro genitori a loro volta dipendenti e forti sostenitori del precoce possesso, ormai arresi a stereotipi, mode e miti consumistici. Sono loro che comprano, per controllare l’ansia da distacco e la vita dei figli come una sorta di “guinzaglio telematico” di cui sono inconsapevolmente agganciati loro stessi per proteggersi da personali disagi psicologici, insicurezza e senso di solitudine ( R. Carlini e G. Cozzolino). E’ possibile una cura e una prevenzione? Sicuramente si. Partendo dall’informazione nelle scuole, per studenti e genitori, dalla progettazione di percorsi educativi che riscoprano e facciano sperimentare una diversa connessione, molto più coinvolgente: quella con il proprio corpo, con le proprie sensazioni, emozioni e sentimenti. E che incoraggino la partecipazione alla vita “reale” attraverso esperienze vissute in prima persona.

mercoledì 18 novembre 2015

LA TECNOLOGIA CI RENDE SOLI

Ieri ho incontrato una vecchia amica che non vedevo da tanti anni. La conosco dai tempi dell’infanzia, e ha sempre avuto un debole per me. Io in realtà ho sempre fatto di tutto per evitarla, per passarci assieme meno tempo possibile. Non mi è mai piaciuta, forse il suo aspetto, i suoi modi di fare, la sua voce. Non so perchè, ma non l’ho mai apprezzata, nonostante lei abbia sempre fatto di tutto per starmi accanto. È una vecchia amica, ci conosciamo dai tempi dell’infanzia. Si chiama Noia.
Ero ai giardini con mio figlio. Mentre si divertiva a far scendere un cavallino dallo scivolo, io sedevo su una panchina, senza niente da fare. Non avevo un libro da leggere, avevo dimenticato a casa il telefono, quando l’ho vista arrivare. Mi si è seduta accanto, e ha preso a parlare, con quel tono lamentoso strascicato che dopo poco mal sopporto. Era tanto che non la vedevo, ma non mi era mancata per niente. Dopo cinque minuti non ne potevo più, volevo solo che se ne andasse, la sua presenza mi irritava.
La noia, non siamo più abituati alla sua compagnia.
Viviamo in una società che ha fatto di tutto per sopprimere la noia, per eliminare ogni momento vuoto, ogni attimo di esitazione, ogni spazio bianco. E ci è riuscita, ma a che prezzo.
È in questa perenne fuga dalle trame della noia, che internet ha spopolato. Abbiamo creato mezzi di comunicazione che ci permettessero di abbattere le distanze, di interconnetterci in ogni momento della giornata, di condividere ogni attimo, ogni pensiero, ogni immagine, di esaltare al parossismo il nostro bisogno intrinseco di animali sociali. Abbiamo creato nuove tecnologie che ci hanno permesso di comunicare istantaneamente con un nostro amico dall’altra parte del mondo, in tempo reale. Ma ci siamo scordati di chi avevamo vicino.
In questa corsa all’interconnessione, abbiamo perso qualcosa, siamo diventati intellettualmente e socialmente presbiti: abbiamo imparato a vedere lontano, rinunciando a mettere a fuoco ciò che ci circonda. Sappiamo cos’ha mangiato a colazione un nostro amico che non vediamo più da vent’anni, ma non sappiamo cosa ci ha appena detto nostra moglie.
Sappiamo che tal de tali ha appena avuto un figlio di tre chili e mezzo, ma non lo abbiamo mai visto, non sappiamo che odore abbia, non sappiamo quanto siano soffici le pieghe cicciottelle delle sue braccia. Nonostante abiti a dieci minuti da casa nostra.
Sappiamo che Maria è stufa che tutto le vada a finire sempre nello stesso modo, che Davide ha trovato un verme in una mela, e che Giuseppe e Lucrezia hanno una relazione stabile da un anno.
Ma ignoriamo chi essi siano. Sono nomi, di gente sconosciuta, che chissà perchè figura tra le nostre amicizie di Facebook.
E senza telefono, in compagnia della mia amica Noia, compagnia di cui avrei fatto volentieri a meno, ho iniziato a guardarmi attorno, ad osservare il film delle persone che scorreva accanto a me.
Ho visto una coppia di innamorati, lui che parlava, mentre lei assorbiva altro da uno smartphone.
Ho visto un padre far scorrere ossessivamente il dito sullo schermo del telefono, sbirciando senza interesse ogni aggiornamento di stato di un social forum.
Ho visto un gruppo di ragazzi su una panchina, in silenzio, ognuno impegnato a scrivere qualcosa a qualcuno dall’altra parte della città, senza proferire parola tra loro.
Ho visto un bambino cercare con insistenza le attenzioni di una madre distratta, curva sul suo telefono, che sorrideva di chissà quali verità, senza accorgersi di suo figlio.
E ho alzato gli occhi, mi sono messo a leggere quello che mi circondava, gli alberi salire nel cielo, le loro fronde a coprirmi dal sole, lo stormire delle foglie, il cinguettio allegro di invisibili uccelli, l’oro dei riflessi nel letto dell’Arno, le canoe coi loro remi solcare le acque, un cane riportare una palla al proprio padrone, le auto scorrere vicino con le loro storie e le loro realtà.
E in quel momento sono stato contento di aver dimenticato a casa il telefono. Ho guardato la mia amica Noia, e l’ho ringraziata, perchè senza di lei non mi sarei mai ricordato di leggere il mondo che mi circondava, godendo di quegli attimi preziosi, di quelle sensazioni, di quelle immagini comuni che troppe volte mi dimentico di vivere.
Quante cose ci perdiamo ogni giorno, curvi su quegli schermi luminosi, ad assorbire l’inutilità, ad impregnarci di cose senza senso, a perdere tempo, a perderci la bellezza della vita, che ogni giorno si dispiega accanto a noi.
E a quel punto mi sono alzato, sono andato da mio figlio ancora intento a far scivolare il suo cavallino. “Babbo”, mi ha detto, “vuoi giocare anche te?”. L’ho guardato, gli ho sorriso, ho salutato la mia amica, che se ne stava andando, e mi sono sentito felice.


