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venerdì 11 marzo 2016

ESISTERE TRA CONSAPEVOLEZZA E RESPONSABILITÀ


Le sensazioni fisiche al pari dei sentimenti si susseguono, ma ce ne accorgiamo? Quando e come succede?
Per i più questo processo non accade sempre e, quando accade, la singola sensazione diviene il tutto dell'Individuo: "io sono il mal di denti". Con un po' d'esperienza è possibile distanziare la nostra coscienza dai contenuti in cui si identifica.
Con l'allenamento all'ascolto del proprio corpo e di sé, si può constatare che i pensieri e le emozioni possono andare, venire e rimanere sullo sfondo rendendoci appieno consapevoli di questo stato mentale ed emotivo.
La dimensione della consapevolezza fa da spartiacque nella libera gestione della propria libertà interiore, che consente di affrontare in un modo o nell'altro le situazioni che troviamo di fronte e che vengono imposte. La spinta trasmutativa dell'individuo attacca certezze e relazioni, beni e progettti, dando avvio a una nuova e diversa evoluzione esistenziale.
Ad esempio, quando emozioni come depressione, risentimento, invidia, paura, ansia si fanno strada, abbiamo più possibilità: ignorarle, esprimerle o dare loro piena attenzione.
Dato che gli spostamenti di attenzione avvengono in modo meccanico e automatico, producendo nella mente dispersione e affollamento di pensieri, orientarli e non lasciarsi influenzare rende possibile dare loro una "guida" entro cui scorrere. Fermare la nostra attenzione consente di decidere dove e se orientare la nostra volontà.
La frenesia, il voler fare più cose insieme, allontana la consapevolezza di ciò che sta accadendo all'interno di noi e "intorno" a noi. L'accellerato ritmo della vita moderna rischia di diventare occasione per non ascoltare se stessi, inseguendo all'infinito qualcosa che possa dare soddisfazione.
In effetti, nelle tradizioni millenarie, il silenzio è stato identificato come strumento opposto al fare, allentando il lavorio della mente.
I pensieri possono venire ma devono anche scivolare. Il silenzio non è vuoto, ma presenza, come il silenzio della natura.
Se sviluppiamo pensieri, atteggiamenti, azioni che riguardono una determinata realtà, ma in modo ordinato, quasi sequenziale, creiamo le premesse per un agire più ordinato e per produrre risposte meno ansiose dove il rischio di non farcela si riduce.
Ad esempio, in situazioni in cui emozioni come depressione, risentimento, paura si fanno strada, abbiamo le possibilità di ignorarle, esprimerle, dare loro piena attenzione. Queste alternative sono espressione della "libera scelta" della persona, della sua individualità e della sua capacità di assumersi delle responsabilità, anche rispetto a stati d'animo o situazioni, non sempre gradevoli.
Di fronte ad un evento spiacevole, specie se doloroso, possiamo decidere se cercare di comprendere ciò che ci sta capitando e che cosa imparare dallo stesso, piuttosto che negarlo o attribuirne la causa ad un "destino" avverso.
Affrontarlo consente di divenire più saldi e capaci di contare sulle proprie forze, riconoscendo le difficoltà situazioni fisiologiche della vita. Attraverso le difficoltà e le crisi, viene offerta l'opportunità di mettere in evidenza potenzialità nascoste, risorse spesso ignorate.
Scegliere quale atteggiamento avere nei confronti delle situazioni significa "divenire responsabili" di una "scelta personale" non accusando né il mondo esterno né gli altri. Essere responsabili comporta aver selezionato cosa scegliere.
La libertà interiore non è un modo di sopportare passivamente e con rassegnazione una certa realtà, ma può consentire di affrontare le situazioni critiche indipendenti dal nostro volere, anche con un atteggiamento impegnato e responsabile.
La consapevolezza e la scelta fanno da spartiacque nella gestione della propria libertà interiore e consentono di affrontare in un modo o nell'altro le situazioni che troviamo di fronte o che ci vengono imposte.
Garantita la sicurezza primaria, ci si può volgere ai bisogni più elevati fino a alla ricerca di "senso" che si vuole dare alla propria esistenza. Il senso può essere dato dall'individuo, in forza della sua unicità e tipicità, attraverso le esperienze che è chiamato a vivere.


V. Frankl, psichiatra austriaco ,sopravvissuto alla devastazione dei lager affermava:
"Il significato non può essere dato ma trovato, e ancor prima cercato".
In questo spazio possono collocarsi atteggiamenti "più leggeri e superficiali", e altri più legati alla profondità. Parlando di "bisogni", non si può ignorare che non sono da intendersi solo quelli primari, ovvero legati alla sopravvivenza fisica (cibo, sonno, sete), ma come ha ben evidenziato Maslow, essendo gli stessi ordinati gerarchicamente, appagati i primi seguono quelli di protezione (sicurezza, certezze), di appartenenza (al gruppo, sia sociale che familiare, di rispetto, stima, affermazione di sé, approvazione) e, da ultimo, quelli volti all'autorealizzazione di sé.
Questa ultima tappa ha a che fare con la capacità di manifestarsi ed esprimersi per "quello che autenticamente l'individuo è", in totale indipendenza da ciò che gli altri pensano o si aspettano. Nel riconoscere l'unicità dell'individuo e la libertà responsabile delle sue scelte, non si può ignorare, a mio avviso, un altro aspetto, sostenuto anche dalle scienze fisiche: a partire dalla soggettiva l'Unicità, l'individuo non è una entità isolata ma parte di una più ampia struttura, in cui tutti gli elementi risultano tra loro interconnessi.
Questo tipo di pensiero è da sempre stato presente nelle filosofie orientali, specie nel buddismo, denominato (come) "originazione interdipendente", traducibile in:
“Tutte le cose si tengono insieme in quanto in funzione di altre, anche se non sempre è dato a priori sapere, quali siano.”
Quest'ottica di interconnessione globale, di web esistenziale, poggia su aspetti apparentemente isolati ma tra loro intrecciati ed interconnessi, e che vanno a costituire una "trama unitaria" in cui ogni cosa dipende da tutte le altre.

