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lunedì 29 febbraio 2016

IL LUTTO E LA FAMIGLIA


La morte, all’interno della famiglia, produce due effetti: il primo è su chi muore, come fine ed interruzione della propria vita; il secondo è su chi rimane ed è il prezzo che si paga all’impatto profondo e violento che tali eventi, inevitabili ed obbligati, hanno sulla famiglia.
Cosa avviene in famiglia in seguito alla perdita di un componente?Il lutto in famiglia è la semplice somma dei lutti individuali o possiede delle qualità peculiari? Esiste il lutto di tutta della famiglia? Crediamo di si, poiché la morte in famiglia comporta molteplici perdite: della persona deceduta, dei ruoli, dell’unità familiare, delle speranze e della raffigurazione stessa del futuro
Nella letteratura legata alla famiglia ed al lutto, si esplicita il carattere simbolico del legame familiare e dello scambio fra le generazioni, la morte rappresenta il momento privilegiato e necessario per questo passaggio. Il principale compito della famiglia è quello di riattualizzare il rapporto tra vivi e morti attraverso il trasferimento del sistema dei valori. Il concetto di passaggio consente di dare senso alla morte e di dare all’evento luttuoso una funzione positiva. All’interno della famiglia si ricercano le risorse familiari al fine di contestualizzare il dolore familiare e non cadere nella patologia. Lo stress della morte è l’evento più potente che una famiglia si trovi ad affrontare, per questo è necessario attivare tutte le sue risorse per resistere alle forze destabilizzatici che si scatenano nell’immediato. Come sostiene Bowen in un sistema di comunicazione chiuso un individuo non è libero di comunicare pensieri, sentimenti e fantasie a causa della dipendenza emotiva dall’altro: si tratta di un riflesso automatico di difesa del sé dall’ansia dell’altra persona che limita la capacità di condivisione all’interno della relazione a due.
Alcune variabili orientano l’esito dell’elaborazione del lutto e il successo o meno delle strategie finalizzate ad affrontare l’evento: la qualità dell’organizzazione familiare; la flessibilità o rigidità del sistema familiare; il livello di coesione tra i membri della famiglia; il ruolo e la funzione della persona scomparsa; le modalità della morte
L’evento morte non è un passaggio da una fase all’altra della vita, ma la trasformazione di una condizione di vita. È un passaggio che attiva soprattutto aspetti simbolici: la morte obbliga i familiari a confrontarsi con l’inevitabilità del distacco e a procedere ad un lavoro di consegne e di distribuzione delle parti. E’ un passaggio di valori, tradizioni ed atteggiamenti e di mandati familiari. In famiglie con conflitti irrisolti questo passaggio sarà ancora più problematico.
La famiglia, per superare l’evento luttuoso, si trova ad affrontare delle tappe: accettazione della perdita; riorganizzazione della comunicazione e dei ruoli familiari; riorganizzazione delle relazioni con il mondo esterno; riaffermazione del sentimento di appartenenza al nuovo sistema familiare che emerge dal precedente; accettazione dell’ingresso in una nuova tappa del ciclo vitale.

Quali sono le principali risposte familiari al lutto?

1) Il silenzio, non se ne parla. Accade in famiglie con lutti irrisolti

2) Si colpevolizza per mantenere il controllo. Famiglie con capri espiatori

3) Famiglie in cui si evita l’intimità per paura di perdere il controllo

4) Famiglie in cui tutto deve continuare come prima, il posto vuoto deve essere riempito per non indebolire il sistema familiare

5) Famiglie per cui la perdita è caos e rischio(stanze lasciate intonse dalla morte)

6) Famiglie che condividono i sentimenti li tollerano e condividono gli stress. L’elaborazione del lutto procede attraverso l’attenzione e la consolazione reciproca.


Ci sono dei sintomi familiari che ci aiutano a capire quando l’evento luttuoso diventa un problema:

1) Diminuzione della comunicazione, cambiamento nelle relazioni, chi parla a chi

2) Riconnessione o distacco di alcuni membri della famiglia

3) Confusione nella gerarchia familiare, nei ruoli  e negli agiti dei membri della famiglia

