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lunedì 29 febbraio 2016

MEN, WOMEN AND CHILDREN



Men, women and children è un film del 2014, scritto e diretto da Jason Reitman, che tratta di una serie di vicende di adulti ed adolescenti che interagiscono tra loro e che subiscono in modo negativo le conseguenze della modernizzazione tecnologica.
Don e Helen sono una coppia sposata, che mettono in luce la tematica del tradimento, lei si iscrive ad un sito di incontri,e qui inizierà a tradire il marito, lui già da tempo dedito al mondo della pornografia, consumerà i suoi tradimenti tramite un servizio di prostitute on line. Viene fuori l’immagine di una coppia ormai annoiata e con una vita sessuale assente, che con l’ausilio delle nuove tecnologie riuscirà con molto semplicità a trovare partner con cui poter tradire.
Il loro figlio adolescente Chris, già da anni immerso nel mondo della pornografia, al limite della dipendenza da esso, si troverà ad avere difficoltà sessuali nelle sue prime esperienze con l’altro sesso. Anche qui un eccessivo uso della pornografia, e forse anche un po’ troppo precoce, reso possibile grazie sicuramente alla facilità con cui nell’era di internet, tutto e accessibile a tutti con estrema semplicità, e anche grazie alla noncuranza dei genitori, forse troppo presi dalle loro personali vicende.
La coppia madre-figlia costituita da Donna e la figlia Hannah, quest’ultima con il sogno di diventare un’attrice famosa. Donna apre un sito dove posta gli scatti della figlia, che lei costantemente fotografa e appoggia nel suo sogno di diventare famosa. Ma questo blog  si rivelerà in seguito causa di problemi  proprio per la stessa carriera della figlia. Il risvolto della medaglia dato dalla compulsione di postare tutto ciò che riguarda la propria vita privata, e la completa assenza di un controllo da parte della madre, ma al contrario è proprio lei a spingere la figlia verso questa direzione, forse per riuscire a realizzare il suo sogno, che era lo stesso della figlia, ma che con il tempo è andato in fumo.
Rapporto madre figlia agli antipodi è invece quello tra Brandy e Patricia, quest’ultima madre iperprotettiva, con il terrore ne confronti del mondo del web e di tutto ciò a lui connesso, che controlla la figlia in modo ossessivo. Di conseguenza Brandy, di nascosto dalla madre, ha un suo blog, dove si sente se stessa e libera di postare foto e stati personali.
L’adolescente Allison porta nella pellicola la tematica dell’anoressia e delle varie chat da lei consultate, dove si possono scambiare informazioni sulle tecniche da utilizzare per non mangiare e dove si supportano le persone con i disturbi alimentari.
Tim invece si ritrova ad affrontare l’abbandono da parte della madre, abbandona il football, e si rifugia in un gioco di ruolo virtuale. Successivamente incontrerà anche un terapeuta e gli verranno prescritti degli antidepressivi, a causa delle problematiche che manifesterà.
Nel film dunque le tematiche trattate sono tutte molto attuali e sicuramente portano alla luce problematiche che nell’era digitale diventano sempre più grandi e a volte forse anche pericolosi. Il filo conduttore di tutte le storie è rappresentato da un uso estremo dei mezzi che grazie a internet abbiamo sempre più a disposizione, e che oltre ad avere evidenti conseguenze negative per la propria persona, non fanno altro che allontanarci dalla vita vera.

Dott.ssa Spallino Stefania Laureata in Psicologia clinica e della salute e Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus


martedì 9 febbraio 2016

HARD CANDY

“Hai presente quando ti ho detto che a noi adolescenti insegnano a non bere niente che non ci siamo preparati da soli? Beh! È una regola che vale per tutti.”


