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mercoledì 2 marzo 2016

LA TERAPIA DELLA BAMBOLA


Uno dei problemi maggiori nella cura delle condizioni degenerative che tendono a colpire molte persone anziane è la necessità di controllare alcuni comportamenti rischiosi per un paziente o per chi vive accanto ad esso.
Insieme a tale bisogno si osserva sempre più spesso la scelta di ricorrere ad utili terapie di supporto volte a ridurre il ricorso costante a massicce dosi di farmaci che possono risultare dannose e che possono determinare una bassa o inesistente qualità della vita, paragonabile talvolta ad una pura sopravvivenza in uno stato vegetativo.
La terapia farmacologica infatti, pur essendo necessaria, determina molti effetti collaterali che in alcuni casi appesantiscono una condizione fisica generale già difficile o compromessa da altre patologie organiche.
Per tali ragioni occorre perfezionare delle strategie che aiutino a ridurre il ricorso continuo a crescenti sedazioni e che possano contestualmente stimolare le abilità affettive e cognitive residue che rappresentano i pilastri che sostengono il controllo dei comportamenti patologici tipici degli stati di demenza senile.
La "terapia della bambola" è un metodo che si è rivelato particolarmente utile per il raggiungimento di questo scopo e che si colloca, per tale motivo, tra le terapie complementari che si dimostrano più utili per la stabilizzazione dei dosaggi farmacologici in presenza di patologie della terza età con sintomatologia affettivo-comportamentale.

Distrazione, compensazione affettiva e reiterazione
La terapia che adotta l'uso delle bambole, chiamata anche "Doll Therapy" o “Empathy Doll” ha origine con il contributo della terapeuta Britt-Marie Egedius-Jakobsson in Svezia, in un paese specializzato nella produzione di questi oggetti da gioco o da abbellimento domestico. Essa consiste nel ricorso all'oggetto bambola, che riveste gradualmente un significato simbolico in grado di aiutare a migliorare il benessere delle persone con problematiche che compaiono generalmente in età avanzata, quali le demenze senili, come l'Alzheimer ed alcune patologie psichiatriche gravi caratterizzate da disturbi del comportamento.
Le sue azioni possono realizzarsi sia a livello preventivo che di cura, attraverso il supporto alla salute che può derivare da alcuni benefici dell’intervento organizzato sistematicamente e professionalmente, quali:
• la modulazione di stati d’ansia e di agitazione e delle loro manifestazioni sintomatiche come aggressività, insonnia, apatia o wandering;
• la conseguente possibilità di ridurre sensibilmente il ricorso ai sedativi;
• la riduzione di condizioni di apatia e depressione caratterizzata da disinteresse ed inattività totale;
• la capacità di rispondere ai bisogni emotivi-affettivi che, malgrado il deterioramento cognitivo, rimangono presenti ma non sono più soddisfatti come in età precedenti;
• la possibilità di ostacolare il deterioramento di alcuni abilità cognitive e di sostenere l'utilizzo di prassi motorie che fungono da stimolo delle abilità residue.
A partire dall'osservazione delle potenzialità di questa terapia, essa può essere considerata un metodo integrativo, piuttosto che alternativo, ma anche uno strumento di riabilitazione in grado di aiutare a ridurre e compensare le compromissioni funzionali degenerative.
Il ricorso ad una bambola, in persone in cui le capacità di memoria, logiche e verbali si sono ridotte e che a causa di una patologia non riescono più ad intrattenere relazioni stabili ed equilibrate, consente di attivare delle modalità di relazione pre-verbali e non verbali che permettono di canalizzare le energie mentali su un'attività che riveste al contempo un ruolo di distrazione ed uno, ancora più importante, di stimolo rappresentando un contesto per manifestare emozioni e pensieri che altrimenti tenderebbero ad affollare in modo confuso il mondo interno del paziente.
La Doll Therapy, perciò, riesce a dirigere l'attenzione di una persona affetta da demenza o da patologie con compromissioni simili verso un compito semplice, come quello di accudimento di una bambola, evitando la congestione del pensiero dovuta alla concentrazione su idee e stati affettivi che, non avendo un filo di unione, generano stati di confusione e di disagio che vengono manifestati spesso con disordini del comportamento.
Questo approccio di cura, inoltre, consente di creare un contesto per rispondere ad alcuni bisogni universali privi di limiti di età, quali quello di sentirsi utili e capaci di svolgere ancora delle attività quotidiane, di dare affetto e di prendersi cura di qualcuno, ma anche di esprimere emozioni primordiali e naturali.
La possibilità di riconoscere la bambola per quello che è realmente è presente solo in alcuni casi; in altri è possibile che il deterioramento cognitivo non consenta il rapporto consapevole con l’oggetto reale. In entrambe le condizioni, tuttavia, il rapporto importante a livello terapeutico è quello che viene a determinarsi con un oggetto immaginario che diviene simbolico grazie al processo attraverso cui la bambola viene investita con i propri ricordi e con le emozioni fissate nella memoria remota e che attraverso l’oggetto simbolico possono essere attualizzate ed esternalizzate.
Infine, tra i benefici che si osservano una volta avviato un rapporto con la bambola, vi sono anche le sollecitazioni quotidiane della memoria procedurale che viene chiamata in causa nell’esecuzione di alcuni gesti di cura come la vestizione, il cambio di abiti o ancora attraverso le azioni del cullare o dell’alimentare.
Il ruolo simbolico attribuito alla bambola e l’affettività proiettata su di essa sono evidenziate dall’agitazione emotiva che subentra quando si allontana la bambola o la si sostituisce con un oggetto con caratteristiche rievocative diverse, come ad esempio una scatola.
La terapia della bambola va considerata una cura centrata sulla persona che consente di sostenere il rispetto di alcuni principi morali fondamentali nella cura dell’anziano.
Essa incoraggia infatti:
• la ricerca di una massimizzazione del controllo personale che ha luogo attraverso la stimolazione delle possibilità residue di cura autonoma di sé;
• l’esercizio delle scelte, estremamente ridotte nella quotidianità dell’anziano ammalato, che divengono possibili nel corso dell’interazione con la bambola che rappresenta un contesto in cui è possibile lasciar decidere senza il rischio di conseguenze negative;
• il rispetto della dignità umana che si evidenzia nell’attenzione che questa cura rivolge all’autostima e alla possibilità di vivere piccole e semplici esperienze in cui è possibile ancora sentirsi capaci;
• il rispetto del senso di continuità dell’esistenza che viene attuato attraverso la sperimentazione emozionale di condizioni positive del passato che trascende la possibilità di recuperare i ricordi episodici;
• la promozione dell’equità che viene applicata attraverso il riconoscimento non discriminatorio dei bisogni affettivi in ogni età della vita.