mercoledì 1 luglio 2015

TINDER: L’ “AMORE” A PORTATA DI CLICK…

«Tinder è come la gente si incontra. Esattamente come nella vita reale, ma è molto meglio!», recita il motto dell’app ufficiale. Nel giro di un anno è stata tradotta in 24 lingue diverse e con oltre 10 milioni di utenti attivi ogni giorno, Tinder rappresenta l’alternativa mobile dell’universo dei sistemi online di incontri.
Ma che cos’ è Tinder? E’ un'applicazione nata in California nel settembre 2012 in ambito universitario, che aiuta coloro che la scaricano a trovare persone di sesso opposto o uguale affini. Tutto ciò  collegandosi al proprio profilo Facebook, consentendo di selezionare le foto migliori che si hanno a disposizione, indicando di attivare un GPS per una localizzazione vicina e si comincia così con una serie di riscontri con le persone che sono state selezionate. Se si riceve un feedback, allora si ha la possibilità di cominciare a chattare e a conoscere la persona.
Tinder è una dating app, o meglio una matchmaking app che ha l’obbiettivo di accoppiare persone. Niente di nuovo sul fronte occidentale, dato che ormai la gente si conosce per lo più via social.
E’ un’applicazione in piena fase di boom, con cui è possibile organizzare incontri occasionali in pochi secondi. Sta diventando ogni giorno più popolare e frequentato in tutto il mondo e non solo tra giovani e single. Infatti, ora sembra essersi diffuso anche tra donne e uomini di mezza età, anche se al momento rappresentano solo una piccola percentuale degli utenti.
Una volta installata l’applicazione si può entrare subito nel social network accedendo tramite account Facebook. Non bisogna nemmeno stare attenti alla privacy perché nessuno saprà chi siamo su Tinder, a meno che non ci sia un contatto reciproco.
Inoltre, l’applicazione non pubblicherà nulla su Facebook senza permesso, quindi, se non si vuole, nessun  amico saprà che si sta utilizzando Tinder.
Ecco che si può già evidenziare il perché questa applicazione sta diventando così popolare.
Innanzitutto ciò è dovuto alla sua semplicità di utilizzo (niente lunghi questionari da compilare per accedere); il login rapido attraverso Facebook (condivide solo il nome e le sei immagini autorizzate); la sua capacità di realizzare ciò che promette, ovvero incontri occasionali con un ragazzo o una ragazza che ci piace e a cui piacciamo, almeno fisicamente; e soprattutto il meccanismo di geolocalizzazione.
Questi incontri, che spesso hanno lo scopo di ottenere facili rapporti sessuali, riflettono quelle che sono le esigenze della società di oggi, come la rapidità e la semplicità. L'utente riceve infatti, come accade in realtà in molti altri servizi simili, una carrellata di facce in base a dove si trova: con un semplice gesto accetta o meno l'eventuale connessione (uno swipe o un tocco a destra equivale a via libera, uno a sinistra, avanti un altro o un'altra) che, se confermata, dà inizio alla chat.
Chi ha installato Tinder sembra trascorrerci molto tempo, infatti vi è anche il rischio di dipendenza.
Secondo la rivista Business Week, in media i follower di Tinder (chiamati anche tinderer) controllano l'applicazione 11 volte al giorno per sette minuti a volta, prova che genera non poca dipendenza.
Inoltre, questa applicazione permette momenti di gratificazione istantanea a cui è difficile rinunciare e con essa, quindi in rete, esprimere il proprio consenso o accettare un rifiuto è molto più confortevole rispetto a quando accade nella vita vera.
Ma oltre a Tinder esistono molte altre applicazioni simili che hanno più o meno lo stesso scopo.
Tra queste vi sono ad esempio “Happn”, utilizzata per rintracciare persone incrociate casualmente per strada; “ Down”, utilizzata per far spere ai proprio amici, e anche agli amici degli amici di Facebook, che si vorrebbe andare a letto con loro e non con degli sconosciuti; “Grindr”, utilizzata per facilitare l’incontro tra persone omosessuali e bisessuali; “Grouper” , che organizza l'incontro tra due persone e poi dà la possibilità ai partecipanti di portare con sé due amici. Ma queste sono solo alcune tra le tante applicazioni disponibili in rete.
Quindi il mondo digitale si trova ad influenzare la vita ed i nostri comportamenti, molte volte magari aiutandoci ad essere più organizzati, altre volte un po' meno, creando, come visto, una vera e propria dipendenza da telefonino.
Per cui bisognerebbe stare molto attenti a non farsi influenzare e riuscire a distinguere la vita reale da quella che viene “vissuta” in rete.