4) Isolamento rispetto al contesto esterno

5) Ritiro dagli amici e dalle reti di supporto

6) Iperprotettività dei membri, chiusura

In alcune famiglie possiamo osservare delle risposte disfunzionali che non aiutano a superare il lutto, ma che congelano la famiglia impedendole di andare avanti lungo il suo percorso evolutivo e queste risposte sono: idealizzare la persona scomparsa; identificarsi con la persona scomparsa; una chiusura della famiglia che provoca invischiamento e che ostacola l’elaborazione individuale del lutto; promuovere il segreto familiare proteggendo l’onore familiare (frequente in casi di suicidio); promuovere ruoli inadeguati come l’attribuire ad un figlio un ruolo genitoriale dopo la morte del genitore; dipendenza da riti religiosi o tradizioni culturali, ricerca dell’aldilà; congelare il dolore.
Un buon aiuto per risolvere in modo efficace un evento luttuoso viene dato dalla qualità delle relazioni familiari, più le relazioni sono insoddisfacenti e più l’evento morte sarà visto come negativo e fonte di stress. In particolare, il rapporto genitori/figli è legato alla qualità della relazione. Spesso i genitori hanno delle alte aspettative riguardo alle responsabilità filiali, che se vengono disattese generano sensi di colpa e vissuti abbandonici nei genitori anziani. I figli, da parte loro, sperimentano un senso di fallimento per le aspettative disattese e di conseguenza, un’incapacità ad esprimere gratitudine verso i genitori, per i rapporti tesi e conflittuali che si generano. Nelle famiglie dove non ci sono “conti in sospeso tra le generazioni, si hanno sentimenti diversi: la generazione anziana che si avvicina alla morte prova nostalgia per il passato, dolore e paura. Questo perché la generazione anziana ricapitola la vita e riconosce ciò che ha ricevuto e ciò che ha dato. I figli esprimono riconoscenza con comportamento di aiuto e con prestazione di supporto. La cura di riconoscenza è finalizzata al mantenimento dei legami. Si realizza così, sia per la generazione dei genitori che per quella dei figli, la gratitudine per il dono della vita, in questo modo si riconoscono i legami familiari che, invece, vengono rifiutati o negati quando c’è il disconoscimento della gratitudine.


mercoledì 24 febbraio 2016

ALCOLISMO, UNA MALATTIA DELLA FAMIGLIA


Gli effetti drammatici dell'alcolismo riguardano l'intero gruppo famigliare: tutti i famigliari sono esposti alle catastrofiche conseguenze dell'alcolismo, tra malesseri fisici, psicologici
I dati che riguardano il problema dell'alcolismo sono estremamente drammatici e lo sono ancora di più se si considera questa malattia un fenomeno famigliare e sociale: infatti non solo soffre colui che abusa di alcool, ma è l'intera famiglia a soffrire, a manifestare una patologia fisica e psicologica dovuto all'abuso di alcool di un suo membro.
L'alcolismo è un problema sommerso che uccide 60 volte più dell'eroina: la persona che abusa di alcool e la sua famiglia tende a negare a sé stessa il problema, lo nega e lo nasconde per tanto tempo: per questo spesso non è riconoscibile e valutabile.
Si stima che 5 milioni di italiani abusino di alcool e 1/5 di loro siano alcolisti.
Ogni anno muoiono 30.000 persone per causa direttamente connesse all'alcol ed altrettanti in modi indiretto: per esempio per guida in stato di ebbrezza, infortuni sul lavoro, suicidi e omicidi.Inoltre si stimano che circa 3.000 bambini all'anno nascono con sindrome feto alcolica.
Il 35% degli incidenti stradali siano connessi all'abuso di alcool; l'alcol è causa di oltre la metà degli omicidi, di 1/4 dei suicidi e di 1/5 degli infortuni sul lavoro.

Alcolismo e consumo responsabile
L'alcolista è colui che ha sviluppato una dipendenza dall'alcool, ossia usa la sostanza per affrontare la propria quotidianità, le proprie paure, per farsi coraggio nel relazionarsi con il modo famigliare e sociale; non può farne a meno, è convinto di poter controllarne l'assunzione, ma di fatto ne è vittima. Ci sono alcolisti che all'inizio della storia della dipendenza assumevano alcool solo il pomeriggio o la sera; arrivano con il passar del tempo ad assumere alcool fin dal primo mattino.
Il consumo responsabile di alcolici è un consumo moderato e consapevole, del tutto compatibile con la vita personale e sociale delle persone. Bere senza avere il controllo, bere nel momento sbagliato, nel luogo sbagliato e per motivazioni sbagliate significa invece bere in modo pericoloso perché possa svilupparsi una dipendenza.
I costi economici e sociali per le aziende ospedaliere e private sono drammatici: si stima infatti che
8-10% dei ricoveri in ospedali siano correlati al bere
20- 30% dei costi sanitari siano dovuti a patologie legate all'alcol
Le patologie organiche più gravi che possono colpire chi abusa di alcool sono: la cirrosi epatica, il tumore all'apparato digerente, malattie cardio-circolatorie, ipertensione e l'aggravamento dell'osteoporosi.
Le patologie psicologiche che possono colpire chi abusa di alcool sono; depressione, ansia, attacco di panico, disturbo alimentare, problemi nel sonno, difficoltà relazionali e sessuali, disagio lavorativo. Nei casi più gravi insorgono disturbi di ordine psichiatrico.
I quadri clinici di questi pazienti sono assai complessi, con diversi disturbi di origine organica che si sovrappongono a patologie di natura psicologica.
Disattenzione e mancanza di concentrazione, stanchezza e spossatezza comportano spesso assenze dal lavoro.
Si stima che circa 25 milioni di giornate lavorative vengano perse a causa di problemi alcool correlati.