“Hard Candy” è un thriller psicologico del 2005 diretto da David Slade.
Nel film la protagonista è Hayley Stark, una ragazza di quattordici anni dall'aspetto innocente, ma che si dimostra molto più matura dei suoi coetanei. La giovane ragazza frequentando delle chat, un giorno si “imbatte” nel trentenne fotografo Jeff. Dopo alcune settimane di conversazioni virtuali, Jeff propone a Hayley di incontrarsi, per poi andare insieme a casa di quest’ultimo. Ed è proprio nella bella villa del fotografo, che una tranquilla giornata soleggiata si trasformerà in un incubo, perché dietro la sua aria innocente, Hayley nasconde la volontà di scoprire la verità sulla tragica scomparsa di una sua amica.
La trama complessivamente ruota attorno a elementi non nuovi del genere giallo: un crimine, un sospetto e un detective, tuttavia declinati in una versione speciale, il crimine presunto è dei più terribili, ovvero l’abuso su minori, la colpevolezza del sospetto è tutta da dimostrare e sulle tecniche di indagine, specie come ottenere una confessione, si potrebbe discutere a lungo. 
“Hard Candy”, che già il titolo sintetizza le qualità principali dell’opera, ovvero tenero e duro, è un film che gioca sui confini e sulle zone d’ombra, ribaltando spesso il ruolo di supposto carnefice, mischiando pedofilia a sadismo e forzando lo spettatore al principale scopo della storia, ovvero l’esercizio continuo del dubbio.
Ci sono vari momenti durante i quali siamo quasi convinti e pronti a schierarci con una delle due parti in gioco salvo poi ricrederci poco dopo.
Basta una mezza frase, un sorriso fuori posto, un’allusione di troppo che subito ci ricrediamo e non sappiamo che pensare.
Questo film ha lo scopo di destabilizzare, di giocare con la mente e le convinzioni dello spettatore, ponendoci di fronte alle domande a cui non si riesce a trovare risposta: Può esistere del bene nel male? Ci sono dei netti confini tra ciò che è giusto e sbagliato? Quanto c’è di cultura e di natura dell’orrore?
La parola chiave di “Hard Candy” è sovversione, soprattutto dei ruoli, il potenziale carnefice si fa disintegrare dalla potenziale vittima.
E’ impossibile identificarsi e parteggiare per l’uno o l’altro dei protagonisti, la crudeltà di Hailey è così sistematica, incessante, fredda, chirurgica da rendere il contrasto col suo aspetto angelico assolutamente disturbante.
Jeff ci viene presentato come un uomo ferito nei sentimenti, ancora lacerato dalla conclusione di una storia d’amore “adulta”, e se da una parte dovremmo provare pietà per lui, dall’altra sarà impossibile non sentire disgusto e rabbia per la colpa di cui viene accusato, ovvero essere un pedofilo.
“Hard Candy” è strutturato come un continuo gioco di ribaltamento di prospettive, di sovversioni, appunto, che sbattono i pensieri dello spettatore da una posizione all’altra impedendogli di costruirsi un’opinione univoca sugli eventi del film.
Anche le identità dei protagonisti sono ambigue e contrastanti, subendo evoluzioni e regressioni continue, se il personaggio di Jeff viene composto pezzo per pezzo ad ogni battuta, quello di Hailey sfuma progressivamente fino a diventare un’incognita, una sedicente metafora di ogni vittima che si è arrogata il ruolo di punitrice indifesa. Ed in questo suo agire, perde personalità ed umanità, riducendosi, pur nella sua genialità nel manipolare la psiche altrui, ad un’arma di distruzione programmata per un solo ed unico scopo.
“Hard Candy” descrive in modo compiuto l’impossibilità di trovare una soluzione equilibrata, civile, sensata e scevra di emotività alla crudeltà dell’animo umano.
Per quanto ambigua la situazione possa apparire, il tema degli abusi sessuali e delle violenze su minori emerge in maniera sottile,come un’ombra, ma allo stesso tempo devastante, una tematica che crea ancora molti dibattiti e confusione, in quanto è difficile riuscire a comprendere l’orrore e la sofferenza che può vivere un uomo carnefice di un bambino, ma il genio di questo film è rappresentato proprio dalla mancanza di punti di rifermento, dal non sapere chi è l’eroe e chi il cattivo, ci offre il “permesso” di entrare della mente di queste persone, autori degli atti più oscuri.
Collegato a ciò, si apre una riflessione anche sulla facilità con cui oggi queste giovani vittime possono essere adescate, dovuto all’uso smodato di internet per relazionarsi al mondo. Nel film inoltre non vengono mostrate “protezioni”, reti di sostegno sociali e psicologiche e nessuna forma di tutela genitoriale, insomma manca il supporto ed allora diventa inevitabilmente uno scontro diretto, in cui la vittima per non soccombere fa fede ad una giustizia personale.
“Hard candy” ha la forza di porci di fronte al concetto di umanità nel modo più crudo, ci pone di fronte ad uno specchio e ad interrogativi esistenziali, ci mostra quelle parti della nostra identità che cerchiamo ogni giorno di tenere a bada, come la vendetta, la violenza, la rabbia e l’odio più puro.
Nel film intenzionalmente manca la morale, come se si ritornasse ad uno stato di primordialità, in cui le regole sociali ancora non sono state scritte.
È un film teatrale, provocatorio, morboso e contrastante e il suo obiettivo lo centra appieno, abbandonando lo spettatore in uno stato di completa confusione, morale e mentale.

