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mercoledì 24 febbraio 2016

IL TRADIMENTO E LE RESPONSABILITÀ NELLA RELAZIONE DI COPPIA


Il tradimento rappresenta una delle esperienze più dolorose, nella vita a due, poiché mette in discussione dignità, rispetto, lealtà nella relazione con l’altro. Si può superarlo?
Il tradimento è una delle esperienze più dolorose che si possono vivere in una relazione, ma anche se stravolge la percezione di sé, del partner, e della coppia, statistiche piuttosto recenti, (2010), rivelano che la maggior parte dei tradimenti, anche se scoperti, non portano alla rottura della relazione a causa del valore intrinseco, costituito dalla istituzione familiare in sé e dal fatto che la colpa non è mai tutta solo da una parte.
Se ciò può risultare confortante, dall'altro canto, si renderebbe necessaria una profonda e reciproca chiarificazione di che cosa abbia innescato questo evento, attraverso un reciproco chiarimento, anche se doloroso.
Quando una coppia accusa dei malesseri, prima ancora che questi vengano agiti, vi è sempre una "corresponsabilità", e nessuno dei due , può sentirsi solo "vittima" o solo "aguzzino".

La confessione di un tradimento come messaggio di disagio
Il processo del tradimento comporta destabilizzazione nella coppia, e spesso percezione dell'altro come se fosse un estraneo, uno sconosciuto, un traditore, come una pugnalata inattesa e non sospetta.
Tradire mette a rischio le basi di una relazione soddisfacente: fiducia, sicurezza, stima, lealtà, progetti comuni, ed espone il legame al timore di nuove ricadute, con compromissione della stabilità della stessa. In altri contesti, questa esperienza, può divenire occasione per riflessioni individuali, e reciproche, divenendo presupposto di chiarimenti per proseguire il cammino su basi diverse. Rendere esplicito un tradimento o fare in modo che divenga noto all'altro, è molto simile ad inviare "un messaggio di disagio" al pari degli adolescenti, quando lasciano il loro diario ben in vista ai genitori! Ma questo significa che ogni coppia è esposta al rischio di tradimento?

Il rischio del tradimento
Non escludo possano esserci coppie predisposte, ma ritengo che, nella scelta del partner, ognuno di noi sia esposto a dei meccanismi psicologici, che il primis, risulta difficile capire. Tali aspetti, di solito, sono molto meno presenti, in successive unioni, se il soggetto è stato sufficientemente onesto con sé, da comprendere le motivazioni del precedente insuccesso, anziché seguire la strategia del chiodo schiaccia chiodo.
Nel precisare questo, non faccio riferimento né a flirt, né a storie di breve durata ed intensità, ma a situazione dove ciascuno dei due arriva a maturare e condividere un progetto di vita comune con qualcuno di diverso dal partner.



Disfunzionalità nella costituzione della coppia
Quando l'innamoramento finisce (e gli studi parlano di un tempo massimo entro i primi due anni) quando si progetta una vita insieme per sottrarsi ai conflitti familiari, piuttosto che continuare a restare perennemente attaccati al cordone ombelicale, con tanto di vacanze condivise, pranzi domenicali prefissati e quant'altro, qualche problema sorgerà inevitabilmente!
In più altra situazione pericolosa è quella generata dallo stereotipo mentale che il "giorno del matrimonio" si identifichi con il matrimonio, ritenendo di essere arrivati a quanto si desiderava, anziché considerare il giorno delle nozze, un giorno di festa.
Al risveglio dal "fiabesco torpore" la realtà risulta diversa: deludente, noiosa, insignificante, poiché distorte erano le aspettative originarie.
Se, le parti coinvolte sono portatrici di valori comuni, di sufficiente flessibilità mentale, di interessi da condividere, di voglia di "crescere insieme" nel rispetto delle caratteristiche e dei tempi di ognuno, credo si possa approdare a qualcosa di gratificante, e volutamente conquistato.
Nella scelta del partner, spesso , noi non vediamo, o meglio non vogliamo vedere la realtà, immersi nell'idealizzazione dell'altro.
L'idealizzazione, cede poi il passo all'identificazione, ovvero al "voler vedere" l'altro come simile a noi. In questa logica si collocano affermazioni-tipo: " lo cambierò". Altra illusione!
Fra i rischi più comuni di quando il legame si crea ci sono quelli di creare personali economie emotive malsane. Pensare di staccarsi dalla famiglia di origine; rientrare negli standard sociali, fruire di una miglior posizione economica; realizzare una famiglia propria; credere che il partner assolva a pregresse funzioni genitoriali offrendo protezione e rassicurazione costanti, sono fra le più pericolose.
Finita la fase dell'innamoramento difficoltà a chiedere aiuto, ad esprimere i propri sentimenti, insoddisfazioni negate, aspetti narcisistici che richiedono conferme di essere piacenti e di aver successo, può condurre alla ricerca di partner sempre diversi, per colmare la vulnerabilità e la fragilità individuale, che si interfaccia con un'amata che si nutre di fantasie e sogni che non troveranno corrispondenza nella realtà.
In questo stato d'immaturità affettiva, in assenza di un ascolto di sé, il tradimento, dapprima ammiccante ed adrenalinico, va ad intaccare il patto di fiducia e fedeltà originario, presupposto della stabilità e continuità della coppia.

