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martedì 23 febbraio 2016

I BAMBINI CHE ACCUDISCONO I GENITORI SARANNO ADULTI ANSIOSI: IL FENOMENO DELL'ACCUDIMENTO INVERTITO

Un adulto troppo ansioso spesso è stato un bambino che ha sperimentato l'accudimento invertito, una condizione in cui è stato lui a prendersi cura dei famigliari o dei fratelli.


Avete un amico, un partner o un fratello troppo ansioso? Non capite cosa lo spaventi tanto o perché abbia bisogno di tenere tutto sotto controllo? Potrebbe aver sperimentato nell'infanzia il fenomeno dell'accudimento invertito: una condizione in cui è il bambino a prendersi cura dei famigliari o dei fratelli.
"Sei grande", "Aiutami" o "Comportati da esempio con i tuoi fratelli" sono solo poche delle frasi che i genitori dovrebbero usare con molta cautela, i bambini e gli adolescenti non dovrebbero mai assolvere a responsabilità più grandi di quelle che corrispondono alla loro età.
Succede spesso ai bambini figli di divorziati, di genitori affetti da malattie croniche o da dipendenze, ai fratelli maggiori a cui sono state affidate le cure di quelli più piccoli di essere adulti eccessivamente ansiosi; questo perché si sono dovute gestire troppe cose in un'età dove qualcuno si sarebbe dovuto prendere cura di loro.

Ansia e rapporti familiari in età infantile
Diciamo che il fratello maggiore a cui viene delegata la cura dei fratelli non se la passa bene, responsabilizzato troppo presto, ma sicuramente il rischio di ansia si prospetta di più nei figli dei divorziati i quali spesso devono accudire un genitore triste e solo che non vuole accettare la fine del matrimonio e che spesso manifesta apertamente rabbia e tristezza per la sua condizione, rendendo l'ambiente teso e difficile.
E quando si manifesta una dipendenza da sostanze o una depressione il periodo in cui il ragazzo è costretto a prendersi cura di un genitore che si abbandona a lui può diventare molto lungo e gravoso. Il genitore depresso o dipendente può passare da stati d'animo molto diversi: dal bisogno come un bambino, anche di essere aiutato a mangiare, agli stati di rabbia impetuosa e minacce di suicidio.
Nel caso più estremo delle malattie croniche ai ragazzi viene chiesto uno sforzo emotivo enorme e sproporzionato, quello di accudire il genitore sino al momento della morte.
Situazioni di questo tipo, a seconda dell'intensità con cui si sono manifestate, facilitano l'insorgere di stati fortemente ansiosi nell'adulto e spesso anche in attacchi di panico: è detto fenomeno dell'accundimento invertito.