La spinta trasmutativa dell'individuo attaccando certezze, relazioni, progettti, può farsi presupposto di una nuovo e diverso corso esistenziale, rispetto a quello pensato o presunto.

giovedì 25 febbraio 2016

Gli effetti psicosomatici del lutto


UK. "Morire d'amore": l'idea romantica trova fondamento scientifico nei laboratori dell'Università di Birmingham.






"Uniti nella vita e nella morte. Moglie e marito si spengono a poche ore di distanza".
«Tutti conosciamo storie di qualche anziano che muore e l'altro coniuge, perfettamente sano, se ne va poco dopo. Con lo stress da lutto (...) può succedere che se l'anziano vive un trauma (come una caduta o una broncopolmonite) diventi più sensibile a nuove infezioni» (*). A spiegarlo, la ricercatrice in Medicina comportamentale Anna C. Phillips, coautrice dello studio condotto all'Università di Birmingham e pubblicato sulla rivistaImmunity and Ageing il 29 agosto 2014 (*).
Lo studio. Phillips e colleghi (*) hanno comparato l'effetto dello stress da lutto sul sistema immunitario di persone sane giovani e anziane.
Lo studio ha coinvolto: 41 giovani adulti di circa 32 anni, di cui 21 in lutto e 20 non in lutto; e 52 anziani di circa 72 anni, di cui 26 in lutto e 26 non in lutto.
I partecipanti hanno compilato questionari sulle proprie caratteristiche socio-demografiche e sui comportamenti di salute. Sono state prese in esame variabili psicosociali e risultati degli esami clinici.
In particolare sono stati osservati: le funzioni dei neutrofili (*); la concentrazione nel sangue del cortisolo (*) e del Deidroepiandrosterone solfato o DHEA Solfato (*); il rapporto fra cortisolo:DHEA Solfato (*).
I ricercatori si sono avvalsi delle tecniche della statistica inferenziale ANOVA (analisi della varianza) e hanno confrontato i dati interni ai gruppi e fra i gruppi.
Le persone in lutto di entrambi i gruppi di età hanno riportato maggiori sintomi di depressione e ansia rispetto ai gruppi di controllo.
Ciò nonostante i giovani partecipanti in lutto hanno mostrato una robusta funzione dei neutrofili e uguali livelli dell'ormone dello stress anche rispetto ai coetanei non in lutto.
Le persone più anziane in lutto invece hanno evidenziato una chiara riduzione nella produzione di neutrofili, un aumento del cortisolo, una conseguente alterazione nell'equilibrio cortisolo:DHEAS e una maggiore produzione di ROS (*) che causa uno stress ossidativo.
Questo si traduce in un effetto immunosopressivo con conseguenze in senso deteriore a carico del sistema immunitario e nervoso.
«... dopo una perdita - chiarisce la Phillips - possiamo soffrire di una ridotta funzione dei neutrofili (...) essenziali a combattere infezioni e malattie, così noi diventano vulnerabili quando questo accade» (*).
Gli effetti negativi dello stress da lutto sul sistema immunitario sono quindi più gravi nelle persone anziane, che corrono maggiori rischi di contrarre infezioni o andare incontro a patologie, quali ad esempio infezioni, osteoporosi, diabete e gravi malattie cardiovascolari.
I ricercatori giungono quindi alla conclusione che le persone più giovani non accusino gli stessi effetti dello stress sul sistema immunitario rispetto al quelle più anziane: «non hanno mostrato alcun effetto dannoso del lutto sulla funzione dei neutrofili e sulla concentrazione dell'ormone dello stress» (*).
Ammettono però che questo sia in parte dovuto al fatto che i giovani non sono soggetti a immuno-senescenza e che il declino nella produzione di DHEAS avvenga naturalmente con l'avanzare dell'età, in particolare con l'andropausa.
Tuttavia ritengono che lo studio possa rivelarsi utile per progettare percorsi anti-stress e fornire il miglior supporto possibile alle persone più vulnerabili.

Anna Phillips ha aggiunto che, per aiutare le persone a lutto di fronte al rischio di stress, si potrebbe ricorre a integratori ormonali o prodotti analoghi, tuttavia questa non è l'unica soluzione e non può sostituire il sostegno psicologico e la vicinanza di familiari e amici nel corso di un periodo di lutto.