Cosa succede in chi tradisce?
Chi tradisce cerca di fuggire dal legame costituito, anche perché gli risulta faticoso avere un rapporto intimo, esclusivo con una persona. Spesso non viene fatta menzione al partner dell' insoddisfazione relazionale, schermandosi dietro una facciata di stabilità e coerenza.
L'evento dirompente insito nel tradimento, mette a nudo le carenze comunicative all'interno della coppia, cui può seguire distacco ed allontanamento, sul piano cognitivo, emotivo, sensoriale.
Il disagio che aleggia all'interno della coppia, anche se silente, può sfociare o nella passiva accettazione dell'altro, pur di non restare soli; piuttosto che ricercare qualcun'altro che lenisca la delusione e il vuoto. In alcuni casi, l'effetto è così destabilizzante, che l'unione si spezza in modo irreversibile. Altri invece, attraverso un sofferto percorso, anche con eventuale aiuto psicologico, riescono a "ripartire", pur nella consapevolezza che quanto accaduto, lascia una profonda ferita.
Ne derivano le incapacità di prendersi responsabilità, operare scelte impegnative e vincolanti, sia lavorative che familiari.



Dalla crisi si può uscire
La crisi di coppia, a seguito di un tradimento, può divenire occasione per un confronto e per costituire la relazione su nuove e diverse basi, rispondenti a bisogni nuovi per entrambi.
Quando non è il timore della solitudine e della riorganizzazione della vita, ma sono i sentimenti di ognuno e l' interesse, si può pensare se questi presupposti possono divenire prodromici di un "nuovo inizio".
Lasciare conflitti irrisolti, negarli, nascondere segreti, che poi verranno alla luce, è quanto di peggio, in quanto apporta malessere, insoddisfazione, distanza emotiva e fisica, sottraendo vitalità e opportunità di aiuto. Prediligere costanti presenze familiari, piuttosto che amicali, spesso è un modo per limitare le occasioni di "rimanere soli".
Necessita flessibilità, fermezza, comprensione reciproca per "rivedere e ridiscutere" quanto considerato "scontato". Dare per scontato quanto mai chiaramente comunicato, è una trappola della mente, un terribile nemico che espone alla corrosione del rapporto, e alla sua possibile disgregazione.
Nuovi incontri sociali, cambiamenti esterni, sede di lavoro, di abitazione, lutti, nascite, malattie, sono fattori precipitanti, che portano a modificazioni nell'equilibrio della coppia e che non possono essere ignorate, in quanto parte della vita.

L'eventuale percorso psicologico della coppia
L'intervento psicologico, laddove accettato e richiesto da entrambi, mira a comprendere le modalità comunicative tra i partner, l'intimità emotiva e fisica esistente e pregressa, la capacità di gestire i conflitti, svelare aspettative desiderate ma mai dichiarate, le modalità di ognuno a far fronte agli eventi critici, a riportare alla mente ricordi comuni di vita, ricostruendo la loro storia affettiva, per apportare chiarezza, sciogliere nodi.

Obbiettivo non è necessariamente ed esclusivamente la riconciliazione, ma almeno la possibilità di un confronto onesto e schietto, che non lasci sospesi e consenta, un processo trasformativo e maturativo, in cui anche l'amarezza, la delusione, il dolore prendano "senso" e "significato".

RIPRENDERE LA VITA SESSUALE DOPO IL PARTO


Un problema molto diffuso tra le neo-mamme è la difficoltà a riprendere la vita sessuale. Una soluzione è nella relazione di coppia e nelle tecniche di rilassamento.
Ebbene, il piccolo è nato e la vita riprende con nuove e vecchie abitudini. La neo-mamma ha da poco vissuto l'esperienza forte (fisicamente ed emotivamente) del parto e sta adattando la sua quotidianità al bimbo appena arrivato.
Le ragioni per cui è difficile riprendere la vita sessuale
Un problema molto diffuso tra le neo-mamme è la difficoltà a riprendere la vita sessuale. Le ragioni sono diverse: il sesso potrebbe essere stato messo da parte negli ultimi mesi di gravidanza e, per il corpo femminile l'astinenza può essere un fattore che riduce il desiderio; la neo-mamma potrebbe essere stanca e confusa dai nuovi ritmi e abitudini, forse dal poco sonno; il parto potrebbe aver richiesto un taglio cesareo oppure potrebbero esservi state delle lacerazioni spontanee vaginali. In questi ultimi casi è il timore di sentire dolore a bloccare il desiderio e la ricerca della sessualità. È frequente che le donne dopo il parto, soffrano di dolori alla penetrazione, per motivazioni puramente organiche oppure frammiste a motivazioni psicologiche. Il dolore è comunque reale e va rispettato.
È possibile, anche, che l'allattamento porti la neo-mamma e percepire il suo corpo solo in funzione delle necessità del bambino o che viva con imbarazzo i rapporti per le fuoriuscite di latte dal seno (causate dai livelli di ossitocina): potrebbe esservi anche una scarsa lubrificazione vaginale (causata dai livelli di prolattina) e, in alcuni casi, disagio legato al proprio corpo che la donna teme non essere più attraente agli occhi del partner.
Alcune donne, infine, associando strettamente la sessualità alla maternità, rifiutano l'atto sessuale perché inconsapevolmente si proteggono da un'ulteriore gravidanza.