Aspetti metodologici
Esistono tre principali modi attraverso cui può essere applicata la terapia della bambola, considerando che spesso essa si colloca all’interno di case di riposo o di accoglienza per anziani, ma che può essere attuata anche attraverso interventi individuali.
Nei contesti di attuazione in gruppo o a domicilio si preferisce procedere costituendo un luogo unico, una sorta di nursery, in cui i destinatari della cura possono andare e scegliere una delle bambole con cui interagire.
In strutture che ospitano gruppi omogenei si può procedere facilmente anche con un approccio in cui le bambole vengono distribuire nelle varie stanze della casa e gli ospiti della struttura possono in tal modo trovare più stimoli intorno a loro, una scelta che può risultare utile soprattutto una volta avviato l’intervento per garantire la stimolazione continua.
In casi in cui siano presenti singoli pazienti con problematiche comportamentali che vivono all’interno di strutture complesse di cura o al proprio domicilio familiare, si può procedere anche attraverso l’attribuzione di una bambola per destinatario della terapia, ponendo generalmente l’oggetto accanto al letto della persona o sul suo comodino.
La somministrazione iniziale della bambola generalmente è diretta da un esperto che guida il percorso riabilitativo in alcuni momenti specifici della giornata, valutando i progressi e stimolando la costruzione del rapporto simbolico anche attraverso il coinvolgimento della famiglia o dell’équipe. Tuttavia, la bambola può essere riproposta in tutti quei momenti in cui i destinatari appaiono irrequieti o apatici; ciò spesso avviene utilmente in momenti cruciali della giornata quali quello dell’igiene e della vestizione, durante i quali alcuni pazienti mostrano un picco di aggressività o di rifiuto dell’intervento assistenziale.
Le bambole terapeutiche originali, denominate Joyk, possiedono caratteristiche particolari che potrebbero non farle apparire come le bambole più belle in vendita, ma che le rendono maggiormente in grado di suscitare emozioni e che per questo vengono definite anche “bambole empatiche”. In particolare, una bambola adottata in un programma terapeutico di “empathy doll”, dovrebbe possedere alcune caratteristiche importanti, quali:
• un peso né troppo leggero né eccessivo distribuito in modo equo lungo tutto il corpo;
• le braccia morbide e non troppo floscie ed una postura delle gambe lievemente rannicchiata ma non fetale, tale da rendere facile l’abbraccio;
• una dimensione simile a quella di un neonato;
• tratti somatici che ricordano quelli di un bambino.
Sono pertanto poco indicate le bambole di pezza e le bambole da collezione. Inoltre, nelle versioni più attuali sono stati aggiunti spesso dei taschini in cui vengono riposti sacchetti da aromaterapia che possono contenere essenze calmanti o anche dei dispositivi che riproducono il battito cardiaco e che per questo aumentano l’impressione di interazione reale, producendo una sincronizzazione sensoriale che tende ad equilibrare il ritmo cardio-circolatorio.
Nel corso della Doll Therapy, l’interazione paziente-bambola può attraversare diversi stadi, in rapporto anche alla disponibilità a riconoscere alla bambola un ruolo simbolico affettivo che rimanda alle relazioni infantili oppure a quelle materne.
Sono state indicate tre tipologie di comportamento interattivo osservabili:
• in momenti iniziali oppure in situazioni protratte di rifiuto, il paziente considera la bambola esclusivamente come un oggetto inanimato e tende ad esplorarla con un contatto iniziale che poi si riduce fino a portare all’abbandono della bambola da qualche parte;
• dopo la prima fase può seguire, ma non sempre ciò accade, una fase di accudimento costante nel corso di vari momenti della giornata; in questo caso si evidenzia un riconoscimento del simbolismo dell’oggetto;
• infine, un’altra modalità interattiva che può essere osservata è quella in cui si verifica un’alternanza tra intenso accudimento della bambola e disinteresse o rifiuto.
Ognuna di queste modalità può dare un’indicazione della modalità di relazione affettiva caratteristica del paziente e risente anche dell’incoraggiamento che il personale della struttura ospitante o della famiglia mostra nei confronti delle azioni di cura rivolte alla bambola.
Nel corso di un programma di intervento con la Doll Therapy, vanno considerati alcuni segni tipici che mostrano la funzione terapeutica della bambola che vanno raccolti in apposite liste di controllo periodico che sostengono l’osservazione. Essi comprendono:
• l’accettazione della bambola;
• la ricerca di quest’ultima;
• le interazioni verbali con l’oggetto (es. il parlare alla bambola);
• il cullare;
• l’abbraccio o la tendenza a stringere al petto;
• la cura dell’abbigliamento;
• il sorriso diretto;
• il sorriso alle persone presenti;
• il canto di una ninna nanna;
• ogni forma di gioco con l’oggetto;
• il contatto continuo;
• l’accarezzamento.
Richiedono un incoraggiamento dell’interazione gesti quali:
• l’abbandono della bambola;
• la ricerca di consenso rispetto a forme di accudimento;
• il tenere la bambola senza muoverla;
• il contatto sfuggente.
Dietro ad alcune forme di rifiuto della bambola si possono celare traumi affettivi e possibili lutti che vanno intesi come una forma di controindicazione alla terapia della bambola, che potrebbe riattivare in tali casi frustrazioni e conflitti. La raccolta di dati sulla storia dei pazienti con dei familiari di questi ultimi rappresenta pertanto un passo fondamentale prima dell’inizio di qualsiasi terapia basata sul maternage. In presenza di lutti importanti in periodi dell’infanzia o della maternità o di disturbi dell’attaccamento, l’intervento va condotto con prudenza o eventualmente, in casi estremi, evitato.
In conclusione, le esperienze positive di intervento ottenute attraverso questa terapia sottolineano la necessità di perfezionare queste ed altre metodologie di supporto, in cui il concetto di terapia si riferisce alle possibilità di sostegno delle risorse presenti. Questo obiettivo, che potrebbe essere considerato minimo, è tuttavia estremamente importante nelle condizioni in cui non è possibile un miglioramento organico, ma in cui è possibile sostenere anche un minimo adattamento funzionale.
Le potenzialità applicative di questa terapia pertanto potrebbero essere esplorate anche nel contesto di alcune disabilità cognitive medio-gravi presenti in altre patologie e in pazienti di età diverse, in considerazione della possibilità di ridurre trattamenti farmacologici massicci.