USA LA TUA RABBIA PER COSTRUIRE QUELLO CHE VUOI


Emozione negata, poco tollerata e additata tra le più inaccettabili, ...ed è proprio per questo che può farci davvero male! Vediamo un esercizio per trasformarla invece in un alleato vincente
Come tutte le ‎emozioni anche la rabbia ha una valenza adattiva, difensiva e se ben utilizzata può essere costruttiva.
La ‪‎rabbia nasce quando qualcosa ci dà fastidio, non ci piace, rema in direzione opposta ai nostri bisogni ed obiettivi...e se non la ascoltiamo, se la neghiamo, o peggio, se la condanniamo, cresce, cresce, cresce...fino a farci stare male!
I segnali di una rabbia repressa sono molteplici: tensioni muscolari, dolori cronici, difese immunitarie basse con frequenza ad ammalarsi, cattive abitudini e dipendenze, atteggiamento passivo-aggressivo con conseguente auto-sabotaggio (per es. ci danno un incarico lavorativo che non vogliamo svolgere e pur non dicendo "no" lo svolgiamo malamente, danneggiando in primo luogo la nostra immagine!). Insomma, se la rabbia non ascoltata e non gestita può farci solo stare male, ascoltarla e incanalarla può darci grandi risultati!


Esercizio per ascoltare la propria rabbia
Vediamo un semplice esercizio per entrare in contatto con la rabbia e usarla in modo costruttivo:
1. mettiti comodo, seduto o sdraiato, in un'atmosfera rilassante e silenziosa.
2. chiudi gli occhi e visualizza la situazione o la persona che ti ha fatto arrabbiare, infastidire, irritare gravemente.
3. concentrati sulle immagini che ti scorrono davanti, le immagini relative all'episodio che ti ha fatto arrabbiare o che ti ha infastidito...guardale bene.
4. senti la tua rabbia e la tua irritazione crescere, non devi fermarla! Lasciati attraversare da quest'emozione...permetti che ti invada e non fare resistenza.
5. sposta ora la tua concentrazione su qualcosa di positivo, un desiderio, un progetto a cui tieni.
6. visualizza ora la tua rabbia come un fuoco che prende la forma che preferisci.
7. immagina che questo fuoco ti porti a realizzare il tuo desiderio, il tuo progetto
La rabbia ha una forza propulsiva significativa e noi abbiamo il potere di dirigere questa forza in una direzione anziché un'altra.
La cosa più sbagliata che possiamo fare è cercare di coprire questo fuoco, illudendoci che se non lo guardiamo esso possa scomparire.

Togliereste mai la benzina dal serbatoio della vostra auto, prima di usarla? Quando neghiamo e reprimiamo la nostra rabbia facciamo un po' la stessa cosa.

giovedì 28 gennaio 2016

Riconoscere il valore della solitudine.

L’idea di restare soli e di non aver nessuno con cui condividere le proprie emozioni, momenti, vita a volte ci crea sconforto e disagio. Non è facile vivere in solitudine o affrontare la vita contando sulle proprie forze, soprattutto se non abbiamo personalmente ricercato la solitudine ma ci si è semplicemente catapultata addosso, senza averla richiesta e ricercata.
L’uomo è un animale sociale, ma per vivere bene con gli altri ha bisogno di imparare a vivere da solo. Per cui prima di credere negli altri, cosa assolutamente necessaria per rendere la propria vita ricca di significato e non incatenata nei propri limiti, bisogna dare una chance a sé stessi per rendersi strumento di creazione di opportunità. La solitudine stessa è un’opportunità proprio perché aiuta a lavorare su di sé: spesso quando diventa strumento di conquista della propria vita le cose assumono una prospettiva assolutamente differente. Ma non tutti conoscono la bellezza della solitudine, moltissimi anzi non riescono ad accettarla.

Come fare allora a vivere la solitudine più serenamente, evitando di considerarla un peso? Non vi darò la risposta che vi cambierà la vita, ma semplicemente utilizzerò le parole di uno psicoanalista per cercare di convincervi che la solitudine porta frutto. Lo psicoanalista a cui mi riferisco si chiama Khan e nel saggio I Sé nascosti stimola a guardare quel tempo ritagliato per noi come fosse“un campo lasciato a maggese”.

La nostra vita è fatta di incontri e sono proprio questi incontri a darci la possibilità di creare opportunità e a sfruttarle di conseguenza. La metafora del campo lasciato a maggese è significativa: si intende rendere la propria solitudine uno spazio lasciato sterrato e incolto dedicato al sé. Rendere la propria solitudine un luogo di sensibilità, di creatività, un luogo in cui si dà possibilità di ascoltare sé stessi; è il luogo dell’intimità dove si rende creativa e stabile la relazione sia col proprio Sé, sia con gli altri. Khan definisce questo modo di essere “restare oziosi”, non intendendo ciò che probabilmente la vostra mente inevitabilmente ha pensato leggendo questa espressione. Restare oziosi significa investire il proprio tempo su sé stessi fino a raggiungere una consapevolezza di ciò che si è, che difficilmente si trova e si raggiunge quando si è insieme agli altri.
“Per realizzarsi, s’intende, questo stato psichico abbisogna di una profonda accettazione di sé, di tolleranza per lo stare e l’esperire la propria e più personale solitudine.”. Essere come un campo lasciato a maggese vuol dire investire nel proprio tempo lasciato incolto. Non significa però ritagliarsi del tempo libero, che è invece fine a sé stesso: il tempo dedicato al proprio sé richiede molto più, implica desiderio di investimento da cui ne deriverà un risultato sorprendente. Per rendere la solitudine funzionale basterà rendere questo luogo ritagliato solo per noi semplicemente creativo.
L’aspetto affascinante è che secondo l’autore, pur essendo questa condizione privata e personale, richiede un ambiente umano favorevole per realizzarsi e conservarsi. Ne deriva la consapevolezza che stare bene con sé stessi e stare bene con gli altri sono condizioni che si intersecano e che derivano l’una dall’altra. Imparare a vivere da soli con sé stessi è una abilità, necessaria all’uomo per vivere bene con gli altri, perché prima ha imparato a vivere da solo e ha imparato che anche da solo ha valore e il valore non sono certo gli altri a consegnarlo. Credere in sé stessi per poi comprendere l’importanza degli altri per il nostro benessere. Perciò anche quando non avete ricercato la solitudine ma vi si è catapultata addosso, provate a renderla luogo di creatività, utilizzatela per fare esperienza di ciò che siete, fermatevi per riconoscervi.

martedì 1 dicembre 2015

IL PRINCIPE AZZURRO ESISTE DAVVERO?