La coppia come motore per recuperare il desiderio
Per recuperare una sessualità serena i partner possono partire dal piacere di stare insieme. La coppia, infatti, è l'elemento portante del sistema familiare e la relazione di coppia va nutrita per garantire al piccolo un clima sereno e amorevole.
Vanno ritagliati spazi per la coppia (una passeggiata, una cena, una serata al cinema) chiedendo supporto a familiari ed amici per lasciare a loro la cura del piccolo per qualche ora; vanno condivisi i compiti, le emozioni, i pensieri e le preoccupazioni rispetto al nuovo ruolo genitoriale ed è importante ritrovare l'intimità di coppia dopo il parto. L'intimità si manifesta, in primo luogo, attraverso carezze, coccole, baci, abbracci e vicinanza fisica. La ripresa della vita sessuale deve avvenire senza forzature, con serenità e senza fretta. Servono tempo, pazienza e comprensione da parte di entrambi.
Quando riprendere i rapporti sessuali
Il ginecologo, in genere, suggerisce di riprendere i rapporti sessuali dopo circa quaranta giorni dal parto. Una ricerca del 2013 ha rilevato che occorrono dalle 6 alle 24 settimane dal parto per riprendere una sessualità spontanea e gratificante. La coppia può venire incontro ai disagi fisici attraverso lubrificanti e contatti graduali che non prevedano un'immediata penetrazione. Nel caso di Nel caso in cui non si desideri un'altra gravidanza è importante che vengano prescritti anticoncezionali specifici utilizzabili durante l'allattamento.


E se il desiderio proprio non ritorna?
Nel caso in cui il desiderio sessuale continui a non emergere, è buona regola non allarmarsi e, al contempo, non aspettare che il desiderio ritorni da sé. Esso va coltivato perché tende ad autoalimentarsi e, una volta ripresi i rapporti, piano piano aumenterà.
In caso di difficoltà nel riprendere i rapporti sessuali, la neo-mamma può rivolgersi ad uno psicologo che la aiuti a recuperare concentrazione, attenzione e cura di sé attraverso alcuni colloqui ed incontri in cui imparare tecniche di rilassamento, di accettazione e di consapevolezza del proprio corpo.
Le tecniche di rilassamento permettono di gestire meglio la propria risposta corporea, ridurre e controllare il dolore fisico, riappropriarsi del piacere fisico e della condivisione dell'intimità con il partner. Per favorire il recupero di una sessualità serena, ci si avvale di protocolli specifici per la respirazione e la contrattura muscolare che vengono integrati ad attività immaginative ed esercizi di consapevolezza corporea.
Molto utile associare a questo lavoro alcuni incontri di coppia per offrire ai neo-genitori uno spazio di comunicazione sul tema sessualità a volte non adeguatamente affrontato nel quotidiano.



martedì 16 febbraio 2016

IL GASLIGHTING O MANIPOLAZIONE MENTALE


Il termine “Gaslighting” deriva dal titolo del film “Gaslight” del 1944 del regista americano Georg Cukor con Ingrid Bergman e Charles Boyer.Il film si svolge nell’Inghilterra vittoriana dove un gentiluomo persuade la giovane moglie ad abitare nella vecchia casa dove è cresciuta e dove fu assassinata (da lui, naturalmente) sua zia e con una diabolica strategia psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa, la spinge sull’orlo della pazzia.
Da qui, il termine gaslighting è utilizzato per definire un crudele comportamento manipolatorio messo in atto da una persona abusante per far si che la sua vittima dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, cominci a sentirsi confusa, creda di stare impazzendo.
Il gaslighter, così viene definito colui che mette in atto tale manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello. La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono relazionalmente vicini, quasi sempre partner o parenti stretti.


 Il comportamento di gaslighting attraversa tre fasi fondamentali:
1) Incredulità: la vittima non crede a quello che sta accadendo nè a ciò che vorrebbe farle credere il suo “carnefice”
2) Difesa: la vittima inizia a difendersi con rabbia e a sostenere la sua posizione di persona sana e ben “piantata” nella realtà oggettiva
3) Depressione: la vittima si convince che il manipolatore ha ragione, getta le armi, si rassegna, diventa insicura e estremamente vulnerabile e dipendente.
Esistono tre categorie fondamentali di manipolatore:
1) il bravo ragazzo che sembra avere a cuore solo il bene della vittima ma in realtà antepone ad ogni altra cosa i propri bisogni
2) l’adulatore che attua la manipolazione in maniera strategia lusingando la vittima
3) l’intimidatore che utilizza il rimprovero continuo, il sarcasmo, l’aggressività diretta

Lo scopo del comportamento di gaslighting, comune alle tre categorie di manipolatori, è ridurre la vittima a un totale livello di dipendenza fisica e psicologica, annullare la sua capacità di scelta e responsabilità.
Si tratta di una grave forma di perversione relazionale che rende le vittime talmente assuefatte e dipendenti da essere nella maggior parte dei casi inconsapevoli rispetto a ciò che sta loro accadendo. La violenza si cronicizza non appena la vittima entra nella fase depressiva, quella in cui si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore (che si prende cura di lei, la capisce, la sostiene) che non a caso è spesso addirittura idealizzato. Ecco che si crea così il paradosso, in cui la vittima idealizza il proprio carnefice.

Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza. Più spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, altri familiari, amici o colleghi. E’ allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sé che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa.

martedì 9 febbraio 2016

Separazione dei genitori e disturbi del comportamento nella prima infanzia: un approccio pluridimensionale.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma lo sfaldamento della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione.
Come vedremo più avanti, ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all'interno della coppia. Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall'angoscia che deriva dall'essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che "la battaglia" non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l'adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.
Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.
In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.
E' opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare. "Tanto non capisce" sentiamo troppo spesso ripetere, ma il "non capire" del bambino non assume un valore auto-protettivo, tutt'altro. Egli riesce, infatti, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.
Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l'elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia. Inconsciamente si rappresenta i genitori come un tutt'uno e, se nell'immagine "mammapapà" risiede la forza organizzatrice della sua personalità, possiamo immaginare allora il profondo conflitto interno che il bambino sperimenta e che gli impedisce in molti casi un corretto adattamento alla realtà. Pertanto, se egli non è aiutato, come spesso accade, ad elaborare le emozioni ed i conflitti, questi tendono a manifestarsi nella condotta con: pianto, disturbi del sonno, perdita del controllo sfinterico se già acquisito, regressione delle capacità cognitive, rifiuto del cibo, tristezza ed ansia di separazione. Nei bambini di 4-5 anni possono prevalere sentimenti di colpa insieme al timore di perdere per sempre entrambi i genitori.
Bisogna però aggiungere che, nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l'entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l'intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell'influenza di questi diversi fattori.
La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.
D'altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.