Il dibattito tra sostenitori e oppositori della terapia della bambola trova proprio in questo risultato un punto di accordo che apre uno spiraglio alla collaborazione per il bene dei pazienti che si trovano a dover vivere una condizione nella quale il comportamento diviene l’unico indicatore più genuino di un benessere interiore che va ricercato con piccole e semplici strategie nel qui ed ora.

lunedì 29 febbraio 2016

IL LUTTO E LA FAMIGLIA


La morte, all’interno della famiglia, produce due effetti: il primo è su chi muore, come fine ed interruzione della propria vita; il secondo è su chi rimane ed è il prezzo che si paga all’impatto profondo e violento che tali eventi, inevitabili ed obbligati, hanno sulla famiglia.
Cosa avviene in famiglia in seguito alla perdita di un componente?Il lutto in famiglia è la semplice somma dei lutti individuali o possiede delle qualità peculiari? Esiste il lutto di tutta della famiglia? Crediamo di si, poiché la morte in famiglia comporta molteplici perdite: della persona deceduta, dei ruoli, dell’unità familiare, delle speranze e della raffigurazione stessa del futuro
Nella letteratura legata alla famiglia ed al lutto, si esplicita il carattere simbolico del legame familiare e dello scambio fra le generazioni, la morte rappresenta il momento privilegiato e necessario per questo passaggio. Il principale compito della famiglia è quello di riattualizzare il rapporto tra vivi e morti attraverso il trasferimento del sistema dei valori. Il concetto di passaggio consente di dare senso alla morte e di dare all’evento luttuoso una funzione positiva. All’interno della famiglia si ricercano le risorse familiari al fine di contestualizzare il dolore familiare e non cadere nella patologia. Lo stress della morte è l’evento più potente che una famiglia si trovi ad affrontare, per questo è necessario attivare tutte le sue risorse per resistere alle forze destabilizzatici che si scatenano nell’immediato. Come sostiene Bowen in un sistema di comunicazione chiuso un individuo non è libero di comunicare pensieri, sentimenti e fantasie a causa della dipendenza emotiva dall’altro: si tratta di un riflesso automatico di difesa del sé dall’ansia dell’altra persona che limita la capacità di condivisione all’interno della relazione a due.
Alcune variabili orientano l’esito dell’elaborazione del lutto e il successo o meno delle strategie finalizzate ad affrontare l’evento: la qualità dell’organizzazione familiare; la flessibilità o rigidità del sistema familiare; il livello di coesione tra i membri della famiglia; il ruolo e la funzione della persona scomparsa; le modalità della morte
L’evento morte non è un passaggio da una fase all’altra della vita, ma la trasformazione di una condizione di vita. È un passaggio che attiva soprattutto aspetti simbolici: la morte obbliga i familiari a confrontarsi con l’inevitabilità del distacco e a procedere ad un lavoro di consegne e di distribuzione delle parti. E’ un passaggio di valori, tradizioni ed atteggiamenti e di mandati familiari. In famiglie con conflitti irrisolti questo passaggio sarà ancora più problematico.
La famiglia, per superare l’evento luttuoso, si trova ad affrontare delle tappe: accettazione della perdita; riorganizzazione della comunicazione e dei ruoli familiari; riorganizzazione delle relazioni con il mondo esterno; riaffermazione del sentimento di appartenenza al nuovo sistema familiare che emerge dal precedente; accettazione dell’ingresso in una nuova tappa del ciclo vitale.