Non torneremo a casa con una chiara percezione del bene o del male, ma turbati e confusi, con quel senso di disagio che si prova quando si assiste alla lotta tra diverse forme di malvagità, il lieto fine in questo caso è il trionfo della parte più oscura dell’uomo, che fa paura, ma che rimane comunque una parte di noi.


Dott.ssa Valentina D’Alessio, laureata in Psicologia e tirocinante presso l’Obiettivo Famiglia Onlus di Pescara

martedì 29 settembre 2015

ANTWONE FISHER






Antwone Fisher è un film autobiografico del 2002, ispirato alla storia vera di Antwone Fisher, un marinaio di colore che presenta seri problemi di autocontrollo e che dopo l’ennesima esplosione di collera, culminata con un’ aggressione nei confronti di un collega, viene affidato alla supervisione dello psichiatra Dott.re. Jerome Davenport . Quest’ultimo inizia a scavare nel passato di Antwone, portando alla luce una storia turbolenta, dalla nascita in un istituto penitenziario femminile, all’abbandono in un orfanotrofio, fino all’adozione da parte di una famiglia molto religiosa, dalla quale dovette subire maltrattamenti fisici, psicologici e anche abusi sessuali. Nel film la storia di Antwone andrà ad intrecciarsi con quella del Dott.re Davenport, che si troverà ad affrontare i problemi del proprio rapporto di coppia, a causa dell’impossibilità ad avere dei figli. Grazie all’evolversi di questo rapporto Antwone comprenderà l’importanza di dover ricercare le proprie radici, e quindi la sua famiglia d’origine per ricomporre il proprio passato ed eliminare questo pesante fardello che ancora porta con sè.
Nel tentativo di estrapolare le tematiche salienti del film emergono vari spunti a sfondo psicologico. Primo fra tutti il tema della rabbia, che condiziona il protagonista dall’inizio del film, infatti egli viene ammonito proprio per un’ esplosione di rabbia nei confronti di un collega. Ed è per questo che viene affidato alla supervisione dello psichiatra, che inizialmente trova un muro alzato dal protagonista, in quanto Antwone non risulta essere molto remissivo nei confronti della terapia. Conseguentemente a ciò il protagonista manifesta nuovamente scoppi di collera, ed è soltanto grazie all’evolversi della terapia che il protagonista riuscirà a risolvere i propri problemi.
Altro elemento importante del film è il tema della violenza, che il protagonista subisce durante l’infanzia sia a livello fisico, che a livello psicologico, e come essa condiziona lo stato attuale di Antwone, manifestando appunto la rabbia. Ed importante è anche la violenza sessuale subita dal protagonista, che dunque ci conduce anche al tema del trauma che emerge anche nel disagio di Antwone ad avere un rapporto intimo con le donne.
Attenzione merita anche il rapporto terapeutico che si crea tra Antwone e il Dott.re Davenport, che oltre a portare alla risoluzione delle problematiche del protagonista, mette alla luce i conflitti irrisolti che ci sono tra il Dott.re Davenport e la moglie, a causa dell’impossibilità della coppia ad avere figli. Un rapporto dove il protagonista ricerca sicuramente la figura genitoriale che non ha mai avuto, ma allo stesso tempo è Antwone che per il Dott.re ricopre il ruolo di figlio e fa riemergere i vecchi conflitti personali e di coppia. Infatti nel film inizialmente è il protagonista che si presenta in casa del Dott.re, che è in un primo momento titubante, ma dopo lo accoglie e lo invita ad unirsi alla sua famiglia per festeggiare il ringraziamento.