Il principe azzurro è un personaggio tipico che appare in numerose fiabe, un principe che soccorre la damigella in difficoltà; in genere supera ostacoli e affronta pericoli per liberarla da incantesimi o da orchi e draghi.
Proprio perché è un “simbolo”, il Principe Azzurro viene spesso citato nel linguaggio comune per riferirsi a un ideale romantico di “compagno o marito”.
"Aspettare il Principe Azzurro" è una espressione consueta per riferirsi a una donna alla ricerca dell’uomo perfetto, bello bravo e coraggioso.


La questione è: il principe azzurro esiste per davvero?

Diciamo che ogni ragazza ha il suo personale ideale, anche se sembrano tutti confluire sulla perfezione.
Diciamo che con gli anni e l’esperienza, questo ideale si personalizza, ogni ragazza matura sempre di più il suo proprio ideale.
Si passa dalle ragazze che ancora credono alla perfezione, forse negli anni dell’adolescenza, a quelle che si “accontentano del meno peggio” consapevoli che la perfezione non è di questo mondo.
Date queste premesse, forse controcorrente, il vero principe azzurro è quella che favorisce la nostra autonomia.
È vero, Il principe azzurro è gentile e galante, ma forse è colui che facilita la crescita personale e autonomia.
Certo può essere gentile e cooperativo, ma soprattutto val la pena che sappia rispettare il desiderio di crescita e autonomia della sua amata.
Il principio di base è che per essere bisogna “diventare” e diventare significa sviluppo delle proprie risorse, il che implica la presa di coscienza realistica delle proprie capacità e competenze e voglia di metterle in circolo.
In particolare l’Autonomia affettiva trova il suo corrispettivo negativo nella simbiosi e dipendenza, che invece limita e rende insicure e deboli.
L’autonomia affettiva cresce e si sviluppa in famiglia, nell’amicizia, nel gruppo e nella coppia.
Tutte esperienze che ci consentono di esprimerci e sperimentare le nostre capacità senza la paura dei giudizi esterni.


https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/564-principe-azzurro

lunedì 30 novembre 2015

ALLENARE I FIGLI ALLA FELICITÀ

Si dice che il mestiere del genitore sia il più difficile del mondo perché non ci sono corsi che possano insegnarlo e perché non esistono regole universali su come prendersi cura dei figli.
E’ quindi impossibile diventare dei buoni genitori?
La risposta è no! Si può diventare buoni genitori aiutando i propri figli a conoscere le EMOZIONI.
Le emozioni svolgono un ruolo fondamentale nella nostra vita. La capacità di riconoscere, di comprendere e di gestire in modo consapevole le proprie emozioni e quelle degli altri sono ingredienti indispensabili per diventare adulti felici e realizzati.
Il compito principale del genitore è quindi quello di aiutare i figli a sviluppare queste capacità, diventando “l’allenatore” della loro intelligenza emotiva. [John Gottman, 1997]
L’intelligenza emotiva è determinata in parte dal temperamento, ovvero dai tratti di personalità innati, e in parte dalle interazioni dirette con i genitori e dal modello che essi offrono al bambino.

COSA FA UN ALLENATORE EMOTIVO?

L’allenatore emotivo è sensibile alle emozioni del bambino, anche a quelle più impercettibili, le sa riconoscere, ascoltare e attribuisce loro un valore. Le emozioni spiacevoli, come la rabbia, la paura e la tristezza, rappresentano un’occasione di intimità e di crescita. Di fronte ad un’emozione di questo tipo, il genitore-allenatore non è confuso o sbrigativo e rispetta il figlio, non offrendogli soluzioni o distraendolo da ciò che sta provando. [John Gottman, 1997]