Dott.ssa Antonia Malpede


Laureata in Psicologia e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus

mercoledì 21 gennaio 2015

LA VITA DENTRO UNA STANZA

“Gli atomi entrano nel mio cervello,
eseguono una danza e se ne vanno;
atomi sempre nuovi ripetono la stessa danza, ricordando quella di ieri” 
Feynman R.P

Il fenomeno degli Hikikomori, molto sviluppato nella società giapponese, ha fatto la sua comparsa solo di recente in Europa e in Occidente, e si sta diffondendo a macchia d’olio interessando sempre più giovani anche in Italia.


Il termine Hikikomori deriva dal giapponese ”hiku”, tirare, e “komoru”, ritirarsi, cioè “stare in disparte,isolarsi”.
Gli Hikikomori, hanno la tendenza a ritirarsi nella propria stanza senza più uscirne per lunghi periodi di tempo. Si tratta di un volontario isolamento che può durare dai 6 mesi ad alcuni anni, in cui non si hanno contatti con l’esterno, vengono abbandonati gli amici e ogni forma di comunicazione con la famiglia. 
Questo fenomeno coinvolge soprattutto i giovanissimi anche se non risparmia personepiù grandi. Ad essere principalmente coinvolti sono i soggettidi sesso maschile, con un estrazione sociale medio-alta, e uno stile di vita sedentario. Gli Hikikomori dedicano il proprio tempo ai fumetti e al pc, invertono il ritmo sonno-veglia, e consumano il cibo in solitudine,evitando ogni 
contatto con l’esterno. Ritirandosi dalla società si ritirano anche dalle normali attività quotidiane;abbandonano la progettualità, hanno maggiori possibilità di sviluppare dipendenza da internet e di manifestare espressioni di violenza e aggressività.

Le cause del fenomeno in Giappone
Le cause di questo fenomeno allarmante sono da ricercare all'interno della società e della cultura giapponese.
Spesso il primo segnale di un probabile Hikikomori è rappresentato dal rifiuto scolastico. In Giappone il sistema scolastico è molto rigido e competitivo; molte scuole non prevedono spazi relazionali né attività fisica, e spesso si studia anche 12 ore al giorno. La percezione di questa forte pressione all'autorealizzazione spinge chi non ha le competenze e la motivazione per reggerla a rifugiarsi nel mondo sicuro della propria stanza.
Un’ulteriore causa dell’abbandono scolastico è rappresentata da una sorta di fobia legata all'aver vissuto esperienze di bullismo, fenomeno in Giappone particolarmente diffuso.
Non sono, inoltre, da sottovalutare le dinamiche familiari.Uno stile educativo caratterizzato da eccessivo attaccamento e iperprotettività, genera nei ragazzi un sentimento di inferiorità e inadeguatezza rispetto alle aspettative troppo elevate dei genitori.La paura di non riuscire a raggiungere ciò che gli altri si aspettano li spinge a chiudersi in se stessi. Spesso nelle famiglie giapponesi la figura paterna è assente a causa dei ritmi di lavoro insostenibili. La mancanza del padre non solo priva il bambino di una figura genitoriale fondamentale, ma favorisce anche lo svilupparsi di un legame di dipendenza tra madre e figlio (in Giappone “amae”) che si riscontra in molti casi di Hikikomori.
Infine, i ritmi estenuanti e le difficoltà della società moderna hanno contribuito a far nascere in questi ragazzi un forte sentimento di rifiuto verso il mondo esterno. L’Hikikomori è infatti un ragazzo che, per scelta o per limiti caratteriali, decide di vivere isolato dalla società.