Bisogni in età infantile e accudimento invertito
Come ci spiega il nostro esperto, il Dott. Matteo Monego:
La felicità di un bambino passa attraverso il soddisfacimento, fin dai primi anni, dei suoi bisogni emotivi primari, che vanno dall'amore incondizionato dei genitori al rispetto del suo essere, dal riconoscimento di chiare gerarchie familiari al supporto nell'esplorazione del mondo esterno, dalla protezione all'empatia.
Tutti questi bisogni sono di solito assicurati dai genitori e dai familiari più stretti che forniscono al bambino una "solidità" di base che lo aiuterà ad affrontare la vita ed il mondo circostante senza eccessive paure.
È evidente che nel fenomeno dell'accudimento invertito questi aspetti vengono del tutto o in parte disattesi: i ruoli del genitore e del figlio si invertono e sarà il bambino a fornire cure e protezione al genitore più debole.
Le cause di un simile rapporto possono essere molteplici: una separazione mal vissuta da uno dei due partner, una grave malattia, una forma di grave disagio psicologico, problemi di dipendenza da sostanze, eccessivi carichi di responsabilità circa l'accudimento dei fratelli più piccoli.
I bambini che sperimentano tale forma di accudimento sono spesso percepiti all'esterno come "mini-adulti", molto responsabili e attenti ai bisogni dei genitori. Spesso non destano preoccupazione e apparentemente l'infanzia sembra procedere per il meglio: è necessario sottolineare che i disagi in età infantile non vengono espressi con le parole ma con il linguaggio simbolico, attraverso il gioco e il corpo. E questa modalità di espressione non viene sempre compresa dagli adulti. Negli anni potranno manifestarsi sintomi anche gravi di ansia e depressione. La forza di questi sintomi sarà direttamente proporzionale al periodo di accudimento invertito: più breve sarà e maggiori saranno le possibilità che il bambino torni a funzionare secondo le modalità tipiche della sua età cronologica; più lungo sarà il periodo e maggiore sarà la possibilità di uno sviluppo distorto della sua personalità.
Ma non tutte le situazioni di forte disagio familiare possono essere patologiche per un bambino: se nei primi anni di infanzia ha ricevuto le cure e le attenzioni necessarie è probabile che riuscirà a far fronte ad eventuali richieste di responsabilizzazione senza eccessive difficoltà e senza pesanti conseguenze per il suo futuro.
Molto interessante, a questo proposito, un documento video realizzato RSI LA1 Svizzera (2012). Nel video viene mostrato il punto di vista di un bambino che si prende cura dei genitori dopo la separazione. I genitori, in particolar modo la madre, sono rappresentati come "bestie" in quanto deformati dal dolore e diventati incapaci di occuparsi del figlio.


Anche se nel documento è trattato il tema della separazione, lo stesso meccanismo può essere esemplificativo per altre situazioni in cui uno o entrambi i genitori, vivendo una situazione di sofferenza psicologica, non riescono a prendersi cura dei figli.

Cosa consigliare ai genitori?

Innanzitutto di prestare molta attenzione ai primissimi anni di vita di un figlio: sono stadi che potranno renderlo un bambino sicuro e autonomo, dotato di un proprio carattere, ma privo di particolari problemi. Ai genitori che invece stanno attraversando un momento di difficoltà, occorre ricordare che un bambino, per quanto ci possa sembrare responsabile, non è un adulto. Chiedere aiuto ad un esperto in situazioni di malessere non è un segno di debolezza, ma un'occasione per migliorarci e per proteggere i figli da noi stessi.

IL MUTISMO SELETTIVO? È UN BAMBINO CHE SOFFRE IN SILENZIO

Il Mutismo Selettivo è un disturbo poco conosciuto e apparentemente raro (prevalenza da 0.03 a 1%). Colpisce prevalentemente i bambini ed è caratterizzato dall'incapacità di parlare in alcuni contesti sociali, nonostante lo sviluppo e la comprensione del linguaggio siano nella norma. Sono bambini che a casa non stanno mai zitti, mentre fuori o in presenza di estranei, in luoghi pubblici o in contesti sociali, come l'asilo o la scuola, non riescono a parlare.
Non è un fenomeno dovuto a qualche disfunzione organica o a un'incapacità correlata allo sviluppo, ma è un disturbo legato all'ansia. I bambini con Mutismo Selettivo sono particolarmente sensibili e spesso il loro atteggiamento viene interpretato come eccessiva timidezza.


Classificazione del mutismo selettivo
Il DSM V (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) classifica il mutismo selettivo come caratterizzato da:
Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche, in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante sia in grado di parlare in altre situazioni
La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale
La durata è di almeno un mese (non limitato al primo mese di scuola)
L'incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto con la situazione sociale
La situazione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro autistico, schizofrenia o altri disturbi psicotici.
Questa la classificazione categoriale.