Quali sono le principali risposte familiari al lutto?

1) Il silenzio, non se ne parla. Accade in famiglie con lutti irrisolti

2) Si colpevolizza per mantenere il controllo. Famiglie con capri espiatori

3) Famiglie in cui si evita l’intimità per paura di perdere il controllo

4) Famiglie in cui tutto deve continuare come prima, il posto vuoto deve essere riempito per non indebolire il sistema familiare

5) Famiglie per cui la perdita è caos e rischio(stanze lasciate intonse dalla morte)

6) Famiglie che condividono i sentimenti li tollerano e condividono gli stress. L’elaborazione del lutto procede attraverso l’attenzione e la consolazione reciproca.


Ci sono dei sintomi familiari che ci aiutano a capire quando l’evento luttuoso diventa un problema:

1) Diminuzione della comunicazione, cambiamento nelle relazioni, chi parla a chi

2) Riconnessione o distacco di alcuni membri della famiglia

3) Confusione nella gerarchia familiare, nei ruoli  e negli agiti dei membri della famiglia

4) Isolamento rispetto al contesto esterno

5) Ritiro dagli amici e dalle reti di supporto

6) Iperprotettività dei membri, chiusura

In alcune famiglie possiamo osservare delle risposte disfunzionali che non aiutano a superare il lutto, ma che congelano la famiglia impedendole di andare avanti lungo il suo percorso evolutivo e queste risposte sono: idealizzare la persona scomparsa; identificarsi con la persona scomparsa; una chiusura della famiglia che provoca invischiamento e che ostacola l’elaborazione individuale del lutto; promuovere il segreto familiare proteggendo l’onore familiare (frequente in casi di suicidio); promuovere ruoli inadeguati come l’attribuire ad un figlio un ruolo genitoriale dopo la morte del genitore; dipendenza da riti religiosi o tradizioni culturali, ricerca dell’aldilà; congelare il dolore.
Un buon aiuto per risolvere in modo efficace un evento luttuoso viene dato dalla qualità delle relazioni familiari, più le relazioni sono insoddisfacenti e più l’evento morte sarà visto come negativo e fonte di stress. In particolare, il rapporto genitori/figli è legato alla qualità della relazione. Spesso i genitori hanno delle alte aspettative riguardo alle responsabilità filiali, che se vengono disattese generano sensi di colpa e vissuti abbandonici nei genitori anziani. I figli, da parte loro, sperimentano un senso di fallimento per le aspettative disattese e di conseguenza, un’incapacità ad esprimere gratitudine verso i genitori, per i rapporti tesi e conflittuali che si generano. Nelle famiglie dove non ci sono “conti in sospeso tra le generazioni, si hanno sentimenti diversi: la generazione anziana che si avvicina alla morte prova nostalgia per il passato, dolore e paura. Questo perché la generazione anziana ricapitola la vita e riconosce ciò che ha ricevuto e ciò che ha dato. I figli esprimono riconoscenza con comportamento di aiuto e con prestazione di supporto. La cura di riconoscenza è finalizzata al mantenimento dei legami. Si realizza così, sia per la generazione dei genitori che per quella dei figli, la gratitudine per il dono della vita, in questo modo si riconoscono i legami familiari che, invece, vengono rifiutati o negati quando c’è il disconoscimento della gratitudine.


mercoledì 24 febbraio 2016

ALCOLISMO, UNA MALATTIA DELLA FAMIGLIA


Gli effetti drammatici dell'alcolismo riguardano l'intero gruppo famigliare: tutti i famigliari sono esposti alle catastrofiche conseguenze dell'alcolismo, tra malesseri fisici, psicologici
I dati che riguardano il problema dell'alcolismo sono estremamente drammatici e lo sono ancora di più se si considera questa malattia un fenomeno famigliare e sociale: infatti non solo soffre colui che abusa di alcool, ma è l'intera famiglia a soffrire, a manifestare una patologia fisica e psicologica dovuto all'abuso di alcool di un suo membro.
L'alcolismo è un problema sommerso che uccide 60 volte più dell'eroina: la persona che abusa di alcool e la sua famiglia tende a negare a sé stessa il problema, lo nega e lo nasconde per tanto tempo: per questo spesso non è riconoscibile e valutabile.
Si stima che 5 milioni di italiani abusino di alcool e 1/5 di loro siano alcolisti.
Ogni anno muoiono 30.000 persone per causa direttamente connesse all'alcol ed altrettanti in modi indiretto: per esempio per guida in stato di ebbrezza, infortuni sul lavoro, suicidi e omicidi.Inoltre si stimano che circa 3.000 bambini all'anno nascono con sindrome feto alcolica.
Il 35% degli incidenti stradali siano connessi all'abuso di alcool; l'alcol è causa di oltre la metà degli omicidi, di 1/4 dei suicidi e di 1/5 degli infortuni sul lavoro.