Differenze socio-culturali tra Giappone ed Europa
Il fenomeno Hikikomori giapponese e quello europeo presentano molte differenze socio-culturali. La cultura giapponese è caratterizzata dalla presenza di regole eccessivamente rigide alle quali i giovani si ribellano rifugiandosi nella propria casa, come forma di protesta silenziosa. In Occidente, invece, è l’assenza di un sistema coerente di regole sia sul piano sociale, relazionale che lavorativo a creare nei giovani la percezione di sentirsi inadeguati, e non riuscendo a trovare il proprio ruolo nel mondo, tendono a rifugiarsi in una realtà più rassicurante.
Un’altra differenza fondamentale tra Oriente e Occidente è che gli Hikikomori europei fanno un uso molto massiccio ed eccessivo delle nuove tecnologie, mantenendo un contatto con l’esterno tramite internet. Per tale ragione questo fenomeno viene spesso associato e confuso con il disturbo da dipendenza da internet (IAD). La comunicazione virtuale per gli Hikikomori europei rappresenta l’unica forma di relazione.

Hikikomori e Dipendenza da Internet
Spesso la dipendenza da internet viene indicata tra le cause dell’isolamento. Ciò non è sempre corretto. Molti Hikikomori infatti non usano affatto le nuove tecnologie, o comunque non sviluppano un rapporto di dipendenza da esse. In questi casi l’isolamento è totale.
Hikikomori e Dipendenza da internet (Internet Addiction) sono quindi due cose diverse, ma che allo stesso tempo possono incrociarsi.
L'isolamento e la solitudine possono spingere l'individuo a cercare nella rete l'unico mezzo di contatto con il mondo esterno:in questo caso, l'uso di internet è conseguenza e non causa dell'isolamento. Al contrario, se è l'abuso di internet che spinge l'individuo verso un graduale allontanamento dalla società, allora si può parlare di Dipendenza da Internet.
In Italia, rispetto al Giappone, questa differenza è meno netta e i due fenomeni appaiono spesso come due facce della stessa medaglia.

Quando si può parlare di Hikikomori?
Chi passa ore al computer, per esempio per studio o lavoro, non può essere considerato in pericolo. Il fattore discriminante è legato al rapporto che la persona mantiene con il mondo esterno. Il campanello d’allarme si ha quando il virtuale diventa una via di fuga dalla realtà.
Gli Hikikomori sono giovani che rifiutano qualsiasi contatto che non sia mediato da un computer ed evitano di uscire dalla propria stanza per mesi o per anni.
Non esiste ancora una collocazione di questo disagio all’interno dei manuali diagnostici. Tuttavia,i criteri individuati sono: il ritiro sociale da almeno 6 mesi, la riduzione delle relazioni e incapacità di comunicazione, l’inversione del ritmo sonno-veglia, il rifiuto scolastico o lavorativo e la noia. Tale fenomeno può presentarsi in soggetti depressi o con comportamenti ossessivo-compulsivi.

Il ritiro dalla società avviene gradualmente, per cui è importante osservare i cambiamenti del comportamento:i ragazzi possono apparire infelici, diventare insicuri, timidi, arrabbiati, iniziare a parlare di meno e a non frequentare più i loro amici.
E’fondamentale un intervento tempestivo per evitare l’emergere di ulteriori complicazioni e patologie che spesso si associano al fenomeno dell’Hikikomori, mirando a migliorare le relazioni e le capacità di interagire,attraverso un percorso terapeutico che possa produrre esiti positivi.

“Hikikomori è una svolta inaspettata in un sentiero diventato insidioso, un luogo di difesa dove tenere nascosto il proprio Sé stanco e inadeguato, un riparo segreto” 
Carla Ricci

- Carla Ricci, Hikikomori: narrazioni da una porta chiusa (2009)

Dott.ssa Rossella Scelza