Ma cosa prova il bambino?
Le principali risposte emotive del bambino che soffre di mutismo selettivo sono:
Inadeguatezza e incapacità: il bambino vive una costante attivazione di pericolo e di disagio nelle situazioni non familiari conpercezione di incapacità e di svalutazione personale
Paura del giudizio altrui: idea che gli altri giudicheranno sempre negativamente quello che dice e che fa;
Vergogna e metavergogna: paura di provare vergogna e di mostrare agli altri di vergognarsi.
La reazione comportamentale maggiormente messa in atto risulta quindi essere quella dell'evitamento: ma il "congelamento" della comunicazione verbale non è, come si credeva una volta, un comportamento manipolatorio e controllante, quanto una strategia di difesa di fronte all'incapacità percepita di fronteggiare le richieste ambientali.
Il bambino con mutismo selettivo è particolarmente sensibile ai segnali, agli sguardi e alle attenzione che possono inviare le persone estranee. Nello specifico possono avere un'ipersensibilità alla critica e sentirsi a disagio nell'essere osservati o in generale quando sono al centro dell'attenzione, avendo paura di essere giudicati negativamente, derisi dagli altri proprio perché si autosvalutano, si percepiscono incapaci. È inutile e controproducente focalizzarsi sulla necessità che il bambino parli: è proprio questa aspettativa a bloccarlo sempre di più. Ciò su cui è indispensabile lavorare è l'autostima del bambino; solo da qui potrà trovare la forza di "farsi sentire" agli occhi del mondo.



Il mutismo selettivo a scuola
La scuola è il luogo principale in cui vengono rivolte richieste prestazionali al bambino e il fatto di non riuscire a comunicare verbalmente diventa grande causa di imbarazzo e sempre maggior frustrazione, sia per il bambino che per la sua famiglia. Per questo è necessario fare gruppo tra famiglie e scuola, per poter accogliere nel modo più cauto possibile un bambino che ha tanta difficoltà ad entrare
nel mondo sociale, utilizzando strategie volte a superare questa ansia patologica. Questo può avvenire, ad esempio, attraverso l'uso di un atteggiamento neutrale rispetto al non parlare, il rinforzo di contenuti delle comunicazioni non verbali attraverso l'uso di materiale alternativo e l'incremento della relazione tra pari in piccoli gruppi.
I "Bisogni Educativi Speciali" (BES) (espressione entrata nel vasto uso in Italia dopo l'emanazione della Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 "Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica") sottolineano che
"L'area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse"; per questo è indispensabile e necessario personalizzare l'insegnamento scolastico e la modalità educativa.
Se l'ansia non viene curata, attraverso aiuti alla famiglia e alla/della scuola i problemi possono notevolmente aumentare: isolamento sociale, ritiro scolastico, risultati scolastici mediocri e alla lunga anche problematiche depressive.
I bambini che soffrono di mutismo selettivo non scelgono di essere silenziosi.
"Cos'è il mutismo selettivo? E' una vivace e intelligentissima bambina di 9 anni che balla e canta a squarciagola a casa, ma a cui "il mostro della paura tappa la bocca" e non le permette di far uscire alcuna parola appena fuori casa."

Per approfondimenti consiglio il libro di E. Shipon-Blum "Comprendere il mutismo selettivo", Edizione La Meridiana, una semplice guida per genitori, insegnanti e terapeuti.

martedì 9 febbraio 2016

Separazione dei genitori e disturbi del comportamento nella prima infanzia: un approccio pluridimensionale.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma lo sfaldamento della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione.
Come vedremo più avanti, ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all'interno della coppia. Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall'angoscia che deriva dall'essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che "la battaglia" non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l'adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.
Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.
In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.
E' opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare. "Tanto non capisce" sentiamo troppo spesso ripetere, ma il "non capire" del bambino non assume un valore auto-protettivo, tutt'altro. Egli riesce, infatti, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.
Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l'elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia. Inconsciamente si rappresenta i genitori come un tutt'uno e, se nell'immagine "mammapapà" risiede la forza organizzatrice della sua personalità, possiamo immaginare allora il profondo conflitto interno che il bambino sperimenta e che gli impedisce in molti casi un corretto adattamento alla realtà. Pertanto, se egli non è aiutato, come spesso accade, ad elaborare le emozioni ed i conflitti, questi tendono a manifestarsi nella condotta con: pianto, disturbi del sonno, perdita del controllo sfinterico se già acquisito, regressione delle capacità cognitive, rifiuto del cibo, tristezza ed ansia di separazione. Nei bambini di 4-5 anni possono prevalere sentimenti di colpa insieme al timore di perdere per sempre entrambi i genitori.
Bisogna però aggiungere che, nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l'entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l'intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell'influenza di questi diversi fattori.
La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.
D'altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.