Alcolismo e consumo responsabile
L'alcolista è colui che ha sviluppato una dipendenza dall'alcool, ossia usa la sostanza per affrontare la propria quotidianità, le proprie paure, per farsi coraggio nel relazionarsi con il modo famigliare e sociale; non può farne a meno, è convinto di poter controllarne l'assunzione, ma di fatto ne è vittima. Ci sono alcolisti che all'inizio della storia della dipendenza assumevano alcool solo il pomeriggio o la sera; arrivano con il passar del tempo ad assumere alcool fin dal primo mattino.
Il consumo responsabile di alcolici è un consumo moderato e consapevole, del tutto compatibile con la vita personale e sociale delle persone. Bere senza avere il controllo, bere nel momento sbagliato, nel luogo sbagliato e per motivazioni sbagliate significa invece bere in modo pericoloso perché possa svilupparsi una dipendenza.
I costi economici e sociali per le aziende ospedaliere e private sono drammatici: si stima infatti che
8-10% dei ricoveri in ospedali siano correlati al bere
20- 30% dei costi sanitari siano dovuti a patologie legate all'alcol
Le patologie organiche più gravi che possono colpire chi abusa di alcool sono: la cirrosi epatica, il tumore all'apparato digerente, malattie cardio-circolatorie, ipertensione e l'aggravamento dell'osteoporosi.
Le patologie psicologiche che possono colpire chi abusa di alcool sono; depressione, ansia, attacco di panico, disturbo alimentare, problemi nel sonno, difficoltà relazionali e sessuali, disagio lavorativo. Nei casi più gravi insorgono disturbi di ordine psichiatrico.
I quadri clinici di questi pazienti sono assai complessi, con diversi disturbi di origine organica che si sovrappongono a patologie di natura psicologica.
Disattenzione e mancanza di concentrazione, stanchezza e spossatezza comportano spesso assenze dal lavoro.
Si stima che circa 25 milioni di giornate lavorative vengano perse a causa di problemi alcool correlati.



Alcolismo una malattia della famiglia
Non solo chi abusa di alcool manifesta disagi e sviluppa disturbi organici e psicologici, ma l'intero gruppo famigliare può manifestare disagio e sviluppare un disturbo organico e psicologico solo per il fatto che un membro della famiglia abusa di alcool.
L'alcolismo è una malattia della famiglia: l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l'alcolismo una malattia che colpisce l'intero gruppo famigliare.
Possono insorgere malattie fisiche di origine organica o psicologica nei bambini, resi più fragili e vulnerabili data la situazione famigliare.
In una famiglia in cui c'è un problema connesso all'uso di alcol spesso si modificano ruoli e funzioni: i figli si prendono cura emotivamente e fisicamente dei propri genitori, oppure si fanno partner del genitore. I bambini manifestano problemi scolastici e problemi comportamentali. Gli equilibri famigliari diventano complessi e fonte di sofferenza per tutti, recriminazione e sensi di colpa colpiscono tutti i membri della famiglia.
Può capitare che non ci si accorga che qualcuno stia male e che soffra di qualche disturbo.
Si comunica con difficoltà, con rabbia e rancore: emergono difficoltà relazionali e sessuali tra gli adulti, difficoltà di comunicazione e incomprensioni tra adulti e bambini. Non sempre si riesce a garantire la funzione di guida e di sostegno ai bambini da parte dei genitori presi dall'alcool o dalla cura e dalla preoccupazione di far smettere l'altro di bere.
I rimproveri e le colpe cadono nella maggior parte dei casi sul familiare accusato di bere che si sente così escluso e svalutato: la quotidianità diventa faticosa e pesante.
Spesso qualche membro della famiglia sviluppa un disturbo di tipo depressivo o ansia e panico.
Genitori distratti possono non accorgersi che i propri figli sono vittima di episodi di bullismo o sono loro stessi coinvolti come "carnefici" di atti di bullismo. Possono accadere episodi di violenza intra e extra famigliare di vario genere a causa della perdita di controllo e di protezione da parte di chi assume l'alcool o della risposta disperata e distratta di chi si trova a vivere in una famiglia in cui un membro abusa di alcool.
Possono insorgere problemi di lavoro: chi abusa di alcool può essere non più ritenuto idoneo e affidabile al lavoro e per questo venir licenziato; oppure un famigliare distratto e sempre preoccupato di quello che accade a casa, può non riuscire a mantenere sempre l'attenzione e la concentrazione necessaria e avere qualche problema sul posto di lavoro.
I problemi economici possono diventare importanti.
Si diradano i contatti con le famiglie di origine, con gli amici e i colleghi: la famiglia tende a isolarsi. Spesso ci si nasconde, ci si allontana per la paura del giudizio altrui. Ci si vergogna.
Negli adolescenti possono insorgere problemi alimentari.
Accade spesso che i genitori si separino; il conflitto tra gli adulti è molto acceso e coinvolge in modo drammatico i bambini.



In sintesi
Le patologie psicologiche che possono colpire i membri di una famiglia in cui un membro abusa di alcool (genitori, fratelli, coniugi, figli etc) sono: disturbo d'ansia, attacco di panico, depressione, disturbi alimentari, problemi di autostima, problemi relazionali e sessuali, disagio lavorativo, insonnia.
I bambini e gli adolescenti che vivono in una famiglia con un parente che abusa di alcool possono manifestare difficoltà scolastiche (diagnosi di ADHD, DSA) o problemi comportamentali (bullismo), disturbi nel sonno, disturbi nell'alimentazione, enuresi, encopresi, tic e balbuzie.
Spesso i bambini e gli adolescenti figli di genitori alcolisti si assumono comportamenti e responsabilità da adulti: non vivono la propria età e si prendono cura fisicamente- psicologicamente degli adulti da cui dovrebbero essere sostenuti e aiutati e quindi possono sviluppano patologie organiche e psicologiche anche gravi.