Alcolismo una malattia della famiglia
Non solo chi abusa di alcool manifesta disagi e sviluppa disturbi organici e psicologici, ma l'intero gruppo famigliare può manifestare disagio e sviluppare un disturbo organico e psicologico solo per il fatto che un membro della famiglia abusa di alcool.
L'alcolismo è una malattia della famiglia: l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l'alcolismo una malattia che colpisce l'intero gruppo famigliare.
Possono insorgere malattie fisiche di origine organica o psicologica nei bambini, resi più fragili e vulnerabili data la situazione famigliare.
In una famiglia in cui c'è un problema connesso all'uso di alcol spesso si modificano ruoli e funzioni: i figli si prendono cura emotivamente e fisicamente dei propri genitori, oppure si fanno partner del genitore. I bambini manifestano problemi scolastici e problemi comportamentali. Gli equilibri famigliari diventano complessi e fonte di sofferenza per tutti, recriminazione e sensi di colpa colpiscono tutti i membri della famiglia.
Può capitare che non ci si accorga che qualcuno stia male e che soffra di qualche disturbo.
Si comunica con difficoltà, con rabbia e rancore: emergono difficoltà relazionali e sessuali tra gli adulti, difficoltà di comunicazione e incomprensioni tra adulti e bambini. Non sempre si riesce a garantire la funzione di guida e di sostegno ai bambini da parte dei genitori presi dall'alcool o dalla cura e dalla preoccupazione di far smettere l'altro di bere.
I rimproveri e le colpe cadono nella maggior parte dei casi sul familiare accusato di bere che si sente così escluso e svalutato: la quotidianità diventa faticosa e pesante.
Spesso qualche membro della famiglia sviluppa un disturbo di tipo depressivo o ansia e panico.
Genitori distratti possono non accorgersi che i propri figli sono vittima di episodi di bullismo o sono loro stessi coinvolti come "carnefici" di atti di bullismo. Possono accadere episodi di violenza intra e extra famigliare di vario genere a causa della perdita di controllo e di protezione da parte di chi assume l'alcool o della risposta disperata e distratta di chi si trova a vivere in una famiglia in cui un membro abusa di alcool.
Possono insorgere problemi di lavoro: chi abusa di alcool può essere non più ritenuto idoneo e affidabile al lavoro e per questo venir licenziato; oppure un famigliare distratto e sempre preoccupato di quello che accade a casa, può non riuscire a mantenere sempre l'attenzione e la concentrazione necessaria e avere qualche problema sul posto di lavoro.
I problemi economici possono diventare importanti.
Si diradano i contatti con le famiglie di origine, con gli amici e i colleghi: la famiglia tende a isolarsi. Spesso ci si nasconde, ci si allontana per la paura del giudizio altrui. Ci si vergogna.
Negli adolescenti possono insorgere problemi alimentari.
Accade spesso che i genitori si separino; il conflitto tra gli adulti è molto acceso e coinvolge in modo drammatico i bambini.



In sintesi
Le patologie psicologiche che possono colpire i membri di una famiglia in cui un membro abusa di alcool (genitori, fratelli, coniugi, figli etc) sono: disturbo d'ansia, attacco di panico, depressione, disturbi alimentari, problemi di autostima, problemi relazionali e sessuali, disagio lavorativo, insonnia.
I bambini e gli adolescenti che vivono in una famiglia con un parente che abusa di alcool possono manifestare difficoltà scolastiche (diagnosi di ADHD, DSA) o problemi comportamentali (bullismo), disturbi nel sonno, disturbi nell'alimentazione, enuresi, encopresi, tic e balbuzie.
Spesso i bambini e gli adolescenti figli di genitori alcolisti si assumono comportamenti e responsabilità da adulti: non vivono la propria età e si prendono cura fisicamente- psicologicamente degli adulti da cui dovrebbero essere sostenuti e aiutati e quindi possono sviluppano patologie organiche e psicologiche anche gravi.

Che fare?
Informarsi:
Esistono sul territorio nazionale molti servizi che si occupano di alcolismo.
ASL: presso il Servizio Pubblico è possibile recarsi al NOA, Nucleo Operativo Alcologia.
Associazioni di auto mutuo aiuto:- Alcolisti Anonimi; Al Anon per famigliari e amici di alcolisti; Al Ateen, per figli di genitori alcolisti- ACAT Associazione Club Alcolisti in Trattamento.
uno Psicoterapeuta con il quale affrontare e superare le aree di maggior disagio psicologico (es ansia, depressione, disturbo alimentare).
È auspicabile un approccio integrato tra le diverse figure professionali, tra medici, psichiatri e psicologi al fine di trattare la complessità della malattia. Negli ultimi anni si è costatato nella clinica della dipendenza l'efficacia del sostegno e del supporto nella cura dell'alcolista della sua famiglia che frequenta le associazioni di auto mutuo aiuto, per gli alcolisti e per i suoi famigliari e nello specifico per i bambini e per gli adolescenti in Al Anon e Alateen.
L'ostacolo più importante rimane ancora quello della vergogna.

È dunque responsabilità anche degli psicologi e psicoterapeuti effettuare una precisa e puntuale anamnesi storica famigliare per individuare eventualmente questo tipo di malattia, informare al riguardo l'intero gruppo famigliare e trattare la sintomatologia individuale in relazione anche alla dinamica familiare tipica di questa dipendenza.

martedì 23 febbraio 2016

I BAMBINI CHE ACCUDISCONO I GENITORI SARANNO ADULTI ANSIOSI: IL FENOMENO DELL'ACCUDIMENTO INVERTITO

Un adulto troppo ansioso spesso è stato un bambino che ha sperimentato l'accudimento invertito, una condizione in cui è stato lui a prendersi cura dei famigliari o dei fratelli.