Non serve, dunque, continuare ad attribuire ogni tipo di responsabilità ai genitori. Non serve guardare indietro per vedere di chi è la colpa. Serve invece guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, utilizzando approcci diversi: psicodinamico, psicosociale, relazionale ed anche storico-culturale. Inoltre, è necessario realizzare interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale attraverso, per esempio, sedute di counseling alla coppia, creazione di gruppi di auto-aiuto o di piccoli gruppi di formazione.
Tali interventi rappresentano un'efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di "ereditarietà", certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati. In queste storie, infatti, notiamo che le persone tendono a loro volta a ripetere l'esperienza del divorzio-conflitto dei genitori. Dal punto di vista psicoanalitico questo può essere spiegato dal fatto che l'individuo sarebbe spinto da un bisogno inconscio a rivivere un'esperienza traumatica nel tentativo di controllarla e cambiarla in positivo. Il dato statistico relativo al rapporto genitori separati - figli separati non permette però generalizzazioni. Tuttavia il fenomeno, che rappresenta un aspetto della dimensione più ampia della trasmissione intergenerazionale, sta ricevendo negli ultimi anni molta attenzione da parte di psicologi di diverso orientamento, ricercatori e operatori sociali.

Cosa si trasmette da una generazione ad un'altra (e come si trasmette) in termini di valori, cultura, e comportamenti rappresenta dunque una questione cruciale sia per lo psicologo sia per il governo europero ed italiano. E, proprio quest'ultimo (contrariamente alle sue nuove linee di tendenza) dovrebbe essere maggiormente orientato alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere psicofisico dell'individuo.

lunedì 30 novembre 2015

ALLENARE I FIGLI ALLA FELICITÀ

Si dice che il mestiere del genitore sia il più difficile del mondo perché non ci sono corsi che possano insegnarlo e perché non esistono regole universali su come prendersi cura dei figli.
E’ quindi impossibile diventare dei buoni genitori?
La risposta è no! Si può diventare buoni genitori aiutando i propri figli a conoscere le EMOZIONI.
Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nella nostra vita. La capacità di riconoscere, di comprendere e di gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri sono ingredienti indispensabili per diventare adulti felici e realizzati.
Il compito principale del genitore è quindi quello di aiutare i figli a sviluppare queste capacità, diventando “l’allenatore” della loro intelligenza emotiva. [John Gottman, 1997]
L’intelligenza emotiva è determinata in parte dal temperamento, ovvero dai tratti di personalità innati, e in parte dalle interazioni dirette con i genitori e dal modello che essi offrono al bambino.

COSA FA UN ALLENATORE EMOTIVO?

L’allenatore emotivo è sensibile alle emozioni del bambino, anche a quelle più impercettibili, le sa riconoscere, ascoltare e attribuisce loro un valore. Le emozioni spiacevoli, come la rabbia, la paura e la tristezza, rappresentano un’occasione di intimità e di crescita. Di fronte ad un’emozione di questo tipo, il genitore-allenatore non è confuso o sbrigativo e rispetta il figlio, non offrendogli soluzioni o distraendolo da ciò che sta provando. [John Gottman, 1997]