Quello che alla fine si presenta come elemento risolutore del film, che darà dunque la possibilità ad Antwone di proseguire nella propria vita è il tema del perdono. Come si vede nel film egli accoglie il consiglio del Dott.re Davenport e va alla ricerca delle sue origini, della sua famiglia. Ed è solo grazie a questo viaggio nel proprio passato che il protagonista riuscirà a perdonare se stesso e potrà andare avanti nella propria vita.

Dott.ssa Stefania Spallino
Laureata in Psicologia Clinica e della Salute presso l'Università G.D'annunzio Chieti-Pescara e tirocinante presso la Obiettivo famiglia Onlus


mercoledì 20 maggio 2015

STELLE SULLA TERRA



TRAMA

Prodotto in India nel 2007, “Stelle sulla terra” racconta la storia di Ishaan Awasthi (Darsheel Safary), un bambino di otto anni con gravi difficoltà scolastiche perché dislessico. Il bambino è un bravo pittore pieno di gioia di vivere ma viene continuamente preso in giro dai maestri e dai compagni di scuola. A casa suo padre (Vipin Sharma), ossessionato dalla carriera e dal successo, è orgoglioso del primogenito Yohan (Sachet Engineer), il quale prende buoni voti ed è un bravo atleta. La madre di Ishaan (Tisca Chopra) gli vuole bene ma non sa cosa fare con il bambino. Quando gli insegnati dicono comunicano ai genitori di Ishaan che il bambino sarà bocciato di nuovo, il padre decide di mandare il figlio in collegio, credendo che l’ambiente severo riesca a disciplinare suo figlio. Ishaan vive questa nuova situazione come una punizione e soffre molto la mancanza della famiglia. Inoltre anche nel nuovo istituto il bambino non riesce a fare progressi e inizia a chiudersi in sé stesso e a isolarsi dai compagni. Un giorno però le cose cambiano quando arriva in collegio il supplente dell’insegnante di arte, il professor Ram Shanker Nikumbh (Aamir Khan), che insegna anche in una scuola per i bambini disabili. L’uomo si accorge subito della profonda infelicità di Ishaan e che il bambino rischia di cadere in depressione. Analizzando bene i suoi quaderni, Ram si accorge che il bambino è dislessico. Decide così di visitare la famiglia di Ishaan e di parlare di dislessia nella classe, spiegando come persone famose e di successo in realtà erano dislessiche. Ram confessa a Ishaan che anche lui da bambino era dislessico e decide di intraprendere con lui un percorso di riabilitazione della lettura e della scrittura. Inoltre l’insegnante indice una gara di pittura per tutta la scuola per permettere a Ishaan di mostrare la sua grandissima abilità in questo campo. Così pian piano il piccolo protagonista riscopre la gioia di vivere.
TEMATICHE
“Stelle sulla terra” permette di riflettere su una serie di tematiche.
1. DIFFICOLTA’ SCOLASTICHE. In primis emergono le difficoltà scolastiche che un bambino dislessico deve affrontare.
Uno primo scoglio di un dislessico, e di Ishaan in questo caso, è l’incapacità di leggere in maniera adeguata. Infatti, all’inizio del film, quando la maestra chiede al protagonista di leggere la frase scritta alla lavagna, viene fatto vedere come le lettere viste da un dislessico si muovono, cambiano posizione all’interno della parole, mandando la persona in