Molti genitori liquidano le paure e le preoccupazioni del bambino come se fossero poco rilevanti. “Non c’è niente di cui aver paura” diciamo a un bambino di cinque anni spaventato dal buio della sua cameretta. Una risposta di questo tipo, che fornisce una spiegazione logica e razionale alla manifestazione di una comune paura infantile, impedisce al bambino di sentirsi ascoltato. La paura non scompare solo perché un genitore pensa che non ci sia una ragione valida per provarla. Inoltre, se diciamo a un bambino come deve o non deve sentirsi (“Non essere triste”, “Smettila di piangere”), egli perderà fiducia in ciò che prova e crederà meno in se stesso. I bambini hanno scarsa esperienza di vita e quindi potrebbero sentirsi sopraffatti da un’emozione senza sapere come uscirne. Noi ad esempio sappiamo che il dolore per la morte di un animale caro, per quanto intenso, è destinato a scemare fino a scomparire. Il bambino non lo sa, perché per la prima volta nella sua vita si trova a fare i conti con questa esperienza.
Se facciamo finta che un’emozione non ci sia o se la ignoriamo perché non siamo in grado di riconoscerla, essa non scomparirà. Sintomi di squilibri emozionali nei bambini possono manifestarsi attraverso il comportamento o i sintomi, come ad esempio il mangiare troppo, la perdita di appetito, gli incubi notturni, i dolori di pancia, il mal di testa, difficoltà di concentrazione o iperattività.
Le emozioni negative si “sciolgono” solo quando i bambini possono parlarne, dare loro un nome e sentirsi compresi.
Di fronte all’espressione della paura del buio, un genitore-allenatore potrebbe ad esempio dire: “Raccontami bene che cosa ti fa tanta paura”. Per fare questo il genitore deve mettersi nei panni del bambino, cioè sforzarsi di vedere il mondo dal suo punto di vista, e deve riconoscere che le esperienze negative possono rappresentare un’occasione per stare vicini al proprio figlio e per aiutarlo a crescere meglio. Se vediamo un valore nelle emozioni negative, abbiamo più pazienza e siamo più disponibili a trascorrere del tempo con un bambino che fa i capricci o che diventa aggressivo.
L’ascolto e l’empatia sono quindi due ingredienti fondamentali dell’allenamento emotivo. Il passo successivo è quello di fornire ai figli le parole per dare un nome a ciò che stanno provando. In questo modo potranno trasformare una sensazione amorfa, spaventosa e sgradevole in qualcosa di definibile, con dei contorni precisi, come tanti altri elementi della vita. La tristezza, la paura, la rabbia non saranno più dei “mostri enormi”, ma delle esperienza comuni delle quali è possibile parlare e che possono essere gestite.
Un bambino molto arrabbiato potrebbe diventare aggressivo e picchiare il compagno di banco, oppure un altro bambino triste potrebbe piangere in maniera disperata senza sapere come fare a calmarsi o a confortarsi.
Dobbiamo ricordarci che tutte le emozioni sono accettabili e hanno ragione di esistere, ma non tutti i comportamenti lo sono. I bambini e i ragazzi devono perciò capire che il problema non è nei sentimenti, ma nei comportamenti “usati” per esprimerli. Sarebbe però inutile punire o bloccare un comportamento senza comprendere quali emozioni vi sono dietro.
Quindi, dopo aver scoperto come si sente e quali problemi hanno provocato una sensazione spiacevole, i bambini devono capire che cosa possono fare. Il genitore allora dovrà fornirgli una guida per trattare i sentimenti, per trovare un modo appropriato per padroneggiarli, ponendo dei limiti a comportamenti eccessivi o dannosi . Dire ad un ragazzo che ha ragione a sentirsi così ma che ci sono modi migliori per esprimerlo, lo aiuterà ad avere fiducia in se stesso e a percepire un senso di controllo sulla propria esistenza.
E’ importante astenersi da un intervento pressante. Il genitore-allenatore non si sente obbligato a sistemare ogni cosa che non funziona nella vita dei figli, anche se può essere difficile osservare a distanza e senza intervenire un figlio mentre si destreggia tra i problemi. Affinché un bambino e un ragazzo si sentano efficaci e soddisfatti delle conclusioni a cui giungono, è necessario incoraggiarli a generare da soli delle idee e delle ipotesi, sempre nel rispetto della loro età. A volte, quando non ci sono soluzione, come ad esempio per la morte di un animale o di una persona, l’obiettivo può essere quello di riuscire ad accettarne la perdita.

L’IMPORTANZA DI AVERE UN MODELLO

L’allenamento emotivo avviene anche attraverso l’esempio. I genitori dovrebbero rappresentare dei modelli per i figli e non temere di mostrare le proprie emozioni. Possono diventare tristi, piangere, arrabbiarsi, perdere la pazienza e preoccuparsi, perché hanno confidenza con le loro emozioni e perché non ne vengono sopraffatti. Sanno mettere in luce in chiave positiva anche le emozioni spiacevoli. Riconoscono, ad esempio, l’utilità della tristezza, come occasione per rallentare e per prestare più attenzione a se stessi e a quanto accade nella propria vita. Per un figlio vedere il genitore che intraprende una discussione accesa e poi risolve amichevolmente le divergenze rappresenta una grande occasione di crescita, una lezione sulla possibilità di gestire i conflitti preservando i legami affettivi. Ovviamente, perché tutto ciò avvenga, è necessario che i genitori stessi abbiano sviluppato a loro volta una buona intelligenza emotiva.

QUALI SONO I VANTAGGI DELL’ALLENAMENTO EMOTIVO?
I bambini e i ragazzi allenati emotivamente sono figli più flessibili ed elastici. Anche loro provano la tristezza, si arrabbiano o si spaventano in circostanze difficili, ma hanno maggiore capacità di ritrovare la calma, la serenità e di riprendersi dai fallimenti. Il genitore non li ha protetti dallo sperimentare emozioni spiacevoli, dal soffermarsi in situazioni emotivamente pesanti, ma li ha accompagnati in questo percorso. Grazie a questa esperienza, i figli hanno imparato a regolare i propri sentimenti, a fidarsi di se stessi e a risolvere i propri problemi. Possiamo quindi dire che l’intelligenza emotiva non impedisce ai figli di soffrire, ma rappresenta una difesa e una risorsa contro gli eventi della vita.