Molti genitori liquidano le paure e le preoccupazioni del bambino come se fossero poco rilevanti. “Non c’è niente di cui aver paura” diciamo a un bambino di cinque anni spaventato dal buio della sua cameretta. Una risposta di questo tipo, che fornisce una spiegazione logica e razionale alla manifestazione di una comune paura infantile, impedisce al bambino di sentirsi ascoltato. La paura non scompare solo perché un genitore pensa che non ci sia una ragione valida per provarla. Inoltre, se diciamo a un bambino come deve o non deve sentirsi (“Non essere triste”, “Smettila di piangere”), egli perderà fiducia in ciò che prova e crederà meno in se stesso. I bambini hanno scarsa esperienza di vita e quindi potrebbero sentirsi sopraffatti da un’emozione senza sapere come uscirne. Noi ad esempio sappiamo che il dolore per la morte di un animale caro, per quanto intenso, è destinato a scemare fino a scomparire. Il bambino non lo sa, perché per la prima volta nella sua vita si trova a fare i conti con questa esperienza.
Se facciamo finta che un’emozione non ci sia o se la ignoriamo perché non siamo in grado di riconoscerla, essa non scomparirà. Sintomi di squilibri emozionali nei bambini possono manifestarsi attraverso il comportamento o i sintomi, come ad esempio il mangiare troppo, la perdita di appetito, gli incubi notturni, i dolori di pancia, il mal di testa, difficoltà di concentrazione o iperattività.
Le emozioni negative si “sciolgono” solo quando i bambini possono parlarne, dare loro un nome e sentirsi compresi.
Di fronte all’espressione della paura del buio, un genitore-allenatore potrebbe ad esempio dire: “Raccontami bene che cosa ti fa tanta paura”. Per fare questo il genitore deve mettersi nei panni del bambino, cioè sforzarsi di vedere il mondo dal suo punto di vista, e deve riconoscere che le esperienze negative possono rappresentare un’occasione per stare vicini al proprio figlio e per aiutarlo a crescere meglio. Se vediamo un valore nelle emozioni negative, abbiamo più pazienza e siamo più disponibili a trascorrere del tempo con un bambino che fa i capricci o che diventa aggressivo.
L’ascolto e l’empatia sono quindi due ingredienti fondamentali dell’allenamento emotivo. Il passo successivo è quello di fornire ai figli le parole per dare un nome a ciò che stanno provando. In questo modo potranno trasformare una sensazione amorfa, spaventosa e sgradevole in qualcosa di definibile, con dei contorni precisi, come tanti altri elementi della vita. La tristezza, la paura, la rabbia non saranno più dei “mostri enormi”, ma delle esperienza comuni delle quali è possibile parlare e che possono essere gestite.
Un bambino molto arrabbiato potrebbe diventare aggressivo e picchiare il compagno di banco, oppure un altro bambino triste potrebbe piangere in maniera disperata senza sapere come fare a calmarsi o a confortarsi.
Dobbiamo ricordarci che tutte le emozioni sono accettabili e hanno ragione di esistere, ma non tutti i comportamenti lo sono. I bambini e i ragazzi devono perciò capire che il problema non è nei sentimenti, ma nei comportamenti “usati” per esprimerli. Sarebbe però inutile punire o bloccare un comportamento senza comprendere quali emozioni vi sono dietro.
Quindi, dopo aver scoperto come si sente e quali problemi hanno provocato una sensazione spiacevole, i bambini devono capire che cosa possono fare. Il genitore allora dovrà fornirgli una guida per trattare i sentimenti, per trovare un modo appropriato per padroneggiarli, ponendo dei limiti a comportamenti eccessivi o dannosi . Dire ad un ragazzo che ha ragione a sentirsi così ma che ci sono modi migliori per esprimerlo, lo aiuterà ad avere fiducia in se stesso e a percepire un senso di controllo sulla propria esistenza.
E’ importante astenersi da un intervento pressante. Il genitore-allenatore non si sente obbligato a sistemare ogni cosa che non funziona nella vita dei figli, anche se può essere difficile osservare a distanza e senza intervenire un figlio mentre si destreggia tra i problemi. Affinché un bambino e un ragazzo si sentano efficaci e soddisfatti delle conclusioni a cui giungono, è necessario incoraggiarli a generare da soli delle idee e delle ipotesi, sempre nel rispetto della loro età. A volte, quando non ci sono soluzione, come ad esempio per la morte di un animale o di una persona, l’obiettivo può essere quello di riuscire ad accettarne la perdita.