Che fare?
Informarsi:
Esistono sul territorio nazionale molti servizi che si occupano di alcolismo.
ASL: presso il Servizio Pubblico è possibile recarsi al NOA, Nucleo Operativo Alcologia.
Associazioni di auto mutuo aiuto:- Alcolisti Anonimi; Al Anon per famigliari e amici di alcolisti; Al Ateen, per figli di genitori alcolisti- ACAT Associazione Club Alcolisti in Trattamento.
uno Psicoterapeuta con il quale affrontare e superare le aree di maggior disagio psicologico (es ansia, depressione, disturbo alimentare).
È auspicabile un approccio integrato tra le diverse figure professionali, tra medici, psichiatri e psicologi al fine di trattare la complessità della malattia. Negli ultimi anni si è costatato nella clinica della dipendenza l'efficacia del sostegno e del supporto nella cura dell'alcolista della sua famiglia che frequenta le associazioni di auto mutuo aiuto, per gli alcolisti e per i suoi famigliari e nello specifico per i bambini e per gli adolescenti in Al Anon e Alateen.
L'ostacolo più importante rimane ancora quello della vergogna.

È dunque responsabilità anche degli psicologi e psicoterapeuti effettuare una precisa e puntuale anamnesi storica famigliare per individuare eventualmente questo tipo di malattia, informare al riguardo l'intero gruppo famigliare e trattare la sintomatologia individuale in relazione anche alla dinamica familiare tipica di questa dipendenza.

IL TRADIMENTO E LE RESPONSABILITÀ NELLA RELAZIONE DI COPPIA


Il tradimento rappresenta una delle esperienze più dolorose, nella vita a due, poiché mette in discussione dignità, rispetto, lealtà nella relazione con l’altro. Si può superarlo?
Il tradimento è una delle esperienze più dolorose che si possono vivere in una relazione, ma anche se stravolge la percezione di sé, del partner, e della coppia, statistiche piuttosto recenti, (2010), rivelano che la maggior parte dei tradimenti, anche se scoperti, non portano alla rottura della relazione a causa del valore intrinseco, costituito dalla istituzione familiare in sé e dal fatto che la colpa non è mai tutta solo da una parte.
Se ciò può risultare confortante, dall'altro canto, si renderebbe necessaria una profonda e reciproca chiarificazione di che cosa abbia innescato questo evento, attraverso un reciproco chiarimento, anche se doloroso.
Quando una coppia accusa dei malesseri, prima ancora che questi vengano agiti, vi è sempre una "corresponsabilità", e nessuno dei due , può sentirsi solo "vittima" o solo "aguzzino".

La confessione di un tradimento come messaggio di disagio
Il processo del tradimento comporta destabilizzazione nella coppia, e spesso percezione dell'altro come se fosse un estraneo, uno sconosciuto, un traditore, come una pugnalata inattesa e non sospetta.
Tradire mette a rischio le basi di una relazione soddisfacente: fiducia, sicurezza, stima, lealtà, progetti comuni, ed espone il legame al timore di nuove ricadute, con compromissione della stabilità della stessa. In altri contesti, questa esperienza, può divenire occasione per riflessioni individuali, e reciproche, divenendo presupposto di chiarimenti per proseguire il cammino su basi diverse. Rendere esplicito un tradimento o fare in modo che divenga noto all'altro, è molto simile ad inviare "un messaggio di disagio" al pari degli adolescenti, quando lasciano il loro diario ben in vista ai genitori! Ma questo significa che ogni coppia è esposta al rischio di tradimento?

Il rischio del tradimento
Non escludo possano esserci coppie predisposte, ma ritengo che, nella scelta del partner, ognuno di noi sia esposto a dei meccanismi psicologici, che il primis, risulta difficile capire. Tali aspetti, di solito, sono molto meno presenti, in successive unioni, se il soggetto è stato sufficientemente onesto con sé, da comprendere le motivazioni del precedente insuccesso, anziché seguire la strategia del chiodo schiaccia chiodo.
Nel precisare questo, non faccio riferimento né a flirt, né a storie di breve durata ed intensità, ma a situazione dove ciascuno dei due arriva a maturare e condividere un progetto di vita comune con qualcuno di diverso dal partner.