Non serve, dunque, continuare ad attribuire ogni tipo di responsabilità ai genitori. Non serve guardare indietro per vedere di chi è la colpa. Serve invece guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, utilizzando approcci diversi: psicodinamico, psicosociale, relazionale ed anche storico-culturale. Inoltre, è necessario realizzare interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale attraverso, per esempio, sedute di counseling alla coppia, creazione di gruppi di auto-aiuto o di piccoli gruppi di formazione.
Tali interventi rappresentano un'efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di "ereditarietà", certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati. In queste storie, infatti, notiamo che le persone tendono a loro volta a ripetere l'esperienza del divorzio-conflitto dei genitori. Dal punto di vista psicoanalitico questo può essere spiegato dal fatto che l'individuo sarebbe spinto da un bisogno inconscio a rivivere un'esperienza traumatica nel tentativo di controllarla e cambiarla in positivo. Il dato statistico relativo al rapporto genitori separati - figli separati non permette però generalizzazioni. Tuttavia il fenomeno, che rappresenta un aspetto della dimensione più ampia della trasmissione intergenerazionale, sta ricevendo negli ultimi anni molta attenzione da parte di psicologi di diverso orientamento, ricercatori e operatori sociali.

Cosa si trasmette da una generazione ad un'altra (e come si trasmette) in termini di valori, cultura, e comportamenti rappresenta dunque una questione cruciale sia per lo psicologo sia per il governo europero ed italiano. E, proprio quest'ultimo (contrariamente alle sue nuove linee di tendenza) dovrebbe essere maggiormente orientato alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere psicofisico dell'individuo.

martedì 1 dicembre 2015

IL PRINCIPE AZZURRO ESISTE DAVVERO?



Il principe azzurro è un personaggio tipico che appare in numerose fiabe, un principe che soccorre la damigella in difficoltà; in genere supera ostacoli e affronta pericoli per liberarla da incantesimi o da orchi e draghi.
Proprio perché è un “simbolo”, il Principe Azzurro viene spesso citato nel linguaggio comune per riferirsi a un ideale romantico di “compagno o marito”.
"Aspettare il Principe Azzurro" è una espressione consueta per riferirsi a una donna alla ricerca dell’uomo perfetto, bello bravo e coraggioso.


La questione è: il principe azzurro esiste per davvero?

Diciamo che ogni ragazza ha il suo personale ideale, anche se sembrano tutti confluire sulla perfezione.
Diciamo che con gli anni e l’esperienza, questo ideale si personalizza, ogni ragazza matura sempre di più il suo proprio ideale.
Si passa dalle ragazze che ancora credono alla perfezione, forse negli anni dell’adolescenza, a quelle che si “accontentano del meno peggio” consapevoli che la perfezione non è di questo mondo.
Date queste premesse, forse controcorrente, il vero principe azzurro è quella che favorisce la nostra autonomia.
È vero, Il principe azzurro è gentile e galante, ma forse è colui che facilita la crescita personale e autonomia.
Certo può essere gentile e cooperativo, ma soprattutto val la pena che sappia rispettare il desiderio di crescita e autonomia della sua amata.
Il principio di base è che per essere bisogna “diventare” e diventare significa sviluppo delle proprie risorse, il che implica la presa di coscienza realistica delle proprie capacità e competenze e voglia di metterle in circolo.
In particolare l’Autonomia affettiva trova il suo corrispettivo negativo nella simbiosi e dipendenza, che invece limita e rende insicure e deboli.
L’autonomia affettiva cresce e si sviluppa in famiglia, nell’amicizia, nel gruppo e nella coppia.
Tutte esperienze che ci consentono di esprimerci e sperimentare le nostre capacità senza la paura dei giudizi esterni.


https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/564-principe-azzurro

giovedì 26 novembre 2015

Gaslighting – Quando l’amore fa male!


Lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole.
Philip K. Dick

L’amore è una bellissima parola, essere in coppia è una fantastica avventura, ma non tutte le avventure arrivano alla scoperta del loro personale tesoro, alcune sono dolorosi cammini fatti di sofferenza, malessere, ferite dell’anima che poi è difficile curare.  Nella mia esperienza di terapeuta, posso dire che sono molte le persone che arrivano, sole, a chiedere aiuto per salvare la loro coppia e che poi scoprono che la loro coppia è il problema. Che il malessere, che spesso il partner ha lentamente fatto scorrere sotto pelle, è della relazione e non un “problema” dentro il singolo.  Ma quando riescono a chiedere aiuto, significa che qualcosa dentro di loro ha già cominciato a funzionare nel verso giusto, che ancora hanno fiducia in un possibile cambiamento e, seppure la domanda è sbagliata “Voglio essere migliore per lui!” la risposta che è possibile costruire è giusta “Ho fiducia in me!”. Perchè la manipolazione nella coppie specialmente  a danno delle donne, è un problema spesso presente, anche se non sempre, fortunatamente, in forme estreme.
La fiducia in noi stessi, che spesso cerca nell’altro una conferma, è la cartina tornasole che ci indica il grado di salute dentro la relazione. Essere in due deve essere simbolo di benessere e non affogarci di dubbi sul nostro valore. Ma capita che si cerchino in coppia soluzioni e risposte a come noi ci sentiamo nel mondo e quando siamo più fragili può accadere che, incontrando la persona sbagliata, si diventi vittime, si permetta alla relazione di abusare di noi, emozionalmente e poi anche fisicamente. La violenza in questi casi acquisisce moltissimi volti, uno di questi è la manipolazione mentale-emotiva che un membro della coppia attua perversamente sull’altro e che tecnicamente, nella letteratura clinica, viene chiamata “gaslighting”.  Una forma di violenza psicologica che deforma la percezione e la memoria. Potentissima perché gioca con il potere della relazione, chi agisce questa forma di violenza è affascinante, inizialmente coinvolge la vittima in relazioni emotivamente importanti per poi, passo dopo passo, mettere in dubbio la sanità mentale dell’altro. Vengono messe in atto piccole bugie rese credibili, qualcosa che viviamo con paura ci viene detto che semplicemente “No, non è accaduto.” 
Questo suggerisce  alla vittima di non aver valore, di non potersi fidare delle proprie emozioni e percezioni e lentamente, disorienta, ferisce, avvicina alla follia.  La violenza di questo tipo, toglie a chi la subisce la possibilità di muoversi, di pensare, di capire. Se non ci fidiamo più di noi stessi, non siamo più autonomi. E da soli non possiamo che affidarci totalmente all’altro, che invece sembra così sicuro e dice di amarci. Tutti vogliamo essere amati, solo che esistono modi sani e altri terribilmente pericolosi per avere la sensazione di essere in due. 
Gaslighting, da cui il nome di questo tipo di violenza, era un film del 1944, tradotto in italiano con “Angoscia”. Il film, del regista americano Georg Cukor mette in scena la violenza tipo. Tratto dalla pièce “Gas Light” dello scrittore inglese Patrick Hamilton (1938), è la storia di Paula (Ingrid Bergman)e Gregory (Charles Boyer), lei la vittima, lui l’affascinante carnefice. Dopo un matrimonio lampo e tre mesi fantastici tutto comincia a cambiare. Rumori, abbassamenti di luce, sparizioni di oggetti, piccole cose spaventano la giovane moglie ma nessuno le crede quasi fino alla follia. La donna verrà salvata infine da un attento ispettore. Questo perfetto dramma psicologico, ci palesa come la vittima diventi complice del suo persecutore perché non abbastanza forte da credere in se stessa, tutto diventa dubbio e il malessere è talmente forte da rendere questo tipo di rapporto la tortura peggiore, purtroppo terminando a volte con la morte della vittima. Tutto diventa nebuloso, i ricordi anche belli svaniscono, il dubbio, la paura sono i compagni di ogni giorno. Riporto uno stralcio di conversazione tra Paula e Gregory:
“Non ti chiedo di comprendermi.Tra di noi ci sono sempre stati quei gioielli,come un fuoco.Un fuoco che mi consumava e che ci separava.Quei gioielli io li ho sempre desiderati,non so perchè…Ti ricordi i nostri primi giorni insieme?Ti ricordi?”
“Sono arrivata a credere di averli solo sognati quei giorni.”
Quello che si attua inizialmente è il turbamento della mente. Io non posso credere a quello che vedo, provo, sento. Di solito il gasligher, il persecutore, si presenta gentile, adulatore, fa sentire importanti le sue vittime, le porta ad affidarsi a lui e comunica poi loro, quanto siano perse, poca cosa, senza di lui. E’ un incontro di storie infelici.Dove nessuno dei due può vivere una storia di coppia serena e la fragilità incontra l’intimidazione, passando dall’incredulità alla depressione, alla follia come mancanza di speranza nel miglioramento delle cose. Capita spesso che questa violenza sottile, si manifesti nelle coppie adultere, dove chi tradisce, indebolisce l’altro per nascondere la relazione extraconiugale che vive. I messaggi che vengono lanciati in continuazione si insinuano fino all’essenza della persona, minandone la possibilità di salvezza. Magari si parte con ferite legate al fisico  (“Non sei bella!”, “Sei troppo grassa, brutta….”), si comincia, poi,a sminuire l’altro con attacchi alle sue capacità in tutti i campi anche all’esterno, con gli altri. SI passa da critiche alla cucina al lavoro, dalle relazioni alle piccole cose ( “Non sa fare niente”, “E’ scema!”, “Poverina!”, “Non è capace di….”, “Fa un lavoro che potrebbe fare chiunque..”). La vittima si sente sempre più inetta e lentamente prende per buoni gli anatemi del partner che vanno da ” Se ti lascio io non ti vorrà nessuno”, “Non sei amabile”, “Non esisti….” ma tutti siamo degni di amore e amabili, quando questo messaggio arriva alle nostre orecchie e lo si reputa giusto, è il momento di allontanarsi, qualcosa sta accadendo di pericoloso.
Una comunicazione distorta rinforza queste relazioni, il persecutore diventa un dio perfetto da ammirare e la vittima qualcosa in meno di una persona, si tratta di relazioni narcistico-perverse dove il manipolatore agisce talmente con capacità che finisce con il rendere la vittima senza alcuna difesa o resistenza, completamente dipendente, pronta anche a morire. A nulla varranno i tentativi di difesa durante i quali le vittime tentano, timidamente, di proteggere la loro interezza, presto cederanno in un crollo depressivo, lasciando al gasligher tutto il potere sulla relazione.
Ci sono tipo diversi di persecutore, di cui il peggiore è il manipolatore affascinante, proprio per il fascino che esercita sulla vittima. Ma abbiamo anche il bravo ragazzo o l’intimidatore. Ma al di là delle sfumaturetutti agiscono sulla persona che hanno davanti manipolandola, fino a farla sentire pazza. In un articolo di agosto sul sito The Stir dal titolo “10 Signs Your Man is Gaslighting You to Male You Seen Crary” viene, in questa direzione, tracciata una lista di punti, dieci appunto, da tenere a mente, domande da farsi quando si sente di star perdendo il contatto con la realtà, per capire se stiamo vivendo una situazione di violenza di questo tipo. Una lista molto semplice, ma diretta e utile che consiglia di non fare cose che fanno sentire strani e non a proprio agio, come mentire per la propria coppia. L’articolo mette in guardia, segnala come, tutte le volte che viene detto ” Sei paranoica“, “Qualcosa  non va in te!”, ” Sei troppo ormonale!”, quando ci si trova ad avere comportamenti che non si sentono propri e che non piacciono ( come controllare l’altro o cercare prove di qualcosa),quando si mettono in dubbio le proprie percezioni ma si accettano quelle dell’altro per vere anche quando non lo sembrano, fino a sentire di sbagliare anche nel ricordare, fino a sentirsi folli, depresse, terribilmente infelici. Ecco, se qualcosa di quanto elencato capita, è il momento di non aspettare ma chiedere aiuto e cercare di capire quanto sia compromessa la nostra autonomia, integrità emotiva, e cominciare a costruire una nuova forza, capace di respingere questi attacchi e allontanarsi dal partner.
In questi casi è sempre meglio avere, almeno inizialmente, il sostegno di un professionista che aiuti nel recupero della perduta fiducia, che ricostruisca il rapporto con le nostre percezioni e permetta alla vittima di uscire da questo gioco perverso per cominciare a stare meglio. Raramente queste relazioni possono arrivare a funzionare, troppo malate per imparare una relazione nel benessere, anzi, se necessario, a secondo della gravità, sarà invece il caso di attivare una seria protezione della parte fragile della coppia anche a livello giuridico.
FONTE:

giovedì 19 novembre 2015

GELOSIA NORMALE E GELOSIA PATOLOGICA


Da cosa nasce la gelosia? perché si è gelosi?
 Parliamo di gelosia nel senso comune, di solito siamo gelosi quando abbiamo paura di perdere qualcosa o qualcuno che per noia molto valore.
Questa gelosia ci porta ad essere ansiosi, diventiamo sospettosi, abbiamo paura insomma, di perdere qualcosa.
 La gelosia è un sentimento naturale e da non demonizzare che, nel corso della storia, ha rivestito, per l’essere umano,  una grande importanza, poiché mira alla conservazione della specie e alla stabilità della coppia: parlando dal punto di vista evoluzionistico,nei maschi e'  legata alla sicurezza della paternità e, quindi, alla certezza di provvedere a figli propri; nel sesso femminile, invece, e' legata alla necessità di tenere legato un partner in grado di assicurare "cibo e protezione alla prole''.
 Si tratta dunque di un'emozione ''da non rifiutare e della quale non vergognarsi''.
Quando però la gelosia oltrepassa i limiti, allora può essere il caso di preoccuparsi.
 Quando oltrepassa questi limiti e si trasforma in patologia?
 Gli studi hanno cercato di definire dei parametri soglia per definire il confine tra gelosia normale e patologica. È normale se è un sentimento episodico e transitorio che non provoca sofferenza propria o altrui, mentre se viene superato un limite soglia di sessanta minuti al giorno è considerata patologica.
Cioè, se in una giornata si pensa insistentemente e con sofferenza all’eventuale tradimento da parte del partner per più di un’ora, questo deve essere considerato come un campanello d’allarme: che avverte che c’è qualcosa che non va nella propria personalità, nella relazione affettiva.
 Il consiglio in questi casi è quello di non soffrire in silenzio ma di rivolgersi ad uno specialista per indagare su di una condotta che potrebbe essere sintomo di un disturbo più grave, dalla depressione, al panico e a disturbi di personalità, fino alla paranoia.. ad esempio.
 Che succede alle persone che soffrono di gelosia patologica? Ci sono dei sintomi fisici o psicologici?
 La gelosia patologica porta pensieri ossessivi di tormentata gelosia e a comportamenti ossessivi: continua ricerca del tradimento, segue il partner o la fa seguire, lo controlla, ne controlla abiti o la corrispondenza, ad esempio il cellulare o il pc .
Sintomi associati ansia, depressione, emozioni intense negative,  comportamenti aggressivi od ossessivi. 
Gli studi mostrano che le persone molto gelose presentano delle anomalie a carico di un neurotrasmettitore, la serotonina (diminuzione) , che è collegato con la depressione e quindi curata.
 Quindi quale forme patologiche potrebbe assumere la gelosia?
 Nel DSM IV - manuale diagnostico dei disturbi mentali - è classificata tra i deliri. Spesso è riscontrabile tra gli alcolisti cronici.
Quando la gelosia assume forme eccessive può divenire la tematica principale di un disturbo delirante, e il delirio è dato dalla certezza di essere traditi dal proprio partner. Quando l’accusato nega, chi accusa diventa ancora più insistente ed aggressivo è alla ricerca di altri tradimenti.
 La gelosia patologica può assumere varie forme: pensieri ossessivi sull’esistenza di un rivale, le accuse rivolte al partner possono essere davvero strane, dalla lucidità e dalla ripetizione dei comportamenti ossessivi mostrati dal soggetto geloso patologico.
 Per semplificare, possiamo dire che ci sono 4 tipi di gelosia:
1. la gelosia depressiva:non ci si sente all'altezza del partner;
2. ossessiva:si e' costantemente attanagliati dal dubbio se si e' amati o meno;
3. ansiosa: si vive con l'incubo di essere lasciati;
4. gelosia paranoica: caratterizzata da una sospettosità costante ed eccessiva.
 Si può fare un identikit del geloso? Cioè che tipo di persona è il geloso?
Alla base si può ipotizzare ansia e bassa autostima, il timido patologico è una persona che si piace poco, e cerca di nascondere questa sua insicurezza con comportamenti molto forti, anche aggressivi, fino ad arrivare a gesti estremi.
 Sono più gelosi i maschi o le femmine?
Nella gelosia normale, non patologica, viene definita  il “sale della coppia”, perché riporta l’attenzione sull’importanza della presenza e dell’esclusività dell’altro, dando quindi sapore alla relazione, l’intensità della gelosia provata è uguale per maschi e femmine, sembra che, ciò che cambino siano i comportamenti ad essa associata.
 Gli uomini sembrano preferire comportamenti più attivi in caso di tradimenti della loro compagna: affrontano il problema anche affrontando il rivale.
Mentre le donne soffrono di più a livello emotivo, attraverso la disperazione o la depressione a volte anche malattie psicosomatiche.
Alcuni studi hanno accertato che la reazione più comune ad entrambi i sessi è quella di rimuginare in modo tormentato  sull’accaduto, e questo avviene con frequenza, durata e intensità equivalente nei due sessi.
 Nella gelosia patologica, sembra che tra le donne, si registra il tasso piu' alto di gelosia depressiva e ossessiva, mentre tra i maschi a prevalere e' la forma più preoccupante della gelosia paranoica.
 Come aiutare il geloso patologico?
Prima di tutto non demonizzare la gelosia. È molto utile parlarne, chiedere aiuto subito, e lavorare su se stessi, sul proprio senso di sicurezza personale, per diventare più forti con se stessi, così si aziona un cambiamento positivo, vale il detto “ star meglio con noi stessi per stare meglio con  gli altri” .