L’IMPORTANZA DI AVERE UN MODELLO

L’allenamento emotivo avviene anche attraverso l’esempio. I genitori dovrebbero rappresentare dei modelli per i figli e non temere di mostrare le proprie emozioni. Possono diventare tristi, piangere, arrabbiarsi, perdere la pazienza e preoccuparsi, perché hanno confidenza con le loro emozioni e perché non ne vengono sopraffatti. Sanno mettere in luce in chiave positiva anche le emozioni spiacevoli. Riconoscono, ad esempio, l’utilità della tristezza, come occasione per rallentare e per prestare più attenzione a se stessi e a quanto accade nella propria vita. Per un figlio vedere il genitore che intraprende una discussione accesa e poi risolve amichevolmente le divergenze rappresenta una grande occasione di crescita, una lezione sulla possibilità di gestire i conflitti preservando i legami affettivi. Ovviamente, perché tutto ciò avvenga, è necessario che i genitori stessi abbiano sviluppato a loro volta una buona intelligenza emotiva.

QUALI SONO I VANTAGGI DELL’ALLENAMENTO EMOTIVO?
I bambini e i ragazzi allenati emotivamente sono figli più flessibili ed elastici. Anche loro provano la tristezza, si arrabbiano o si spaventano in circostanze difficili, ma hanno maggiore capacità di ritrovare la calma, la serenità e di riprendersi dai fallimenti. Il genitore non li ha protetti dallo sperimentare emozioni spiacevoli, dal soffermarsi in situazioni emotivamente pesanti, ma li ha accompagnati in questo percorso. Grazie a questa esperienza, i figli hanno imparato a regolare i propri sentimenti, a fidarsi di se stessi e a risolvere i propri problemi. Possiamo quindi dire che l’intelligenza emotiva non impedisce ai figli di soffrire, ma rappresenta una difesa e una risorsa contro gli eventi della vita.

FONTE:https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-genitori-figli/601-allenare-figli-felicita

mercoledì 25 novembre 2015

L'ABUSO INFANTILE




Il termine abuso all'infanzia deriva dall'inglese "child abuse" e, comprende tutti i casi di violenza e maltrattamento che possono verificarsi sia in famiglia che fuori dalla famiglia, causando seri danni al minore.
In base alla definizione del Consiglio d'Europa (1978), possiamo considerare gli abusi sul minore gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino e attentano alla sua incolumità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale.
Kempe (1978) descrive il bambino maltrattato come un bambino sottoposto a ripetute violenze di varia natura e gravità, da parte di adulti legati alla vittima da naturali rapporti di fiducia e responsabilità.
Similmente per F. Montecchi (1998) si può parlare di abuso fisico o maltrattamento fisico quando "i genitori o le persone legalmente responsabili del bambino eseguono o permettono che si eseguano lesioni fisiche o mettono i bambini in condizioni di rischiarle".
Forniamo di seguito una classificazione degli abusi all'infanzia che comprende: il maltrattamento, la patologia della fornitura di cure e l'abuso sessuale, e che a loro volta si suddividono in altre sottocategorie.


·  Il maltrattamento si suddivide in:

  • maltrattamento fisico: questo tipo di violenza è facilmente individuabile dall'operatore, dato che vi sono sul corpo delle tracce visibili e concrete (ad esempio: lividi, ustioni, traumi cranici, traumi addominali, traumi scheletrici);
  • maltrattamento psicologico: arduo da identificare e da segnalare poichè non lascia segni sul corpo, ma incide in modo devastante a livello dello sviluppo fisico, emozionale, relazionale e psicologico del minore; il maltrattamento psicologico rappresenta allora una parte consistente di quel fenomeno sommerso che lascia nell'ombra la reale consistenza dell'abuso in famiglia.