Disfunzionalità nella costituzione della coppia
Quando l'innamoramento finisce (e gli studi parlano di un tempo massimo entro i primi due anni) quando si progetta una vita insieme per sottrarsi ai conflitti familiari, piuttosto che continuare a restare perennemente attaccati al cordone ombelicale, con tanto di vacanze condivise, pranzi domenicali prefissati e quant'altro, qualche problema sorgerà inevitabilmente!
In più altra situazione pericolosa è quella generata dallo stereotipo mentale che il "giorno del matrimonio" si identifichi con il matrimonio, ritenendo di essere arrivati a quanto si desiderava, anziché considerare il giorno delle nozze, un giorno di festa.
Al risveglio dal "fiabesco torpore" la realtà risulta diversa: deludente, noiosa, insignificante, poiché distorte erano le aspettative originarie.
Se, le parti coinvolte sono portatrici di valori comuni, di sufficiente flessibilità mentale, di interessi da condividere, di voglia di "crescere insieme" nel rispetto delle caratteristiche e dei tempi di ognuno, credo si possa approdare a qualcosa di gratificante, e volutamente conquistato.
Nella scelta del partner, spesso , noi non vediamo, o meglio non vogliamo vedere la realtà, immersi nell'idealizzazione dell'altro.
L'idealizzazione, cede poi il passo all'identificazione, ovvero al "voler vedere" l'altro come simile a noi. In questa logica si collocano affermazioni-tipo: " lo cambierò". Altra illusione!
Fra i rischi più comuni di quando il legame si crea ci sono quelli di creare personali economie emotive malsane. Pensare di staccarsi dalla famiglia di origine; rientrare negli standard sociali, fruire di una miglior posizione economica; realizzare una famiglia propria; credere che il partner assolva a pregresse funzioni genitoriali offrendo protezione e rassicurazione costanti, sono fra le più pericolose.
Finita la fase dell'innamoramento difficoltà a chiedere aiuto, ad esprimere i propri sentimenti, insoddisfazioni negate, aspetti narcisistici che richiedono conferme di essere piacenti e di aver successo, può condurre alla ricerca di partner sempre diversi, per colmare la vulnerabilità e la fragilità individuale, che si interfaccia con un'amata che si nutre di fantasie e sogni che non troveranno corrispondenza nella realtà.
In questo stato d'immaturità affettiva, in assenza di un ascolto di sé, il tradimento, dapprima ammiccante ed adrenalinico, va ad intaccare il patto di fiducia e fedeltà originario, presupposto della stabilità e continuità della coppia.

Cosa succede in chi tradisce?
Chi tradisce cerca di fuggire dal legame costituito, anche perché gli risulta faticoso avere un rapporto intimo, esclusivo con una persona. Spesso non viene fatta menzione al partner dell' insoddisfazione relazionale, schermandosi dietro una facciata di stabilità e coerenza.
L'evento dirompente insito nel tradimento, mette a nudo le carenze comunicative all'interno della coppia, cui può seguire distacco ed allontanamento, sul piano cognitivo, emotivo, sensoriale.
Il disagio che aleggia all'interno della coppia, anche se silente, può sfociare o nella passiva accettazione dell'altro, pur di non restare soli; piuttosto che ricercare qualcun'altro che lenisca la delusione e il vuoto. In alcuni casi, l'effetto è così destabilizzante, che l'unione si spezza in modo irreversibile. Altri invece, attraverso un sofferto percorso, anche con eventuale aiuto psicologico, riescono a "ripartire", pur nella consapevolezza che quanto accaduto, lascia una profonda ferita.
Ne derivano le incapacità di prendersi responsabilità, operare scelte impegnative e vincolanti, sia lavorative che familiari.



Dalla crisi si può uscire
La crisi di coppia, a seguito di un tradimento, può divenire occasione per un confronto e per costituire la relazione su nuove e diverse basi, rispondenti a bisogni nuovi per entrambi.
Quando non è il timore della solitudine e della riorganizzazione della vita, ma sono i sentimenti di ognuno e l' interesse, si può pensare se questi presupposti possono divenire prodromici di un "nuovo inizio".
Lasciare conflitti irrisolti, negarli, nascondere segreti, che poi verranno alla luce, è quanto di peggio, in quanto apporta malessere, insoddisfazione, distanza emotiva e fisica, sottraendo vitalità e opportunità di aiuto. Prediligere costanti presenze familiari, piuttosto che amicali, spesso è un modo per limitare le occasioni di "rimanere soli".
Necessita flessibilità, fermezza, comprensione reciproca per "rivedere e ridiscutere" quanto considerato "scontato". Dare per scontato quanto mai chiaramente comunicato, è una trappola della mente, un terribile nemico che espone alla corrosione del rapporto, e alla sua possibile disgregazione.
Nuovi incontri sociali, cambiamenti esterni, sede di lavoro, di abitazione, lutti, nascite, malattie, sono fattori precipitanti, che portano a modificazioni nell'equilibrio della coppia e che non possono essere ignorate, in quanto parte della vita.

L'eventuale percorso psicologico della coppia
L'intervento psicologico, laddove accettato e richiesto da entrambi, mira a comprendere le modalità comunicative tra i partner, l'intimità emotiva e fisica esistente e pregressa, la capacità di gestire i conflitti, svelare aspettative desiderate ma mai dichiarate, le modalità di ognuno a far fronte agli eventi critici, a riportare alla mente ricordi comuni di vita, ricostruendo la loro storia affettiva, per apportare chiarezza, sciogliere nodi.

Obbiettivo non è necessariamente ed esclusivamente la riconciliazione, ma almeno la possibilità di un confronto onesto e schietto, che non lasci sospesi e consenta, un processo trasformativo e maturativo, in cui anche l'amarezza, la delusione, il dolore prendano "senso" e "significato".

martedì 23 febbraio 2016

I BAMBINI CHE ACCUDISCONO I GENITORI SARANNO ADULTI ANSIOSI: IL FENOMENO DELL'ACCUDIMENTO INVERTITO

Un adulto troppo ansioso spesso è stato un bambino che ha sperimentato l'accudimento invertito, una condizione in cui è stato lui a prendersi cura dei famigliari o dei fratelli.