Avete un amico, un partner o un fratello troppo ansioso? Non capite cosa lo spaventi tanto o perché abbia bisogno di tenere tutto sotto controllo? Potrebbe aver sperimentato nell'infanzia il fenomeno dell'accudimento invertito: una condizione in cui è il bambino a prendersi cura dei famigliari o dei fratelli.
"Sei grande", "Aiutami" o "Comportati da esempio con i tuoi fratelli" sono solo poche delle frasi che i genitori dovrebbero usare con molta cautela, i bambini e gli adolescenti non dovrebbero mai assolvere a responsabilità più grandi di quelle che corrispondono alla loro età.
Succede spesso ai bambini figli di divorziati, di genitori affetti da malattie croniche o da dipendenze, ai fratelli maggiori a cui sono state affidate le cure di quelli più piccoli di essere adulti eccessivamente ansiosi; questo perché si sono dovute gestire troppe cose in un'età dove qualcuno si sarebbe dovuto prendere cura di loro.

Ansia e rapporti familiari in età infantile
Diciamo che il fratello maggiore a cui viene delegata la cura dei fratelli non se la passa bene, responsabilizzato troppo presto, ma sicuramente il rischio di ansia si prospetta di più nei figli dei divorziati i quali spesso devono accudire un genitore triste e solo che non vuole accettare la fine del matrimonio e che spesso manifesta apertamente rabbia e tristezza per la sua condizione, rendendo l'ambiente teso e difficile.
E quando si manifesta una dipendenza da sostanze o una depressione il periodo in cui il ragazzo è costretto a prendersi cura di un genitore che si abbandona a lui può diventare molto lungo e gravoso. Il genitore depresso o dipendente può passare da stati d'animo molto diversi: dal bisogno come un bambino, anche di essere aiutato a mangiare, agli stati di rabbia impetuosa e minacce di suicidio.
Nel caso più estremo delle malattie croniche ai ragazzi viene chiesto uno sforzo emotivo enorme e sproporzionato, quello di accudire il genitore sino al momento della morte.
Situazioni di questo tipo, a seconda dell'intensità con cui si sono manifestate, facilitano l'insorgere di stati fortemente ansiosi nell'adulto e spesso anche in attacchi di panico: è detto fenomeno dell'accundimento invertito.

Bisogni in età infantile e accudimento invertito
Come ci spiega il nostro esperto, il Dott. Matteo Monego:
La felicità di un bambino passa attraverso il soddisfacimento, fin dai primi anni, dei suoi bisogni emotivi primari, che vanno dall'amore incondizionato dei genitori al rispetto del suo essere, dal riconoscimento di chiare gerarchie familiari al supporto nell'esplorazione del mondo esterno, dalla protezione all'empatia.
Tutti questi bisogni sono di solito assicurati dai genitori e dai familiari più stretti che forniscono al bambino una "solidità" di base che lo aiuterà ad affrontare la vita ed il mondo circostante senza eccessive paure.
È evidente che nel fenomeno dell'accudimento invertito questi aspetti vengono del tutto o in parte disattesi: i ruoli del genitore e del figlio si invertono e sarà il bambino a fornire cure e protezione al genitore più debole.
Le cause di un simile rapporto possono essere molteplici: una separazione mal vissuta da uno dei due partner, una grave malattia, una forma di grave disagio psicologico, problemi di dipendenza da sostanze, eccessivi carichi di responsabilità circa l'accudimento dei fratelli più piccoli.
I bambini che sperimentano tale forma di accudimento sono spesso percepiti all'esterno come "mini-adulti", molto responsabili e attenti ai bisogni dei genitori. Spesso non destano preoccupazione e apparentemente l'infanzia sembra procedere per il meglio: è necessario sottolineare che i disagi in età infantile non vengono espressi con le parole ma con il linguaggio simbolico, attraverso il gioco e il corpo. E questa modalità di espressione non viene sempre compresa dagli adulti. Negli anni potranno manifestarsi sintomi anche gravi di ansia e depressione. La forza di questi sintomi sarà direttamente proporzionale al periodo di accudimento invertito: più breve sarà e maggiori saranno le possibilità che il bambino torni a funzionare secondo le modalità tipiche della sua età cronologica; più lungo sarà il periodo e maggiore sarà la possibilità di uno sviluppo distorto della sua personalità.
Ma non tutte le situazioni di forte disagio familiare possono essere patologiche per un bambino: se nei primi anni di infanzia ha ricevuto le cure e le attenzioni necessarie è probabile che riuscirà a far fronte ad eventuali richieste di responsabilizzazione senza eccessive difficoltà e senza pesanti conseguenze per il suo futuro.
Molto interessante, a questo proposito, un documento video realizzato RSI LA1 Svizzera (2012). Nel video viene mostrato il punto di vista di un bambino che si prende cura dei genitori dopo la separazione. I genitori, in particolar modo la madre, sono rappresentati come "bestie" in quanto deformati dal dolore e diventati incapaci di occuparsi del figlio.


Anche se nel documento è trattato il tema della separazione, lo stesso meccanismo può essere esemplificativo per altre situazioni in cui uno o entrambi i genitori, vivendo una situazione di sofferenza psicologica, non riescono a prendersi cura dei figli.

Cosa consigliare ai genitori?