·  Il problema della fornitura di cure, si suddivide in:

  • Incuria: si verifica in quei casi in cui i genitori, insensibili ai bisogni del proprio figlio, non se ne prendono cura sufficientemente, esponendolo a pericoli, malattie e negligenze di vario genere, condizionando negativamente il suo sviluppo; il bambino, nei casi di incuria, potrà ad es. essere soggetto a malattie croniche senza che venga sottoposto a cure mediche o presenta disturbi della vista, dell'udito, dei denti, senza che vengano presi adeguati provvedimenti da parte dei genitori.
  • Discuria: si manifesta quando dei genitori, pur provvedendo alle cure del proprio figlio, lo fanno in modo inadeguato, non rispettando le esigenze evolutive del bambino e fornendo cure che non corrispondono, per tempi, modi e qualità, a quelle che la particolare fase di crescita che il bambino attraversa.
  • Ipercura: consiste nel prestare cure eccessive al bambino sia nei modi che nella quantità; comprende: l’ Abuso chimico o iatrogeno - tendenza del genitore a somministrare sostanze chimiche o farmacologiche o di altro tipo, al figlio, in misura abnorme e sconsiderata nella convinzione errata e delirante che ne abbia bisogno, ad es. sonniferi, lassativi, neurolettici, diuretici o altri tipi di farmaci o di sostanze innocue quali acqua e sale, che per la quantità con cui vengono assunti dal bambino diventano nocivi o provocano avvelenamento;  la Sindrome di Munchausen per procura in cui il genitore, quasi sempre la madre, attribuisce una inesistente malattia fisica al figlio, e per questo lo sottopone a numerose visite e cure mediche giustificandole sulla base di sintomi e dati anamnestici e clinici da lei stessa inventati o provocati, la giovane età di questi bambini spesso impedisce di verificare verbalmente la malattia; la Medical shopping per procura, una sorta di versione di minor entità della sindrome precedente, il bambino viene sottoposto a continue e sistematiche visite mediche, ad analisi cliniche e controlli specialistici in assenza di un reale disturbo fisico ed è facile riscontrare in questi casi tratti ipocondriaci nel genitore che vive tutte le ingiustificate ansie e paure circa il proprio stato di salute attraverso il corpo "medicalizzato" del bambino.

·Con abuso sessuale si intende:                                                                                
"il coinvolgimento di bambini in pratiche sessuali che essi non possono interamente comprendere e verso le quali sono incapaci di dare un informato e cosciente consenso o che violano tabù sociali circa i ruoli familiari".


Questo significa che sia i bambini che gli adolescenti, intesi come soggetti immaturi e dipendenti, sono abusati sessualmente quando vengono coinvolti da adulti in attività sessuali.La violenza sessuale può essere vissuta sia tra le mura domestiche e praticata dai familiari stessi, da familiari acquisiti, da persone che vivono in casa del bambino, da parenti prossimi e/o lontani (si parla di violenza intrafamiliare) sia fuori di casa, dove gli abusi vengono compiuti da persone esterne alla famiglia (e si parla di violenza extrafamiliare), con pratiche come lo stupro, la pedofilia e lo sfruttamento sessuale dei minori (pornografia, prostituzione infantile). La violenza intrafamiliare è in assoluto la più frequente e diffusa, provoca nel bambino un vero e proprio inquinamento della mente e dei pensieri, fino a comprometterne, nei casi più gravi (quelli a inizio precoce e a evoluzione cronicizzata) la salute mentale (Cottle, 1992). Ciò avviene perché è sempre associato alla violenza psicologica e nella quasi totalità dei casi evolve come degenerazione di modelli comportamentali affettivi, che giungono progressivamente a configurare situazioni di seduzione e passano dalle molestie a veri e propri gesti di violenza sessuale, nei quali il bambino resta imprigionato per la fiducia che egli attribuisce all’adulto al quale è affettivamente legato, per la soggezione che egli incute, per la consegna del segreto che accompagna queste condotte perverse.



Fonte: http://www.psicologiailfilo.it/articolo19.htm

martedì 24 novembre 2015

COME DIRE AI BAMBINI CHE...