FONTE:https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-genitori-figli/601-allenare-figli-felicita

mercoledì 25 novembre 2015

ANESTETIZZARE LA NOSTRA EMOTIVITÀ NON SERVIRÀ AD ESSERE FELICI

Nella società contemporanea esprimere le proprie emozioni è sinonimo di debolezza. Ma in realtà la vera forza di una persona sta nel proprio mondo emotivo, nel riuscire ad essere consapevole di se, presente a se stesso in ogni momento della propria vita.
Siamo proprio sicuri che il modo migliore per affrontare la vita e le difficoltà che incontriamo sia quello di avere “sangue freddo” e quindi anestetizzare la nostra emotività?
Spesso sento genitori incoraggiare i figli dicendo “non bisogna aver paura”, mariti dire alle mogli “non devi rimanerci male, sei troppo sensibile”, persone rivolgersi ai loro compagni dicendo “che ti arrabbi a fare?” Come se il miglior consiglio da dare per affrontare qualunque situazione sia “evita di provare emozioni, perché fanno male”. Sentire il dolore provocato da un’emozione nelle persone a noi care amplifica in noi quel dolore, ci fa sentire impotenti, ci sentiamo inutili e quindi vorremmo cancellare la fonte del dolore.
Le emozioni sono quella parte di noi più antica che ci aiuta da millenni a sopravvivere,  percependo il pericolo, ci assistono nell’instaurare relazioni, nel raggiungere i nostri obbiettivi, nel superare le difficoltà. Oggi non riusciamo ad accorgersi del lavoro immenso che la nostra parte emotiva svolge per noi, siamo tutti più predisposti a vedere i risultati piuttosto che il come ci siamo sentiti durante il percorso verso il loro raggiungimento. Eppure quello che fa la differenza tra una persona felice e una no, non è quanto oro ha accumulato, quanto in alto sia arrivata, piuttosto, quanto è stato presente a se stesso nel processo che gli ha permesso di raggiungere la sua meta e, quindi, quanto in ogni suo passo sia stato in contatto con le sue emozioni, ma anche quanto sia riuscito a condividere con persone per lui significative il proprio mondo emotivo, quanto si sia sentito accolto nel raccontare la sua rabbia, tristezza, delusione, gioia, speranza, paura

Il modo migliore per avvicinarci al mondo emotivo dell’altro è provare a sentire ciò che ci dice con il nostro orecchio emotivo. Solo così possiamo incoraggiare un bambino spaventato o ansioso per il primo giorno di scuola: “cosa ti spaventa? Sai che anche io da piccola avevo paura di…” questo modo di parlare di emozioni permette di sentirsi rassicurati e di poter affrontare le paure
Solo così possiamo consolare la moglie rattristata dopo un litigio con una persona importante, perché la sensibilità è un dono per noi e per gli altri, che ci aiuta a “sentire” e quindi a poterci difendere, a poter superare un’empasse. Solo con il nostro orecchio emotivo possiamo entrare in empatia con la rabbia di un uomo che sente di aver fallito, che si è sentito ingiustamente sconfitto…
Una volta un ginecologo, mentre la paziente aveva iniziato il travaglio in sala parto, cercava di rassicurare la madre della donna, preoccupata per la sofferenza della figlia e le disse “signora questa non è sofferenza. Il dolore che prova ora sua figlia la aiuterà a dar vita a suo nipote. È un dolore necessario che indicherà al corpo il modo migliore per partorire, lei può solo starle vicino e incoraggiarla, ascoltando le sue urla. L’alternativa qual è: l’anestetizziamo?”


Così è per le emozioni: se noi sappiamo ascoltarle, ci indicheranno il modo migliore di affrontare la vita, anche gli eventi più difficili. Se noi invece ci anestetizziamo, rischiamo di non sapere più quali sono le scelte migliori per noi, e avremmo bisogno di qualcuno che operi su di noi, e che ci aiuti a dar vita al nostro futuro.

FONTE:http://www.psicologi-italia.it/psicologia/psicologia-del-benessere/1726/emozioni.html