Innanzitutto di prestare molta attenzione ai primissimi anni di vita di un figlio: sono stadi che potranno renderlo un bambino sicuro e autonomo, dotato di un proprio carattere, ma privo di particolari problemi. Ai genitori che invece stanno attraversando un momento di difficoltà, occorre ricordare che un bambino, per quanto ci possa sembrare responsabile, non è un adulto. Chiedere aiuto ad un esperto in situazioni di malessere non è un segno di debolezza, ma un'occasione per migliorarci e per proteggere i figli da noi stessi.

martedì 9 febbraio 2016

Separazione dei genitori e disturbi del comportamento nella prima infanzia: un approccio pluridimensionale.

La separazione, intesa come processo che concretizza la definitiva rottura del legame di coppia e conferma lo sfaldamento della struttura familiare, non è la causa diretta dei disturbi del comportamento dei figli, bensì un fattore di rischio e di vulnerabilità. Non esiste, infatti, nessun disturbo o quadro clinico che possiamo riferire ad una situazione di separazione.
Come vedremo più avanti, ciò che invece influenza direttamente il comportamento del bambino sono i contenuti e le modalità con cui il conflitto prima, durante e dopo la separazione, è espresso all'interno della coppia. Nei casi in cui la conflittualità è esasperata, la separazione è il male minore. Infatti, il bambino, appena la coppia si separa, appare subito sollevato dall'angoscia che deriva dall'essere quotidianamente esposto a litigi e discussioni. Tuttavia, la sofferenza resta, anche se gli adulti, per attenuare la loro ansia, preferiscono credere che "la battaglia" non abbia mietuto vittime. Il bambino, in realtà, tende molto spesso a difendersi dalla sofferenza negandola. La negazione della sofferenza, nel caso in cui l'adulto non aiuti il bambino a riconoscerla ed elaborarla, può influire sul corretto sviluppo psicofisico soprattutto in prossimità dei suoi momenti chiave.
Purtroppo, più il conflitto è acceso più i genitori tendono a non interessarsi del disagio del figlio e dei suoi bisogni, nonostante i buoni propositi a voler mantenere la sfera genitoriale libera dalla discordia.
In tali situazioni può succedere che il bambino sia coinvolto, suo malgrado, nella dinamica conflittuale come testimone, confidente o come complice, o chiamato a sostituire affettivamente il genitore non presente in casa.
E' opinione diffusa quella di ritenere che il bambino più è piccolo meno risente della tensione emotiva familiare. "Tanto non capisce" sentiamo troppo spesso ripetere, ma il "non capire" del bambino non assume un valore auto-protettivo, tutt'altro. Egli riesce, infatti, a cogliere quanto avviene nella relazione affettiva ed emotiva tra i genitori e tra loro e se stesso, senza riuscire però ad attribuire un corretto significato a quanto sta accadendo, come invece potrebbe fare un adulto o un bambino più grande.
Almeno fino ai tre anni, il bambino, non possiede adeguate capacità simboliche che rendono possibile l'elaborazione e la traduzione in parole delle emozioni. Egli subisce ed assorbe le conseguenze delle fratture affettive della coppia. Inconsciamente si rappresenta i genitori come un tutt'uno e, se nell'immagine "mammapapà" risiede la forza organizzatrice della sua personalità, possiamo immaginare allora il profondo conflitto interno che il bambino sperimenta e che gli impedisce in molti casi un corretto adattamento alla realtà. Pertanto, se egli non è aiutato, come spesso accade, ad elaborare le emozioni ed i conflitti, questi tendono a manifestarsi nella condotta con: pianto, disturbi del sonno, perdita del controllo sfinterico se già acquisito, regressione delle capacità cognitive, rifiuto del cibo, tristezza ed ansia di separazione. Nei bambini di 4-5 anni possono prevalere sentimenti di colpa insieme al timore di perdere per sempre entrambi i genitori.
Bisogna però aggiungere che, nel valutare le conseguenze della separazione sul comportamento del bambino, oltre a considerare primariamente le modalità e l'entità delle dinamiche conflittuali dei coniugi, è importante tener conto della sua età, del livello di sviluppo psicoaffettivo raggiunto e di come egli reagisce agli eventi stressanti e traumatici. Infatti, non tutti i bambini tendono a reagire con i disturbi prima elencati. Anche l'intensità e la durata dei disturbi stessi è variabile, in quanto risentono dell'influenza di questi diversi fattori.
La qualità del rapporto coniugale e del clima emotivo familiare prima, durante e dopo la separazione, sembra dunque essere un importante fattore predittivo circa la capacità di adattamento e di recupero del bambino al cambiamento della struttura e della dinamica familiare. Questo ci porta a fare alcune importanti riflessioni circa la necessità di aiutare la coppia a superare i molteplici ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione del suo progetto di vita. Ostacoli che, ricordiamo, non sono solo di natura personale ma anche sociale e culturale.
D'altronde, la complessità dei contesti relazionali e le loro continue pressioni e sollecitazioni, pongono nuove sfide alla coppia che fatica ad orientarsi in questa fase di passaggio tra vecchi e nuovi modelli comportamentali. Il veloce cambiamento degli stili di convivenza non corrisponde ad un altrettanto cambiamento delle rappresentazioni simboliche circa il rapporto tra i generi, che risulta così più conflittuale di un tempo. I nuovi genitori rifiutano il vecchio modello educativo (del quale però porteranno tracce ancora per lungo tempo) e sono incerti sulla scelta del nuovo perché, così come accade oggi in altri ambiti, anche qui non esistono delle regole precise cui appellarsi.