Spesso gli adulti si trovano in difficoltà a rispondere ad alcune domande dei bambini, in particolare se sono “cose da grandi che non li riguardano, cose che non capirebbe e che li fanno soffrire” come le separazioni, le malattie o la morte di qualche caro. Se è vero che sono i grandi a doversi fare carico e occupare di queste cose non è vero che questi eventi della vita non riguardano i più piccoli e sono da tenere nascosti.
Proviamo a pensare a un bambino i cui genitori si separano, anche se non gli è ancora stato comunicato nulla nella maggior parte dei casi è possibile che metta in atto comportamenti che prima non aveva (ad esempio più capricci o si atteggerà da bambino più piccolo della sua età…), farà domande riguardo le due case che si troverà a frequentare, chiederà della mamma quando il papà andrà a prenderlo a scuola se prima non era mai accaduto. Ancora pensiamo a un bambino a cui muore uno dei nonni. Difficilmente sarà indifferente al dolore dei genitori e alla loro stanchezza per quanto questi vogliano tenere il tutto nascosto. La nuova routine familiare che un evento come la morte o la malattia portano coinvolge inevitabilmente anche i più piccoli e non passa inosservata.
Il Gioco Triadico di Losanna, famoso studio di ricerca della Prof.ssa Fivaz Depeursinge (1999), mette chiaramente in luce come già dai primi mesi di vita i bambini sanno relazionarsi con più di un caregiver contemporaneamente, inoltre mostrano come sappiano cogliere le diverse espressioni degli adulti e reagire di conseguenza. Facendo riferimento al quotidiano pensiamo al comportamento dello stesso bambino con i due genitori o con i nonni, solitamente si comporterà in maniera differente con i vari familiari perché sa benissimo con chi può e con chi non può mettere in atto alcune richieste. Questo semplice esempio dovrebbero far riflettere gli adulti che sostengono che “tanto non capirebbe e quindi è meglio che non rispondo alle sue domande…”.

Detto questo non significa che gli adulti devono spiegare per forza di cose tutto ai bambini, vanno rispettati quelli che sono i loro tempi così come le loro difese: spesso sono proprio loro a dirci, soprattutto con i loro comportamenti, che alcune cose non le vogliono sentire perché magari non sono ancora pronti.
Ciò che credo sia fondamentale è mettere i piccoli nelle condizioni di fare domande su temi che riguardano loro e i loro familiari, far sentire loro che gli adulti sono presenti e sono disponibili a rispondere ai loro interrogativi quando lo vorranno e ne sentiranno l’esigenza. Nella maggior parte dei casi se un bimbo è pronto a ricevere una risposta formulerà una domanda altrimenti è altamente probabile che non chiederà nulla.
I contenuti delle risposte da dare cambiano da bambino a bambino e devono tenere conto dell’età, credo che nessuno meglio di un genitore conosca bene il proprio figlio, le parole da usare sono quelle tipiche del quotidiano e della propria famiglia, non occorre cambiare il linguaggio né le modalità di comunicazione. Spesso è utile chiedere ai bimbi cosa già sanno di quello che sta accadendo, questo ci permette anche di sapere se hanno delle fantasie distorte sulla realtà.
Restare in silenzio davanti ad alcuni interrogativi può far sentire i bambini in colpa; una delle fantasie ricorrenti è la seguente: “se la mamma non mi parla è perché è arrabbiata con me quindi è colpa mia se litiga con il papà e sta male”. Il silenzio in molti casi non è d’oro ma è pericoloso perché alimenta pensieri falsi che possono poi essere difficili da eliminare.

In conclusione è bene mettere i minori nelle condizioni di accedere a un adulto che è in grado di accoglierli e di rispondere ai loro interrogativi; non c’è una quantità di cose giuste da dire o un’età specifica in cui è meglio parlare di alcune cose e non di altre: si può parlare di qualunque cosa purchè si abbia in famiglia la consuetudine a confrontarsi e a parlare. Spiegare tutto a tutti i costi è sbagliato, è il bambino che ci dice, anche con i suoi comportamenti, quando e cosa possiamo dire, è a lui che dobbiamo rivolgere i nostri occhi.

FONTE:https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-genitori-figli/776-come-dire-ai-bambini-che