FONTE:
http://www.psicologiaecomunicazione.it/gelosia-patologica_2728573.html

giovedì 12 novembre 2015

PENSI AD UN FIGLIO, MA LO DESIDERI DAVVERO?


"Se non faccio un figlio non sono una donna completa"…" Se non faccio un figlio mi pentirò sicuramente tra qualche anno"... "Mi devo sbrigare altrimenti…" All'improvviso ci si rende conto che tutte intorno, conoscenti, amiche, sorelle, diventano mamme e ci si sente diverse, si ha paura di essere scartate, di non appartenere pienamente alla dimensione femminile, nasce la voglia di essere come le altre.
"Desiderare" qualcosa è diverso dall' "avere voglia" di qualcosa: il desiderio ha a che fare con la dimensione inconscia, profonda, mentre la voglia è un meccanismo comandato dall'esterno, più superficiale. Può succedere di ricercare la maternità non per un desiderio profondo, intimo, dettato da un percorso e una crescita personale, ma per un processo imitativo, più un condizionamento esterno che un sentimento vero e proprio. Un tempo era consueto mettere al mondo molti figli, la maternità era uno dei percorsi obbligati comuni a tutte le donne. Oggi le donne hanno maggiori possibilità di scegliere, di pianificare l'esistenza seguendo la propria personalità, la propria sensibilità. Non sempre le strade prescelte sono aderenti agli schemi prestabiliti dalla società, scegliere significa proprio attribuirsi il diritto di essere libere, rimanere anche sole con se stesse per poter riflettere su un piano più intimo, fare un lavoro di autoanalisi, tollerando quella inevitabile sofferenza che arriva puntuale nel momento della crisi, dell'incertezza.
I dubbi e gli interrogativi sulla questione "maternità sì o no" nascono all'incirca con l'approssimarsi dei 40 anni, dopo i quali, si sa, avere un figlio diviene via via più complicato dal punto di vista fisiologico. Ma questa è anche, in moltissimi casi soprattutto al giorno d'oggi, l'età in cui tutte le energie sono dedicate al tentativo di realizzare i propri obiettivi professionali.