Non serve, dunque, continuare ad attribuire ogni tipo di responsabilità ai genitori. Non serve guardare indietro per vedere di chi è la colpa. Serve invece guardare al futuro e tentare di analizzare e comprendere il problema nella sua totalità, utilizzando approcci diversi: psicodinamico, psicosociale, relazionale ed anche storico-culturale. Inoltre, è necessario realizzare interventi psicologici mirati al sostegno della funzione genitoriale attraverso, per esempio, sedute di counseling alla coppia, creazione di gruppi di auto-aiuto o di piccoli gruppi di formazione.
Tali interventi rappresentano un'efficace azione di prevenzione del disagio infantile e adolescenziale e potrebbero contribuire ad interrompere quella sorta di "ereditarietà", certo non genetica bensì affettiva-simbolica, che ritroviamo spesso nelle narrazioni di storie di vita dei figli di divorziati. In queste storie, infatti, notiamo che le persone tendono a loro volta a ripetere l'esperienza del divorzio-conflitto dei genitori. Dal punto di vista psicoanalitico questo può essere spiegato dal fatto che l'individuo sarebbe spinto da un bisogno inconscio a rivivere un'esperienza traumatica nel tentativo di controllarla e cambiarla in positivo. Il dato statistico relativo al rapporto genitori separati - figli separati non permette però generalizzazioni. Tuttavia il fenomeno, che rappresenta un aspetto della dimensione più ampia della trasmissione intergenerazionale, sta ricevendo negli ultimi anni molta attenzione da parte di psicologi di diverso orientamento, ricercatori e operatori sociali.

Cosa si trasmette da una generazione ad un'altra (e come si trasmette) in termini di valori, cultura, e comportamenti rappresenta dunque una questione cruciale sia per lo psicologo sia per il governo europero ed italiano. E, proprio quest'ultimo (contrariamente alle sue nuove linee di tendenza) dovrebbe essere maggiormente orientato alla prevenzione del disagio e alla promozione del benessere psicofisico dell'individuo.

lunedì 30 novembre 2015

ALLENARE I FIGLI ALLA FELICITÀ

Si dice che il mestiere del genitore sia il più difficile del mondo perché non ci sono corsi che possano insegnarlo e perché non esistono regole universali su come prendersi cura dei figli.
E’ quindi impossibile diventare dei buoni genitori?
La risposta è no! Si può diventare buoni genitori aiutando i propri figli a conoscere le EMOZIONI.
Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nella nostra vita. La capacità di riconoscere, di comprendere e di gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri sono ingredienti indispensabili per diventare adulti felici e realizzati.
Il compito principale del genitore è quindi quello di aiutare i figli a sviluppare queste capacità, diventando “l’allenatore” della loro intelligenza emotiva. [John Gottman, 1997]
L’intelligenza emotiva è determinata in parte dal temperamento, ovvero dai tratti di personalità innati, e in parte dalle interazioni dirette con i genitori e dal modello che essi offrono al bambino.

COSA FA UN ALLENATORE EMOTIVO?

L’allenatore emotivo è sensibile alle emozioni del bambino, anche a quelle più impercettibili, le sa riconoscere, ascoltare e attribuisce loro un valore. Le emozioni spiacevoli, come la rabbia, la paura e la tristezza, rappresentano un’occasione di intimità e di crescita. Di fronte ad un’emozione di questo tipo, il genitore-allenatore non è confuso o sbrigativo e rispetta il figlio, non offrendogli soluzioni o distraendolo da ciò che sta provando. [John Gottman, 1997]