mercoledì 18 novembre 2015

LA TECNOLOGIA CI RENDE SOLI

Ieri ho incontrato una vecchia amica che non vedevo da tanti anni. La conosco dai tempi dell’infanzia, e ha sempre avuto un debole per me. Io in realtà ho sempre fatto di tutto per evitarla, per passarci assieme meno tempo possibile. Non mi è mai piaciuta, forse il suo aspetto, i suoi modi di fare, la sua voce. Non so perchè, ma non l’ho mai apprezzata, nonostante lei abbia sempre fatto di tutto per starmi accanto. È una vecchia amica, ci conosciamo dai tempi dell’infanzia. Si chiama Noia.
Ero ai giardini con mio figlio. Mentre si divertiva a far scendere un cavallino dallo scivolo, io sedevo su una panchina, senza niente da fare. Non avevo un libro da leggere, avevo dimenticato a casa il telefono, quando l’ho vista arrivare. Mi si è seduta accanto, e ha preso a parlare, con quel tono lamentoso strascicato che dopo poco mal sopporto. Era tanto che non la vedevo, ma non mi era mancata per niente. Dopo cinque minuti non ne potevo più, volevo solo che se ne andasse, la sua presenza mi irritava.
La noia, non siamo più abituati alla sua compagnia.
Viviamo in una società che ha fatto di tutto per sopprimere la noia, per eliminare ogni momento vuoto, ogni attimo di esitazione, ogni spazio bianco. E ci è riuscita, ma a che prezzo.
È in questa perenne fuga dalle trame della noia, che internet ha spopolato. Abbiamo creato mezzi di comunicazione che ci permettessero di abbattere le distanze, di interconnetterci in ogni momento della giornata, di condividere ogni attimo, ogni pensiero, ogni immagine, di esaltare al parossismo il nostro bisogno intrinseco di animali sociali. Abbiamo creato nuove tecnologie che ci hanno permesso di comunicare istantaneamente con un nostro amico dall’altra parte del mondo, in tempo reale. Ma ci siamo scordati di chi avevamo vicino.
In questa corsa all’interconnessione, abbiamo perso qualcosa, siamo diventati intellettualmente e socialmente presbiti: abbiamo imparato a vedere lontano, rinunciando a mettere a fuoco ciò che ci circonda. Sappiamo cos’ha mangiato a colazione un nostro amico che non vediamo più da vent’anni, ma non sappiamo cosa ci ha appena detto nostra moglie.
Sappiamo che tal de tali ha appena avuto un figlio di tre chili e mezzo, ma non lo abbiamo mai visto, non sappiamo che odore abbia, non sappiamo quanto siano soffici le pieghe cicciottelle delle sue braccia. Nonostante abiti a dieci minuti da casa nostra.
Sappiamo che Maria è stufa che tutto le vada a finire sempre nello stesso modo, che Davide ha trovato un verme in una mela, e che Giuseppe e Lucrezia hanno una relazione stabile da un anno.
Ma ignoriamo chi essi siano. Sono nomi, di gente sconosciuta, che chissà perchè figura tra le nostre amicizie di Facebook.
E senza telefono, in compagnia della mia amica Noia, compagnia di cui avrei fatto volentieri a meno, ho iniziato a guardarmi attorno, ad osservare il film delle persone che scorreva accanto a me.
Ho visto una coppia di innamorati, lui che parlava, mentre lei assorbiva altro da uno smartphone.
Ho visto un padre far scorrere ossessivamente il dito sullo schermo del telefono, sbirciando senza interesse ogni aggiornamento di stato di un social forum.
Ho visto un gruppo di ragazzi su una panchina, in silenzio, ognuno impegnato a scrivere qualcosa a qualcuno dall’altra parte della città, senza proferire parola tra loro.
Ho visto un bambino cercare con insistenza le attenzioni di una madre distratta, curva sul suo telefono, che sorrideva di chissà quali verità, senza accorgersi di suo figlio.
E ho alzato gli occhi, mi sono messo a leggere quello che mi circondava, gli alberi salire nel cielo, le loro fronde a coprirmi dal sole, lo stormire delle foglie, il cinguettio allegro di invisibili uccelli, l’oro dei riflessi nel letto dell’Arno, le canoe coi loro remi solcare le acque, un cane riportare una palla al proprio padrone, le auto scorrere vicino con le loro storie e le loro realtà.
E in quel momento sono stato contento di aver dimenticato a casa il telefono. Ho guardato la mia amica Noia, e l’ho ringraziata, perchè senza di lei non mi sarei mai ricordato di leggere il mondo che mi circondava, godendo di quegli attimi preziosi, di quelle sensazioni, di quelle immagini comuni che troppe volte mi dimentico di vivere.
Quante cose ci perdiamo ogni giorno, curvi su quegli schermi luminosi, ad assorbire l’inutilità, ad impregnarci di cose senza senso, a perdere tempo, a perderci la bellezza della vita, che ogni giorno si dispiega accanto a noi.
E a quel punto mi sono alzato, sono andato da mio figlio ancora intento a far scivolare il suo cavallino. “Babbo”, mi ha detto, “vuoi giocare anche te?”. L’ho guardato, gli ho sorriso, ho salutato la mia amica, che se ne stava andando, e mi sono sentito felice.


martedì 10 novembre 2015

DIPENDENZA AFFETTIVA: una nuova forma di addiction?