Alcune donne tendono ad associare l'idea di maternità ad una certa privazione della libertà, ad una limitazione o addirittura sospensione della propria carriera. In questi casi ragionamenti e pensieri razionali (come per esempio quello dei soldi che non potrebbero bastare con l'arrivo di un bebè) potrebbero magari servire a "nascondersi" il fatto di preferire sé stesse ad un bambino. Accettare questa eventuale realtà risulterebbe molto faticoso anche per quello "strano" senso di colpa, sempre in agguato, lasciato in eredità dalle mamme e dalle nonne, abili genitrici che hanno dedicato tutta la loro esistenza alla cura dei figli. Non si possono trascurare i forti condizionamenti familiari. E' inoltre frequente la fantasia che non mettendo al mondo un figlio si vada ad interrompere quel senso di "continuità" della famiglia, da sempre contenitore delle nostre esperienze, dei nostri insegnamenti, e, soprattutto, testimone del nostro esserci stati.
Una gravidanza vuol dire anche cambiamento del corpo, paura di abbandonare il proprio aspetto da ragazze, di perdere per sempre la propria capacità seduttiva e la profonda confusione è alimentata anche dalle paure per tutta la sintomatologia fisica che può accompagnare il periodo della gestazione (le possibili nausee, l'aumento di peso, il dolore del parto etc.). Comune è la fantasia che il corpo possa finire per svolgere solo un'unica funzione cioè quella di accogliere un figlio, di diventare solo un "contenitore", il tutto connesso al timore di essere totalmente assorbite dal ruolo di mamma, rischiando di smarrire la propria identità, sia psichica che corporea, coltivata faticosamente nel tempo.
"Che aspetti a regalare ai tuoi genitori un nipotino?" Coppie felici, appagate, si sentono bersagliare da preghiere simili, ripetute, ridondanti, provenienti magari da familiari che "proiettando" la propria visione della vita, o semplicemente un proprio desiderio, non tengono nel giusto conto l'equilibrio della coppia in quel preciso momento. Né è giusto insinuare nefaste previsioni sul futuro della coppia ("se non lo fate adesso ve ne pentirete!") Un bambino non è un investimento per il proprio avvenire e ancor meno un "regalo" per i parenti, un figlio non è un oggetto ma comincia ad essere una persona ancora prima di venire al mondo, vive nella fantasia, nell'immaginario di una coppia di genitori che, insieme, lo desidera e ne ricerca effettivamente la sua presenza. A volte le coppie non sono "pronte" per introdurre un terzo elemento nel menage familiare. Molte donne si lamentano di avere accanto uomini bambini, egoisti, bisognosi di cure materne, uomini che respingono il ruolo di padre. Ma proviamo ad invertire la prospettiva: la ricerca ostinata di partners "peter pan" può mascherare l'alibi per la mancanza di un reale desiderio di maternità. Altre donne ricercano ostinatamente la gravidanza con una motivazione interiore (mai apertamente dichiarata e forse neanche del tutto chiara neppure a loro stesse): suggellare il rapporto, che sentono vacillare, con il proprio partner, con la fantasia onnipotente di poter legare a sé definitivamente un uomo che altrimenti sarebbe interessato ad altro.
C'è poi il caso degli uomini che impongono le loro scelte e può succedere che una donna diventi mamma solo per accontentare il proprio compagno. Si tratta spesso del preludio a storie di carriere professionali interrotte bruscamente, di rimpianti e rancori, di sensi di inadeguatezza e malcontento di donne per le quali il momento per un passo così importante non era ancora giunto, e che sfociano spesso nella fine del rapporto o in grandi sofferenze personali.
Molte pazienti iniziano la psicoterapia proprio durante il periodo della gravidanza: ansie, attacchi di panico, senso di solitudine, molte si sentono abbandonate soprattutto in quei casi in cui la donna sa, a livello cosciente, di aver preso la decisione da sola, senza l'approvazione del compagno, ma decide comunque di portare a termine la gravidanza.


La "risposta giusta" ai mille interrogativi intorno all'eventualità di diventare madre, non si può trovare all'esterno, ma all'interno di sé. I dubbi portano anche vissuti di ambivalenza, incertezza, sensazioni di non essere all'altezza, il tutto alternato a momenti in cui si sente la spinta, l'attitudine ad affrontare questa esperienza. Bisognerebbe cercare un dialogo profondo con sé e distanziarsi il più possibile dai condizionamenti esterni. L'amore materno maturo cioè, l'amore destinato esclusivamente al figlio, puro, incondizionato, coraggioso, generoso è prezioso ma, come tutti i sentimenti, anche fragile ed imperfetto. In mancanza di un solido equilibrio psichico interiore, non è così automatico (come erroneamente si tende a credere) che questo canale di comunicazione si apra tra mamma e figlio.
Riprendendo il concetto espresso all'inizio, cos'è dunque, in realtà, questa "voglia di un figlio", in contrapposizione al profondo "desiderare un figlio"? Omologazione ai valori sociali? Senso di vuoto? Bisogno di affetto?
In questi casi più che di istinto materno si dovrebbe parlare piuttosto di necessità di sentirsi utili, di riempire un vuoto affettivo, di necessità di legare a sé il proprio uomo, cioè tutti desideri ed aspettative che riguardano l'individualità e i bisogni della futura madre.
Così come accade agli animali, per i quali l'amore materno è funzionale alla sopravvivenza della specie e finisce non appena il cucciolo è abbastanza grande da prendersi cura di se stesso, la madre potrebbe improvvisamente sentire la stanchezza che deriva da questo ruolo e scoprire la vanità delle proprie aspettative di appagamento.
La realtà è che, come sempre accade, la serenità e l'appagamento non derivano da persone, cose o situazioni esterne a noi, ma dal nostro grado di consapevolezza. E i figli sono "altro" da noi, sono persone complete in se stesse. Le madri che, non riescono ad assumersi la
responsabilità della propria felicità, tendono a pensare ai propri figli come parti di se stesse e quindi pretendere da loro una qualche personale soddisfazione.
Ogni donna conserva dentro sé quello che è stato il rapporto con la propria madre, esperienze interiorizzate che possono influenzare scelte future. Legami burrascosi, sofferti, fanno riemergere antichi conflitti e alimentano il disorientamento al momento della scelta di mettere al mondo un figlio: in questi casi è frequente che la donna faccia confusione tra un "livello cosciente" che accetta la gravidanza ed un livello "inconscio" che tende a rifiutarla.


FONTE:http://www.margherita.net/salute_donne/psicologia/maternita.html