Molti genitori liquidano le paure e le preoccupazioni del bambino come se fossero poco rilevanti. “Non c’è niente di cui aver paura” diciamo a un bambino di cinque anni spaventato dal buio della sua cameretta. Una risposta di questo tipo, che fornisce una spiegazione logica e razionale alla manifestazione di una comune paura infantile, impedisce al bambino di sentirsi ascoltato. La paura non scompare solo perché un genitore pensa che non ci sia una ragione valida per provarla. Inoltre, se diciamo a un bambino come deve o non deve sentirsi (“Non essere triste”, “Smettila di piangere”), egli perderà fiducia in ciò che prova e crederà meno in se stesso. I bambini hanno scarsa esperienza di vita e quindi potrebbero sentirsi sopraffatti da un’emozione senza sapere come uscirne. Noi ad esempio sappiamo che il dolore per la morte di un animale caro, per quanto intenso, è destinato a scemare fino a scomparire. Il bambino non lo sa, perché per la prima volta nella sua vita si trova a fare i conti con questa esperienza.
Se facciamo finta che un’emozione non ci sia o se la ignoriamo perché non siamo in grado di riconoscerla, essa non scomparirà. Sintomi di squilibri emozionali nei bambini possono manifestarsi attraverso il comportamento o i sintomi, come ad esempio il mangiare troppo, la perdita di appetito, gli incubi notturni, i dolori di pancia, il mal di testa, difficoltà di concentrazione o iperattività.
Le emozioni negative si “sciolgono” solo quando i bambini possono parlarne, dare loro un nome e sentirsi compresi.
Di fronte all’espressione della paura del buio, un genitore-allenatore potrebbe ad esempio dire: “Raccontami bene che cosa ti fa tanta paura”. Per fare questo il genitore deve mettersi nei panni del bambino, cioè sforzarsi di vedere il mondo dal suo punto di vista, e deve riconoscere che le esperienze negative possono rappresentare un’occasione per stare vicini al proprio figlio e per aiutarlo a crescere meglio. Se vediamo un valore nelle emozioni negative, abbiamo più pazienza e siamo più disponibili a trascorrere del tempo con un bambino che fa i capricci o che diventa aggressivo.
L’ascolto e l’empatia sono quindi due ingredienti fondamentali dell’allenamento emotivo. Il passo successivo è quello di fornire ai figli le parole per dare un nome a ciò che stanno provando. In questo modo potranno trasformare una sensazione amorfa, spaventosa e sgradevole in qualcosa di definibile, con dei contorni precisi, come tanti altri elementi della vita. La tristezza, la paura, la rabbia non saranno più dei “mostri enormi”, ma delle esperienza comuni delle quali è possibile parlare e che possono essere gestite.
Un bambino molto arrabbiato potrebbe diventare aggressivo e picchiare il compagno di banco, oppure un altro bambino triste potrebbe piangere in maniera disperata senza sapere come fare a calmarsi o a confortarsi.
Dobbiamo ricordarci che tutte le emozioni sono accettabili e hanno ragione di esistere, ma non tutti i comportamenti lo sono. I bambini e i ragazzi devono perciò capire che il problema non è nei sentimenti, ma nei comportamenti “usati” per esprimerli. Sarebbe però inutile punire o bloccare un comportamento senza comprendere quali emozioni vi sono dietro.
Quindi, dopo aver scoperto come si sente e quali problemi hanno provocato una sensazione spiacevole, i bambini devono capire che cosa possono fare. Il genitore allora dovrà fornirgli una guida per trattare i sentimenti, per trovare un modo appropriato per padroneggiarli, ponendo dei limiti a comportamenti eccessivi o dannosi . Dire ad un ragazzo che ha ragione a sentirsi così ma che ci sono modi migliori per esprimerlo, lo aiuterà ad avere fiducia in se stesso e a percepire un senso di controllo sulla propria esistenza.
E’ importante astenersi da un intervento pressante. Il genitore-allenatore non si sente obbligato a sistemare ogni cosa che non funziona nella vita dei figli, anche se può essere difficile osservare a distanza e senza intervenire un figlio mentre si destreggia tra i problemi. Affinché un bambino e un ragazzo si sentano efficaci e soddisfatti delle conclusioni a cui giungono, è necessario incoraggiarli a generare da soli delle idee e delle ipotesi, sempre nel rispetto della loro età. A volte, quando non ci sono soluzione, come ad esempio per la morte di un animale o di una persona, l’obiettivo può essere quello di riuscire ad accettarne la perdita.

L’IMPORTANZA DI AVERE UN MODELLO

L’allenamento emotivo avviene anche attraverso l’esempio. I genitori dovrebbero rappresentare dei modelli per i figli e non temere di mostrare le proprie emozioni. Possono diventare tristi, piangere, arrabbiarsi, perdere la pazienza e preoccuparsi, perché hanno confidenza con le loro emozioni e perché non ne vengono sopraffatti. Sanno mettere in luce in chiave positiva anche le emozioni spiacevoli. Riconoscono, ad esempio, l’utilità della tristezza, come occasione per rallentare e per prestare più attenzione a se stessi e a quanto accade nella propria vita. Per un figlio vedere il genitore che intraprende una discussione accesa e poi risolve amichevolmente le divergenze rappresenta una grande occasione di crescita, una lezione sulla possibilità di gestire i conflitti preservando i legami affettivi. Ovviamente, perché tutto ciò avvenga, è necessario che i genitori stessi abbiano sviluppato a loro volta una buona intelligenza emotiva.

QUALI SONO I VANTAGGI DELL’ALLENAMENTO EMOTIVO?
I bambini e i ragazzi allenati emotivamente sono figli più flessibili ed elastici. Anche loro provano la tristezza, si arrabbiano o si spaventano in circostanze difficili, ma hanno maggiore capacità di ritrovare la calma, la serenità e di riprendersi dai fallimenti. Il genitore non li ha protetti dallo sperimentare emozioni spiacevoli, dal soffermarsi in situazioni emotivamente pesanti, ma li ha accompagnati in questo percorso. Grazie a questa esperienza, i figli hanno imparato a regolare i propri sentimenti, a fidarsi di se stessi e a risolvere i propri problemi. Possiamo quindi dire che l’intelligenza emotiva non impedisce ai figli di soffrire, ma rappresenta una difesa e una risorsa contro gli eventi della vita.

FONTE:https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-genitori-figli/601-allenare-figli-felicita

mercoledì 25 novembre 2015

L'ABUSO INFANTILE




Il termine abuso all'infanzia deriva dall'inglese "child abuse" e, comprende tutti i casi di violenza e maltrattamento che possono verificarsi sia in famiglia che fuori dalla famiglia, causando seri danni al minore.
In base alla definizione del Consiglio d'Europa (1978), possiamo considerare gli abusi sul minore gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino e attentano alla sua incolumità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale.
Kempe (1978) descrive il bambino maltrattato come un bambino sottoposto a ripetute violenze di varia natura e gravità, da parte di adulti legati alla vittima da naturali rapporti di fiducia e responsabilità.
Similmente per F. Montecchi (1998) si può parlare di abuso fisico o maltrattamento fisico quando "i genitori o le persone legalmente responsabili del bambino eseguono o permettono che si eseguano lesioni fisiche o mettono i bambini in condizioni di rischiarle".
Forniamo di seguito una classificazione degli abusi all'infanzia che comprende: il maltrattamento, la patologia della fornitura di cure e l'abuso sessuale, e che a loro volta si suddividono in altre sottocategorie.