Generalmente quando si parla di dipendenze, ancora oggi, si pensa quasi ed esclusivamente alle tossicodipendenze o alla dipendenza da alcol.
Eppure, negli ultimi anni, lo spettro delle dipendenze si è ampliato a dismisura tanto da affiancare alle dipendenze più conosciute il termine new addictions per indicare le nuove dipendenze comportamentali che costituiscono un insieme eterogeneo di disturbi, che condividono con le dipendenze comuni la progressiva perdita di controllo sul comportamento di dipendenza e la compromissione della vita dell’individuo a vari livelli.
Nelle dipendenze senza droghe risulta evidente un’eziologia di tipo multifattoriale che comprende aspetti culturali, sociali, economici, fattori relativi alla dimensione neurobiologica, psicologica e psicopatologica.
Il termine addiction appare di grande valenza psicologica e psicopatologica molto più dei termini dipendenza e tossicodipendenza. Il termine addiction deriva dal latino, nello specifico dal diritto romano, addictus  che sta ad indicare un soggetto schiavo per debito in quanto incapace di saldarlo. Questo termine evoca immediatamente la condizione del prigioniero: la reiterazione dei comportamenti additivi, infatti, implica un debito progressivamente crescente che determina la perdita della libertà e della capacità di autodeterminarsi.
L’etimologia ci aiuta a comprendere che la vera trama profonda delle varie forme di dipendenza riguarda il rapporto tra libertà e responsabilità, fra onnipotenza e limite; rivendicando il senso onnipotente della propria libertà il soggetto dipendente perde progressivamente la possibilità di orientare i propri comportamenti.
È proprio all’interno delle “nuove dipendenze” che si inserisce la dipendenza affettiva o relazionale; sembra impossibile ai più che una relazione, un partner possa diventare come una droga; sembra impossibile parlare di love addiction, quasi fosse un ossimoro, eppure oggi ciò accade e più frequentemente di quanto non si pensi.
Il tema della dipendenza affettiva o relazionale è quanto mai attuale per motivi sia psicopatologici che culturali, poiché l’instabilità o la precarietà delle istituzioni relazionali tradizionali (coppia, famiglia) tende a selezionare stili di attaccamento ambivalenti o conflittuali e a favorire la formazione di legami affettivi incostanti o deboli.
Inoltre, a differenza delle dipendenze da sostanze, questa riguarda direttamente la relazione interpersonale; da ciò ne deriva, a livello intrapsichico dei partner di coppie disfunzionali, una labilità dell’oggetto d’amore che entra in risonanza con fattori della personalità e con elementi di vulnerabilità spesso dovuti a traumi pregressi. Analizzando la personalità dei partner si scopre un’unione quasi perfetta tra loro, fondata su tutto ciò che di più lontano può esserci dall’amore: dolore, aggressività, sopruso, violenza, manipolazione, eppure sono relazioni capaci di resistere nel tempo prima della loro inevitabile conclusione.
Chi sceglie di stare con una persona dipendente d’affetto, ha spesso anche lui il bisogno di essere accudito e di avere una relazione di tipo figlio-madre anziché alla pari, per dinamiche e problematiche familiari irrisolte. Oppure, al contrario, può trovarsi ad esercitare un ruolo di persona sfuggente, irraggiungibile o rifiutante (per esempio quando il dipendente d’affetto cerca un partner sposato o non interessato alla relazione), per sentirsi così al centro dell’attenzione e compensare anche lui dei vuoti affettivi mai colmati.
Da qui la sofferenza e la degradazione: più si cercherà di essere rassicurati da lui e più lui tenderà a fuggire, e lei, per evitarlo, si adatterà a fare da infermiera, da serva, madre, sorella, confidente e aiutante; chi ama troppo tende a cambiare la persona amata per renderla simile a come vorrebbe lei fosse e per questo asseconderà il partner nel suo egoismo.
La dipendenza affettiva sembra essere quasi una patologia esclusivamente femminile (c.ca il 99%): la maggior parte di queste donne ripropongono con il proprio partner copioni già vissuti con i genitori o un genitore in particolare di cui hanno ricercato sempre l’affetto con scarsi risultati. Ciò che scatta nella mente di queste donne è la possibilità di ottenere una sorta di risarcimento riuscendo a conquistare l’amore di un partner "difficile" come lo era il genitore.
Permane una tendenza a ri - attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare affettivamente, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive, pressoché inesistenti, ricevute nella propria vita.
Eppure queste donne sembrano, così come i partner a cui si accompagnano, incapaci di vivere un amore maturo, al contrario sembrano essere attratte dall’amore romantico (S. Mitchell), ovvero un modo di mettersi in relazione con un’altra persona così da generare emozioni, stimolare il gioco dell’immaginazione e nutrire il rispetto per certi ideali, un amore ricercato per dare un significato alla propria vita, ma destinato a svanire subito perché privo di quelle caratteristiche che invece rendono un amore maturo.
Nella dipendenza affettiva, ci si annulla completamente per l’altro la cui esistenza, presenza e vicinanza diventa sostanziale al proprio benessere, alla percezione di essere vivi e utili.
L’amore dipendente si mostra perciò con le seguenti caratteristiche:
  • è ossessivo e tende a lasciare sempre minori spazi personali;
  • è parassitario e basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato;
  • è caratterizzato dalla stagnazione e dall’autoassorbimento, ossia da una tendenza a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento e necessita di mantenere fermi alcuni punti certi, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita

Il Noi non comincia dove finisce l’Io, ma dove avviene l’incontro tra un Io e un Tu, un incontro che però non è fusione altrimenti il Noi diventa un’entità informe in cui ci si confonde.

Detto ciò non rimane che chiedersi: è possibile guarire?

Il principale problema nella risoluzione delle dipendenze affettive è certamente l’ammissione di avere un problema.
Esiste una forza inerziale nel rimanere nella dipendenza, ma c’è una forza inerziale anche nel renderla obbligatoria.
Sono giochi vecchi che si rompono quasi da soli, basta liberarsi e si va, senza che nessuno ci insegua. Esistono infatti dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che, nell’abitudine cronica, diviene dipendenza. La difficoltà nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli di amore che, come si è detto, una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come "normali" in nome dell’amore.
Spesso, paradossalmente, è la speranza che fa sopravvivere il problema e che tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si sono consolidati, se non persino pietrificati, dei ruoli e dei copioni da cui è, più o meno, impossibile uscire.
È sempre molto difficile venirne fuori perché resta la nostalgia lacerante di qualcosa che si doveva avere e che non si è avuto, desiderando inconsciamente un risarcimento affettivo per quanto non è stato possibile. Separarsi da un’esperienza positiva è più facile e naturale che separarsi da un desiderio legittimo ed inappagato.
Così, paradossalmente, l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno nutrito a lungo il rapporto patologico, quando si ha la percezione del vuoto, della perdita di identità, della rabbia e dalla frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il proprio amore.
Durante questi dolorosi momenti ci si convince che qualcosa non va, trovando la spinta necessaria ad uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva.
La guarigione dalla dipendenza affettiva non è il distacco dalla persona o dalle persone da cui si era dipendenti, bensì l’acquisizione di una  propria autonomia affettiva.
Questo è ciò che permette di entrare consapevolmente e realmente in relazione con gli altri, perché li vogliamo, perché li scegliamo, non perché abbiamo bisogno di loro per esistere.


Fonte: https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/801-la-dipendenza-affetti