confusione. Infatti nel momento in cui Ishaan dice alla maestra che le lettere si muovono e lei lo incita a sforzarsi di leggere, il bambino va in confusione totale e inizia ad urlare. Ishaan dimostra anche disabilità matematiche. Quando deve risolvere un’operazione matematica, il bambino attua un ragionamento completamente errato, che viene mostrato allo spettatore per mezzo di un cartone animato: Ishaan immagina di pilotare una navicella spaziale all’interno dello spazio dove ci sono due pianeti, un 9 e un 3 che deve addizionare, e per farlo lui abbatte con la sua navicella il pianeta 9 lasciando solo il 3. Quindi considera il 3 il risultato dell’operazione, sbagliando. Nella seconda parte del film invece, vengono mostrate le difficoltà di scrittura che ha un bambino dislessico: ad esempio Ishaan scrive la lettera s al contrario, confonde la b con la d. Questi errori, come fa notare il maestro Ram ai genitori del piccolo protagonista, si ripetono in maniera sistematica: Ram fa notare che Ishaan non è incapace di apprendere, ma impara solo in maniera sbagliata, ed è proprio lì che bisogna andare a lavorare.
2. DIFFICOLTA’SOCIALI. A causa delle sue difficoltà scolastiche Ishaan ha anche difficoltà a relazionarsi con i compagni, fattore che emerge sempre di più nel corso del film. Ad esempio all’inizio c’è una scena in cui la maestra, dopo che il bambino non riesce a leggere bene, lo caccia fuori dall’aula. Lì passano tutti i compagni di scuola che lo prendono in giro dicendogli che ormai ha fatto l’abitudine a star fuori la classe. Stessa cosa si ripete anche in collegio: quando il maestro chiede ad Ishaan di dire il significato della poesia letta da un compagno, lui non è in grado di ripeterla per bene, scatenando la derisione generale dei compagni dei classe. È a questo punto che il protagonista inizia rifiutare ogni contatto con gli altri bambini eccetto che con il compagno di classe, che non può camminare.
3. DIFFICOLTA’ DI COMPRENSIONE. Oltre a non essere accettato dagli altri bambini, a gravare sulla situazione di Ishaan è la mancata comprensione da parte degli adulti, da coloro che essendo grandi dovrebbero capirlo e sostenerlo. In primis gli insegnanti, che sia nella vecchia che nella nuova scuola lo considerano un ritardato. A non comprenderlo però sono soprattutto i genitori, che considerano Ishaan svogliato e si arrabbiano con lui a tal punto da mandarlo in collegio perché esasperati. A tal proposito degna di nota è una scena in cui Ishaan e la mamma stanno facendo i compiti di inglese e il bambino sbaglia a scrivere tutte le parole per l’ennesima volta e la madre lo rimprovera lamentandosi del suo mancato impegno, dicendogli “l’abbiamo studiato anche ieri, perché sbagli ancora? Perché non ti impegni? Vuoi essere bocciato ancora?”.
4. DISAGIO PSICOLOGICO. Dietro alle mancate relazioni di Ishaan con i compagni e alla non comprensione dei genitori, certamente c’è un profondo disagio da parte del piccolo protagonista. Il bambino diventa inconsolabile, si chiude in sé stesso e rifiuta tutto ciò che è divertimento. A tal proposito emblematica è la scena in cui arriva in classe il maestro Ram vestito da pagliaccio incitando tutti i bambini a cantare e a ballare e Ishaan rimane seduto sulla sedia a fissare il banco immobile.