Avete un amico, un partner o un fratello troppo ansioso? Non capite cosa lo spaventi tanto o perché abbia bisogno di tenere tutto sotto controllo? Potrebbe aver sperimentato nell'infanzia il fenomeno dell'accudimento invertito: una condizione in cui è il bambino a prendersi cura dei famigliari o dei fratelli.
"Sei grande", "Aiutami" o "Comportati da esempio con i tuoi fratelli" sono solo poche delle frasi che i genitori dovrebbero usare con molta cautela, i bambini e gli adolescenti non dovrebbero mai assolvere a responsabilità più grandi di quelle che corrispondono alla loro età.
Succede spesso ai bambini figli di divorziati, di genitori affetti da malattie croniche o da dipendenze, ai fratelli maggiori a cui sono state affidate le cure di quelli più piccoli di essere adulti eccessivamente ansiosi; questo perché si sono dovute gestire troppe cose in un'età dove qualcuno si sarebbe dovuto prendere cura di loro.

Ansia e rapporti familiari in età infantile
Diciamo che il fratello maggiore a cui viene delegata la cura dei fratelli non se la passa bene, responsabilizzato troppo presto, ma sicuramente il rischio di ansia si prospetta di più nei figli dei divorziati i quali spesso devono accudire un genitore triste e solo che non vuole accettare la fine del matrimonio e che spesso manifesta apertamente rabbia e tristezza per la sua condizione, rendendo l'ambiente teso e difficile.
E quando si manifesta una dipendenza da sostanze o una depressione il periodo in cui il ragazzo è costretto a prendersi cura di un genitore che si abbandona a lui può diventare molto lungo e gravoso. Il genitore depresso o dipendente può passare da stati d'animo molto diversi: dal bisogno come un bambino, anche di essere aiutato a mangiare, agli stati di rabbia impetuosa e minacce di suicidio.
Nel caso più estremo delle malattie croniche ai ragazzi viene chiesto uno sforzo emotivo enorme e sproporzionato, quello di accudire il genitore sino al momento della morte.
Situazioni di questo tipo, a seconda dell'intensità con cui si sono manifestate, facilitano l'insorgere di stati fortemente ansiosi nell'adulto e spesso anche in attacchi di panico: è detto fenomeno dell'accundimento invertito.

Bisogni in età infantile e accudimento invertito
Come ci spiega il nostro esperto, il Dott. Matteo Monego:
La felicità di un bambino passa attraverso il soddisfacimento, fin dai primi anni, dei suoi bisogni emotivi primari, che vanno dall'amore incondizionato dei genitori al rispetto del suo essere, dal riconoscimento di chiare gerarchie familiari al supporto nell'esplorazione del mondo esterno, dalla protezione all'empatia.
Tutti questi bisogni sono di solito assicurati dai genitori e dai familiari più stretti che forniscono al bambino una "solidità" di base che lo aiuterà ad affrontare la vita ed il mondo circostante senza eccessive paure.
È evidente che nel fenomeno dell'accudimento invertito questi aspetti vengono del tutto o in parte disattesi: i ruoli del genitore e del figlio si invertono e sarà il bambino a fornire cure e protezione al genitore più debole.
Le cause di un simile rapporto possono essere molteplici: una separazione mal vissuta da uno dei due partner, una grave malattia, una forma di grave disagio psicologico, problemi di dipendenza da sostanze, eccessivi carichi di responsabilità circa l'accudimento dei fratelli più piccoli.
I bambini che sperimentano tale forma di accudimento sono spesso percepiti all'esterno come "mini-adulti", molto responsabili e attenti ai bisogni dei genitori. Spesso non destano preoccupazione e apparentemente l'infanzia sembra procedere per il meglio: è necessario sottolineare che i disagi in età infantile non vengono espressi con le parole ma con il linguaggio simbolico, attraverso il gioco e il corpo. E questa modalità di espressione non viene sempre compresa dagli adulti. Negli anni potranno manifestarsi sintomi anche gravi di ansia e depressione. La forza di questi sintomi sarà direttamente proporzionale al periodo di accudimento invertito: più breve sarà e maggiori saranno le possibilità che il bambino torni a funzionare secondo le modalità tipiche della sua età cronologica; più lungo sarà il periodo e maggiore sarà la possibilità di uno sviluppo distorto della sua personalità.
Ma non tutte le situazioni di forte disagio familiare possono essere patologiche per un bambino: se nei primi anni di infanzia ha ricevuto le cure e le attenzioni necessarie è probabile che riuscirà a far fronte ad eventuali richieste di responsabilizzazione senza eccessive difficoltà e senza pesanti conseguenze per il suo futuro.
Molto interessante, a questo proposito, un documento video realizzato RSI LA1 Svizzera (2012). Nel video viene mostrato il punto di vista di un bambino che si prende cura dei genitori dopo la separazione. I genitori, in particolar modo la madre, sono rappresentati come "bestie" in quanto deformati dal dolore e diventati incapaci di occuparsi del figlio.


Anche se nel documento è trattato il tema della separazione, lo stesso meccanismo può essere esemplificativo per altre situazioni in cui uno o entrambi i genitori, vivendo una situazione di sofferenza psicologica, non riescono a prendersi cura dei figli.

Cosa consigliare ai genitori?

Innanzitutto di prestare molta attenzione ai primissimi anni di vita di un figlio: sono stadi che potranno renderlo un bambino sicuro e autonomo, dotato di un proprio carattere, ma privo di particolari problemi. Ai genitori che invece stanno attraversando un momento di difficoltà, occorre ricordare che un bambino, per quanto ci possa sembrare responsabile, non è un adulto. Chiedere aiuto ad un esperto in situazioni di malessere non è un segno di debolezza, ma un'occasione per migliorarci e per proteggere i figli da noi stessi.