·  Il maltrattamento si suddivide in:

  • maltrattamento fisico: questo tipo di violenza è facilmente individuabile dall'operatore, dato che vi sono sul corpo delle tracce visibili e concrete (ad esempio: lividi, ustioni, traumi cranici, traumi addominali, traumi scheletrici);
  • maltrattamento psicologico: arduo da identificare e da segnalare poichè non lascia segni sul corpo, ma incide in modo devastante a livello dello sviluppo fisico, emozionale, relazionale e psicologico del minore; il maltrattamento psicologico rappresenta allora una parte consistente di quel fenomeno sommerso che lascia nell'ombra la reale consistenza dell'abuso in famiglia.

·  Il problema della fornitura di cure, si suddivide in:

  • Incuria: si verifica in quei casi in cui i genitori, insensibili ai bisogni del proprio figlio, non se ne prendono cura sufficientemente, esponendolo a pericoli, malattie e negligenze di vario genere, condizionando negativamente il suo sviluppo; il bambino, nei casi di incuria, potrà ad es. essere soggetto a malattie croniche senza che venga sottoposto a cure mediche o presenta disturbi della vista, dell'udito, dei denti, senza che vengano presi adeguati provvedimenti da parte dei genitori.
  • Discuria: si manifesta quando dei genitori, pur provvedendo alle cure del proprio figlio, lo fanno in modo inadeguato, non rispettando le esigenze evolutive del bambino e fornendo cure che non corrispondono, per tempi, modi e qualità, a quelle che la particolare fase di crescita che il bambino attraversa.
  • Ipercura: consiste nel prestare cure eccessive al bambino sia nei modi che nella quantità; comprende: l’ Abuso chimico o iatrogeno - tendenza del genitore a somministrare sostanze chimiche o farmacologiche o di altro tipo, al figlio, in misura abnorme e sconsiderata nella convinzione errata e delirante che ne abbia bisogno, ad es. sonniferi, lassativi, neurolettici, diuretici o altri tipi di farmaci o di sostanze innocue quali acqua e sale, che per la quantità con cui vengono assunti dal bambino diventano nocivi o provocano avvelenamento;  la Sindrome di Munchausen per procura in cui il genitore, quasi sempre la madre, attribuisce una inesistente malattia fisica al figlio, e per questo lo sottopone a numerose visite e cure mediche giustificandole sulla base di sintomi e dati anamnestici e clinici da lei stessa inventati o provocati, la giovane età di questi bambini spesso impedisce di verificare verbalmente la malattia; la Medical shopping per procura, una sorta di versione di minor entità della sindrome precedente, il bambino viene sottoposto a continue e sistematiche visite mediche, ad analisi cliniche e controlli specialistici in assenza di un reale disturbo fisico ed è facile riscontrare in questi casi tratti ipocondriaci nel genitore che vive tutte le ingiustificate ansie e paure circa il proprio stato di salute attraverso il corpo "medicalizzato" del bambino.

·Con abuso sessuale si intende:                                                                                
"il coinvolgimento di bambini in pratiche sessuali che essi non possono interamente comprendere e verso le quali sono incapaci di dare un informato e cosciente consenso o che violano tabù sociali circa i ruoli familiari".


Questo significa che sia i bambini che gli adolescenti, intesi come soggetti immaturi e dipendenti, sono abusati sessualmente quando vengono coinvolti da adulti in attività sessuali.La violenza sessuale può essere vissuta sia tra le mura domestiche e praticata dai familiari stessi, da familiari acquisiti, da persone che vivono in casa del bambino, da parenti prossimi e/o lontani (si parla di violenza intrafamiliare) sia fuori di casa, dove gli abusi vengono compiuti da persone esterne alla famiglia (e si parla di violenza extrafamiliare), con pratiche come lo stupro, la pedofilia e lo sfruttamento sessuale dei minori (pornografia, prostituzione infantile). La violenza intrafamiliare è in assoluto la più frequente e diffusa, provoca nel bambino un vero e proprio inquinamento della mente e dei pensieri, fino a comprometterne, nei casi più gravi (quelli a inizio precoce e a evoluzione cronicizzata) la salute mentale (Cottle, 1992). Ciò avviene perché è sempre associato alla violenza psicologica e nella quasi totalità dei casi evolve come degenerazione di modelli comportamentali affettivi, che giungono progressivamente a configurare situazioni di seduzione e passano dalle molestie a veri e propri gesti di violenza sessuale, nei quali il bambino resta imprigionato per la fiducia che egli attribuisce all’adulto al quale è affettivamente legato, per la soggezione che egli incute, per la consegna del segreto che accompagna queste condotte perverse.



Fonte: http://www.psicologiailfilo.it/articolo19.htm