RIFLESSIONI E CONCLUSIONI

Effettuando un’analisi generale del film si può affermare l’intera storia si evolve da una condizione negativa ad una positiva grazie all’arrivo maestro Ram. La mancata comprensione dei problemi di Ishaan da parte degli insegnanti e dei genitori, il rifiuto dei compagni e il suo atteggiamento negativo nei confronti della vita mutano radicalmente con l’intervento
dell’insegnante. Il maestro Ram, influenzato anche dalla sua storia personale, rappresenta una sorta di angelo per Ishaan, in quanto prende a cuore la sua situazione, lo aiuta ad imparare a leggere e a scrivere correttamente oltre che a sviluppare la sua capacità nascosta, la pittura. A tal proposito si può affermare che il film è diviso in due parti: cosa non fare con un bambino dislessico nella prima parte e cosa invece fare in una situazione del genere nella seconda parte.
In conclusione “Stelle sulla terra” è un film realista e ottimista nello stesso tempo. Realista in quanto il film rappresenta alla perfezione la condizione in cui si trova un bambino dislessico e fornisce una sorta di guida sui comportamenti da adottare. Inoltre il regista manda un messaggio forte e chiaro: la dislessia non è un ritardo mentale, è un disturbo dell’apprendimento che però rimane sempre. Chi ne è affetto è un bambino sano che bisogno di imparare le lettere e i numeri in maniera differente dagli altri. “Stelle sulla terra” è anche un film positivo perché se si comprende subito la difficoltà di un bambino dislessico e si interviene in maniera mirata, la convivenza di un ragazzino con questo problema diventa più semplice. Quindi il film manda certamente un messaggio di speranza per tutti coloro che si trovano ad affrontare una situazione simile.

Dott.ssa Federica Ceccomancini 

Laureata in Psicologia all'Università Chieti-Pescara e tirocinante alla Obiettivo Famiglia Onlus

LA PELLE CHE ABITO



La pelle che abito è un film del 2011 diretto dal regista Pedro Almodóvar, basato sul romanzo "Tarantola" di Thierry Jonquet.
La storia è incentatrata sulla vita del chirurgo Robert Ledgard, il quale vive nella sua lussuosa casa in compagnia di Vera, una bellissima ragazza per la quale sembra avere una vera e propria ossessione, tenendola rinchiusa in una stanza, vestita solo di un body color carne e osservandola tramite delle telecamere; inoltre sperimenta su di lei un prototipo di pelle, ottenuta con un processo di transgenesi segreto ed illegale, trattandola come una vera e propria cavia da laboratorio. Anche la ragazza sembra però avere dei comportamenti strani, strappa i vestiti che le vengono dati e utilizza i cosmetici non per truccarsi ma per riempire le pareti della stanza di scritte e singolari disegni. Tutto appare ambiguo e incomprensibile, ma con lo scorrere dei minuti si comprende che la storia di Robert e Vera è segnata da un passato oscuro, fatto di morti violente, sofferenza e vendetta.
Almodóvar trae ispirazione ad un racconto cupo, in cui può sembrare che nessuno dei protagonisti sia innocente e buono, ma attraverso varie scene cerca  di dare voce a differenti forme di sofferenza psicologica, dall'abuso di sostanze stupefacenti, alla violenza sessuale, fino alla psicopatia.
Ma analizziamo passo per passo i diversi temi chiave di questo film:

IL TRAUMA: sono tutti quegli eventi che hanno un tale carico emotivo da irrompere nella vita delle persone e cambiarne il corso. Nel film appare emblematico il suicidio della moglie di Robert, la quale, dopo essere sopravvissuta ad un incendio, vedendo la sua immagine per la prima volta riflessa nel vetro di una finestra, impazzisce e si suicida gettandosi nel vuoto, proprio sotto gli occhi di sua figlia. Questo episodio mostra anche come un trauma, il suicido della donna, possa generarne uno nuovo, in questa caso infatti la figlia sviluperà una tale sofferenza psicologica che, a seguito di altri eventi traumatici, la condurrà al suicidio, ripetendo esattamente la morte della madre.

LA VIOLENZA: predomina incontrastata nell'intero film, funge da "colonna sonora" che invade l'animo umano di ogni songolo personaggio. Una violenza a catena in un continuo ribaltamento di ruoli vittima-carnefice; come la violenza sessuale che Zeca, fratellastro di Robert, esercita su Vera,la donna tenuta prigioniera dal chirurgo; l'omicidio dello stesso Zeca per mano del fratellastro; lo stupro di cui è vittima Norma, la figlia di Robert, da parte di Vincent, ed infine la  forte violenza psicologica e fisica che Vincent/Vera subisce dallo stesso Robert attraverso continue sperimentazioni e trasformazioni chirurgiche inflitte al suo corpo.

LA FOBIA SOCIALE: viene portata in scena dalla figlia di Robert, Norma, la quale sviluppa tale patologia dopo la morte della madre. La ragazza mostra infatti un forte stato ansioso nel quale il contatto con gli altri le provoca una paura intensa e pervasiva. La situazione di Norma precipiterà in seguito ad altri eventi traumatici, fino a sviluppare una forte repulsione per suo padre, identificandolo come il suo aggressore.

LA TOSSICODIPENDENZA: nel film viene presentata attraverso la vita di Vincent, un ragazzo che fa uso abitudinario di ecstasy, e che proprio sotto l'effetto di tale sostanza tenterà di violentare Norma.

LA PSICOSI: incarnata perfettamente dalla fiugra di Robert, un personaggio colmo di vendetta, odio e sofferenza, che sembra ritrovare "pace" solo attraverso l’utilizzo dell’altro come strumento per soddisfare i propri bisogni. Robert, senza nessuno scrupolo ed etica, trasforma Vera/Vincent in un "oggetto-manichino" guidato da un insaziabile sete di giustizia privata. L’essenza della sua perversione è proprio quello di spogliare la persona che ha di fronte di ogni emozione e pensiero, annientando la sua umanità.

LA DISFORIA DI GENERE: in questo caso presentata paradossalmete all'opposto, ovvero il regista espone tale tematica attraverso la storia di Vera/Vincent, una persona perfettamente a suo agio con il proprio corpo d'origine, ma che sarà costratta ad "abitare" una pelle non sua.

LA BIOETICA: aspetto essenziale è appunto la contrapposizione tra il progresso scientifico e tecnologico a cui corrisponde un decadimento dell'animo umano, indifferente alla dignità umana e ai limiti della follia.

LA FIGURA MATERNA: una figura chiave del film, che viene presentata dal regista attraverso due tipi differenti di maternità. Il primo tipo attraverso la figura di Marilia, madre sia di Zeca che di Robert, ma che i due ne ignorano il fatto. Marilia è un tipo di "madre-complice", che appare inerme di fronte alla sofferenza e alla follia dei suoi figli, e non può fare altro che assecondarli.
Il secondo tipo di maternità viene invece incarnato dalla madre di Vincent, una donna premurosa, che non smette di cercare il figlio scomparso, una madre che non smette di sperare e che è pronta ad accogliere suo figlio quando farà ritorno.

Qui sono state descritte solo alcune delle tematiche presenti nel film, ma potrebbero emergere ulteriori interpretazioni. Ciò che sicuramente si impone all'attenzione dello spettatore è il fatto che tutti i personaggi siano stati costruiti per interpretare la parte dell'antieroe, alla fine del film ci si chiede "ma qualcuno o qualcosa di buono c'è?".
Forse l'aspetto più crudo e sorprendente di questa storia è proprio il fatto che non c'è un buono e un cattivo con cui identificarsi, ma semplicemente l'uomo, con tutte le sue contraddizioni, le brutture e le sofferenze, un uomo che a volte può allontanarsi da ciò che più lo rende umano, ma che sa anche amare, sopravvivere al dolore, far ritorno a casa e riprendere in mano la propria vita.

Dott.ssa Valentina D'Alessio 

Laureata in Psicologia all'Università Chieti-Pescara e tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus