Visualizzazione post con etichetta Psicomondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Psicomondo. Mostra tutti i post

martedì 23 febbraio 2016

NON DEVO FAR ALTRO CHE AMARE ME STESSO, MA È COSÌ DIFFICILE!


Non devo far altro che amare me stesso, ma è così difficile...
Spesso quando si vedono persone che nutrono poca stima verso se stesse e che hanno, il più delle volte, un'aria da vittima stampata sul volto, si sente loro suggerire: "Il segreto è che devi amarti di più!" oppure, sulla stessa falsariga: "Prima di amare gli altri, è necessario che tu ami te stesso".
Ma come si fa ad amare se stessi? Quale è la via per riuscirvi se nessuno è lì ad indicarla?
Quello che viene spesso omesso da chi elargisce consigli di quel tipo è un passaggio indispensabile per realizzare il desiderio di amare se stessi: il cambiare il modo di vedere se stessi.
Chi tende a giocare il ruolo della vittima, sia che si trovi a biasimare se stesso sia che non riesca a fare a meno di colpevolizzare qualcun'altro per i propri insuccessi e insoddisfazioni, in verità crede di conoscersi bene ma si conosce solo parzialmente.
Vede infatti la realtà da un punto di vista il cui limite non è nell'essere giusto o sbagliato, ma nell'essere riduttivo e soprattutto, statico, sempre uguale a se stesso. Ogni evento è letto sempre attraverso la stessa griglia di interpretazione, in una maniera che fa sempre sentire sconfitti.
In un sistema di pensiero così rigido non vengono mai contemplate ipotesi alternative, se c'è A allora c'è necessariamente B, mai C e neppure D, c'è una chiusura totale verso una interpretazione delle esperienze che si discosti dalla propria.
Una persona che ragiona in questi termini potrà difficilmente arrivare ad amare se stessa, poiché il proprio sistema di pensiero non offre alcun motivo per farlo, e in verità non consente di trovare neppure una ragione chiara per cui si debba essere degni di ricevere amore da parte dell'altro.
Ma come si esce da questo stato di empasse? Come si può conoscere se stessi se si possiede solo un paio di occhiali attraverso i quali poter vedere la realtà?

Da soli è molto difficile uscirne, proprio per l'abitudine radicata nel vedersi dei perdenti, degli sconfitti o degli abusati, e l'abitudine è difficile che sia cambiata facilmente, dal momento che la preferenza è invece orientata a ripetere le azioni che servono a mantenere lo status quo.
L'aiuto di un professionista allora diventa una soluzione utile per creare una perturbazione utile a creare un cambiamento. Con l'aiuto della psicoterapia si va ad approfondire come si vede se stessi in relazione agli altri, e come, ovvero attraverso quali scelte, il proprio punto di vista si mantiene sempre uguale a se stesso.
Il professionista consente di guardare la propria personalità dal di fuori, come se si guardasse se stessi all'interno della scena di un film, così da comprendere quale parte si gioca all'interno della propria vita e quanto si contribuisca a creare gli esiti che si osservano. In poche parole, la psicoterapia aiuta la persona a riappropriarsi del proprio potere di scelta, a non vedersi più come un topo in un labirinto da cui non riesce ad uscire o come una farfalla con le ali bagnate.


Comprendere il come accade ciò che accade, per riappropriarsi del proprio libero arbitrio, sono passi indispensabili per intraprendere la strada che conduce all'amore verso di sé e verso gli altri.

Il potere del pregiudizio



Vorrei iniziare questo articolo ricordando un episodio che ho vissuto direttamente mentre mi trovavo sul pullman in vista delle vacanze di natale. L’autista mi fa accomodare e inizio ad osservare le persone che mi stanno attorno. La mia attenzione viene subito attirata da un ragazzo in divisa, che presenta svariati tic, alcuni molto evidenti. Ed è così che inizio ad agitarmi, pensando principalmente al fatto che questo uomo, essendo un carabiniere, ha sicuramente ha con se una pistola. Arrivati ad una stazione di servizio decido subito di voler cambiare posto, e mi sposto dietro.
Inizio a riflettere e penso che spesso le cose accadono per un motivo molto preciso, ed è così che do il via ad una ricerca su internet, che mi porta al ricordo della sindrome de la Tourette e di altre problematiche neurologiche legate ai tic nervosi. Ed ecco che mi ritrovo a leggere i sintomi principali che insorgono nel bambino o nell’adolescente prima dei 18 anni, che presenta tale sindrome:
• Ripetizione di tic sonori (versi, grida, fischi)
• Tic motori come movimenti ripetuti delle gambe o delle mani
• Emissione di suoni involontari come stranuti e colpi di tosse non legati a patologie fisiche
• Tic nervosi del viso come lo sbattere le palpebre in rapida sequenza, contrarre la bocca, fare l’occhiolino
• Ripetizione di parole slegate dal contesto, con predilezione per quelle scurrili
• Difficoltà di relazione con gli altri e tendenza all’isolamento e alla depressione
• Sviluppo di disturbi di ansia, sindrome da iperattività e deficit di attenzione (ADHD)
• Sviluppo di comportamenti ossessivo – compulsivi
Tutta questa casistica di sintomi non si manifesta sempre in tutti i soggetti colpiti dalla sindrome di Tourette, ma affinché si possa fare una diagnosi è necessario che ne siano presenti almeno la metà e che si manifestino in modo più o meno accentuato in modo continuativo.
Ed è in questo momento che mi sento a disagio con me stessa e con il mio pregiudizio e la mia ansia inizia ad alleviarsi. Mi rendo conto che per l’ennesima volta ho lasciato che i mie pregiudizi e le mie paure prendessero il sopravvento. Spesso ciò accade per tutte le persone.
Non è possibile vivere senza un pregiudizio, perché è un’opinione che nel tempo ci si è costruiti attraverso l’esperienza e i vissuti sperimentati sin da bambini nella propria famiglia. La riflessione sul mio pregiudizio legato alle persone che mostrano apertamente una sofferenza di qualsiasi genere, mi ha portato a riflettere su quanto per lui possa essere pesante tutto il suo mondo, soprattutto se tutte le persone che incontra nel suo cammino reagiscono come me alla vista dei suoi tic.

 La verità è che ciò che non conosciamo ci spaventa ed è di paura che si nutre il pregiudizio. Quest’uomo mi ha insegnato che, soprattutto nel mestiere che mi sto apprestando a fare, la psicologa, il pregiudizio diventa utile solo come esercizio a sconfiggerlo, e come stimolo ad approfondire la conoscenza di qualsiasi argomento possa spaventarmi solo perché sconosciuto.
Concludo citando un proverbio che parla così: “Ogni volta che puntiamo un dito verso qualcuno, dobbiamo ricordarci che altre quattro puntano verso di noi”.


 Dott.ssa Spallino Stefania Laureata in Psicologia clinica e della salute e Tirocinante presso la Obiettivo Famiglia Onlus

mercoledì 9 dicembre 2015

SONO NARCISISTA E ME NE VANTO...o forse no?


Io sono al centro.
Intendo al centro del mio mondo e di quello degli altri. Tutti mi amano, tutti mi stimano. O meglio: lo vorrei, perché è questo che mi fa stare bene. Per me l’attenzione degli altri è come la benzina per un’automobile: senza non vado da nessuna parte. Purtroppo la benzina mi finisce presto e così ho sempre questo bisogno costante di avere attorno persone che mi dicono quanto sono in gamba, quanto sono intelligente e cose simili. Ebbene sì, sono un narcisista. Ma c’è poco da stare allegri.

Narcisista io?
Del resto io sono speciale, ho stile, so parlare, valgo più delle persone di cui mi circondo. Sì, sono una spanna sopra gli altri e per loro stare con me è un onore e un privilegio. Forse non sono umile, ma un difetto bisogna pur averlo! A volte mi dicono arrogante. Secondo me però sono solo invidiosi, perché vorrebbero essere come me. Sì, sono dei mediocri: è questa la verità. Che colpa ne ho se sono il migliore?
Mi rimproverano che non mi preoccupo molto di quello che gli altri intorno a me desiderano o pensano. Mi dicono che sono insensibile e che penso solo a me. Secondo me ciascuno deve badare a se stesso e io non sono certo a disposizione delle altre persone. Mica faccio beneficenza! E se aiuto qualcuno, poi ritengo giusto che mi si ricambi con amore e fedeltà a oltranza. Quanto ad amare a mia volta, questa è un’altra faccenda.
Ho avuto molte donne, spesso più storie parallele, perché le emozioni è meglio averle a piccole dosi. Forse non ho mai amato nessuna. Cosa vuol dire poi amare?
Quando la sera torno a casa e non trovo nessuno contento del mio arrivo, allora mi sento male, mi sento un guscio vuoto. Penso con dolore che questa solitudine sia ciò che merito.
Ma è un pensiero che dura un attimo appena. Poi passa e torno vincitore. Io sono un figo, splendido e splendente. Senza gli altri però io non ne sono più così sicuro. Senza gli altri io non so chi sono, ma questa è una cosa che non posso dire a nessuno. Non voglio che pensino che sono la persona debole e mediocre che ho il terrore di essere. Show must go on!

Fonte: http://www.quipsicologia.it/sono-narcisista-e-me-ne-vanto-o-forse-no/


martedì 1 dicembre 2015

IL PRINCIPE AZZURRO ESISTE DAVVERO?



Il principe azzurro è un personaggio tipico che appare in numerose fiabe, un principe che soccorre la damigella in difficoltà; in genere supera ostacoli e affronta pericoli per liberarla da incantesimi o da orchi e draghi.
Proprio perché è un “simbolo”, il Principe Azzurro viene spesso citato nel linguaggio comune per riferirsi a un ideale romantico di “compagno o marito”.
"Aspettare il Principe Azzurro" è una espressione consueta per riferirsi a una donna alla ricerca dell’uomo perfetto, bello bravo e coraggioso.


La questione è: il principe azzurro esiste per davvero?

Diciamo che ogni ragazza ha il suo personale ideale, anche se sembrano tutti confluire sulla perfezione.
Diciamo che con gli anni e l’esperienza, questo ideale si personalizza, ogni ragazza matura sempre di più il suo proprio ideale.
Si passa dalle ragazze che ancora credono alla perfezione, forse negli anni dell’adolescenza, a quelle che si “accontentano del meno peggio” consapevoli che la perfezione non è di questo mondo.
Date queste premesse, forse controcorrente, il vero principe azzurro è quella che favorisce la nostra autonomia.
È vero, Il principe azzurro è gentile e galante, ma forse è colui che facilita la crescita personale e autonomia.
Certo può essere gentile e cooperativo, ma soprattutto val la pena che sappia rispettare il desiderio di crescita e autonomia della sua amata.
Il principio di base è che per essere bisogna “diventare” e diventare significa sviluppo delle proprie risorse, il che implica la presa di coscienza realistica delle proprie capacità e competenze e voglia di metterle in circolo.
In particolare l’Autonomia affettiva trova il suo corrispettivo negativo nella simbiosi e dipendenza, che invece limita e rende insicure e deboli.
L’autonomia affettiva cresce e si sviluppa in famiglia, nell’amicizia, nel gruppo e nella coppia.
Tutte esperienze che ci consentono di esprimerci e sperimentare le nostre capacità senza la paura dei giudizi esterni.


https://www.psicologionline.net/articoli-psicologia/articoli-sesso-amore/564-principe-azzurro

LA PAURA DI GUIDARE (AMAXOFOBIA): QUANDO L’ANSIA AFFERRA IL VOLANTE

L’amaxofobia è una paura decisamente invalidante che si manifesta in alcune persone - a volte già colpite da un Disturbo d’Ansia - e che condiziona l’esistenza di chi, pur avendo conseguito la patente di guida, non riesce in nessun caso a guidare l’automobile perché non si sente di farlo o non ci riesce in condizioni particolari perché bloccato dall’ansia e da aspettative negative che lo frenano.
In certi casi si manifesta con la rinuncia preventiva a conseguire la patente o con il reiterato fallimento ai test per la licenza di guida, che il soggetto non riesce a superare nemmeno dopo diversi tentativi e pur avendo studiato.
PAURA DI COSA?
L’amaxofobia si può manifestare nella realtà o nelle fantasie anticipatorie dei soggetti in condizioni specifiche che non sono le stesse per tutti i soggetti.
Possiamo distinguere:
  • la paura di guidare da soli in genere o in assenza di una specifica persona al proprio fianco
  • la paura di guidare di notte o quando è buio
  • la paura di guidare in autostrada e su strade a scorrimento veloce
  • la paura di guidare attraverso le gallerie
  • la paura di valicare i ponti, in particolare se alti o lunghi
  • la paura del traffico nel quale ci si può trovare bloccati o rallentati mentre si è alla guida
  • la paura di allontanarsi oltre ad una certa distanza da casa.
A volte quindi è la presenza di altre persone ad essere considerata indispensabile per poter guidare, altre volte l’amaxofobico deve “semplicemente” evitare certe condizioni esterne per sentirsi sicuro alla guida, ma in certi casi questa attività è totalmente inibita e non esiste una modificazione del contesto che influisca positivamente sulla paura mitigandola e permettendo di mettersi al volante.
Esaminando i contesti nei quali alcuni hanno paura di guidare si può notare come si tratti di condizioni che rimandano al tema dell’ansia da separazione (guidare da soli o in assenza di una certa persona, allontanarsi troppo da casa), della claustrofobia (gallerie, traffico bloccato), della mancanza di controllo sull’ambiente circostante (buio, traffico veloce) e dell’agorafobia intesa come paura di non trovare un riparo e una via di fuga (gallerie, ponti, strade che attraversano spazi aperti in pianura).
Una paura a sé stante è quella di impazzire ed essere colti da un raptus mentre si è alla guida, che lascia intravvedere una forte componente aggressiva che dà segno di sé all’interno delle fantasie di distruzione di chi vive questo tipo di timore.
La presenza trasversale di insicurezza e scarsa fiducia nelle proprie capacità di controllo e autocontrollo porta l’amaxofobico a sviluppare intensa ansia anticipatoria e quindi una serie di vivide immagini che rappresentano le sue aspettative circa quello che potrebbe succedere se si mettesse alla guida.
Tali immagini mentali scoraggiano efficacemente i tentativi di affrontare questa paura perché possono essere catastrofiche e inibire anche il desiderio di superare questo problema, portando a  ritenerlo irrisolvibile e a concentrarsi piuttosto sull’individuazione di strategie alternative che consentano di aggirare la necessità o il desiderio di mettersi al volante.
COSA TEME UNA PERSONA CHE HA PAURA DI GUIDARE?
Lo scenario che si prefigura chi ha paura di guidare può includere:
  • la perdita di controllo dell’auto a causa di un attacco di panico o di uno svenimento e la conseguente possibilità di causare un incidente grave
  • l’incapacità di evitare gli altri veicoli, in particolare se molto grossi come i camion, e la possibilità di esserne investiti
  • la necessità non soddisfabile di abbandonare l’auto a causa di una crisi di claustrofobia o più genericamente idi ansia
  • la perdita dell’orientamento e quindi della strada giusta da percorrere, con la conseguenza di smarrirsi e ritrovarsi in zone non conosciute
  • l’incapacità tecnica di condurre adeguatamente il veicolo, esponendosi così al giudizio (negativo) altrui e facendo una brutta figura
  • l’insorgenza improvvisa di un “raptus” che porti a provocare volontariamente un incidente o a dirigere l’auto contro cose o persone.
CAUSE
La paura di guidare può scaturire da diverse cause, in parte legate al significato che riveste la possibilità di muoversi autonomamente conducendo un mezzo di trasporto che consenta di allontanarsi e spostarsi a proprio piacimento andando dove si desidera senza dipendere da altri.
In alcuni casi affrontare la strada e gli altri utenti della strada è la fonte di preoccupazione originaria dell’amaxofobico, mentre molte altre volte ciò che alimenta questa paura non è immediatamente individuabile e riconoscibile. 
Alcune possibili cause sono:
  • presenza di un Disturbo d’Ansia che, nella sua manifestazione, include anche l’amaxofobia
  • dipendenza dall’ambiente di appartenenza, in particolare da quello familiare, che porta l’amaxofobico a ottenere di essere accompagnato in quanto non autonomo
  • conflitto fra dipendenza e autonomia e paura di crescere facendo le proprie scelte e decidendo la propria strada, che riguarda principalmente i giovani che vivono un disagio legato all’ingresso nella vita adulta
  • esperienze traumatiche, inclusi gli incidenti causati personalmente o subiti sia nella posizione di passeggero che in quella di conducente di veicolo investito, oltre agli incidenti subiti da persone vicine o ai quali si ha assistito
  • presenza di rabbia e di pulsioni aggressive inconsce che potrebbero emergere durante la guida
  • pregiudizi culturali, che condizionano ancora oggi alcune ragazze e donne cresciute in ambienti nei quali si ritiene che la donna non possa essere capace di guidare come l’uomo o in famiglie nelle quali vi è o era una figura maschile che ha trasmesso loro esplicitamente la convinzione dell’incapacità di guidare, nonostante il conseguimento della patente
  • invecchiamento e depressione, che influenzano i guidatori anziani e rendono alcuni di essi insicuri e dubbiosi circa la propria capacità di continuare a guidare nonostante non vi sia un oggettivo deterioramento delle loro prestazioni nella guida.

SINTOMI

La paura di guidare si può manifestare all’interno di un quadro ansioso più generale, e quindi in soggetti che soffrono di un Disturbo d’Ansia, oppure in persone che hanno questa e a volte altre paure che nascono dalla scarsa fiducia nelle proprie capacità e dal desiderio più o meno consapevole di mantenere un rapporto di dipendenza dalla famiglia o dagli altri in generale.
Non essere in grado di spostarsi da soli in auto pur avendo la patente significa infatti ricorrere all’aiuto degli altri per effettuare i tragitti obbligati o desiderati, rimanendo nella posizione disoggetto non autonomo e incapace di prendersi anche simbolicamente la responsabilità della propria vita.
Indipendentemente dalle cause presenti nel singolo caso, l’amaxofobico può sperimentare di volta in volta un disagio di differente intensità che va dalla lieve sensazione di disturbo all’attacco di panico vero e proprio: a volte entra in uno stato anticipatorio di disagio al pensiero di guidare, mentre altre volte può sentirsi molto ansioso quando entra in macchina e si posiziona sul sedile del guidatore, quando avvia l’auto o dopo aver percorso un tratto di strada ed essersi allontanato dalla propria “base sicura”.
I sintomi dell’amaxofobia sono tipici dell’ansia patologica e possono includere iperattivazione(tachicardia, fame d’aria, tremori, agitazione), vertigini, sensazione di “testa vuota” o di irrealtà, nausea, colite e così via. Tali sintomi possono comparire già prima di entrare in auto in chi sperimenta forte ansia anticipatoria, mentre negli altri casi sopraggiungono quando il soggetto è già al volante.

CONSEGUENZE DELL'AMAXOFOBIA
La paura di guidare può essere decisamente invalidante perché influenza significativamente molteplici attività e contesti. In linea generale si nota una forte limitazione dell’autonomia e della libertà di movimento della persona che si trova a regolare la propria esistenza in base al pericolo di provare quell’intenso disagio che l’attività della guida gli procura e a prendere decisioni che consentano di evitarlo.
Tale evitamento porta all’impoverimento relazionale e a volte economico della vita del soggetto, a causa della sua rinuncia ad attività che implicano la possibilità di spostarsi con un’automobile: tale rinuncia a volte può riguardare opportunità lavorative, comportando una perdita economica significativa, mentre altre volte riguarda attività sociali, comportando la perdita di rapporti d’amicizia e la rinuncia a svaghi e interessi.
La conseguenza di tale peggioramento della qualità della vita è una ricaduta negativa sull’autostima del soggetto, che genera un circolo vizioso: non guidando rinuncia a tante cose, è più solo e si sente limitato e “perdente”, e questo deterioramento dell’immagine di sé lo porta a sentirsi ulteriormente incapace e diverso dagli altri e quindi non in grado di condurre un veicolo.

COME SUPERARE LA PAURA DI GUIDARE?

A seconda della gravità del quadro clinico può essere necessaria la psicoterapia o possono essere sufficienti interventi di sostegno e riabilitazione psicologica che aiutino la persona a “sbloccarsi” e a riconoscere di possedere le abilità necessarie per riprendere la guida, mettendole in pratica o conseguendo finalmente la patente di guida dopo una serie di tentativi fallimentari.
Per stabilire quale intervento sia maggiormente appropriato, e verificare l’eventuale necessità di una psicoterapia, è fondamentale una valutazione psicologica preliminare che collochi il problema all’interno della storia di vita del soggetto, identificandone il significato, e ne quantifichi la portata.
Nel caso in cui sia sufficiente un intervento limitato e di natura riabilitativa possono essere utili strumenti come l‘ipnosi, la PNL e l’EMDR, in particolare nel caso in cui l’amaxofobia abbia origine traumatica, mentre quando l’amaxofobico è colpito da un Disturbo d’Ansia o d’altro genere è importante che si sottoponga a psicoterapia. 
I punti centrali di un intervento psicoterapeutico potranno riguardare l’elaborazione del conflitto dipendenza-autonomia, il superamento della necessità di controllo, l’elaborazione delle pulsioni aggressive, la modificazione dell’immagine di Sé e dell’autostima del soggetto.
E’ importante sottolineare il fatto che la paura di guidare si può superare e che i Disturbi d’Ansia che a volte ne sono la causa si possono efficacemente curare con la psicoterapia: come in tutti i casi in cui la vita di una persona è limitata dalla paura ciò che conta è rivolgersi ad uno psicologo senza attendere impossibili risoluzioni spontanee e senza perdere tempo prezioso. 
Aspettare significa far crescere il problema e rendere sempre più insopportabile la difficoltà, ma anche alimentare il pensiero che non vi sia soluzione e che quello sia il proprio “destino” o il proprio “carattere”.
Attivarsi rapidamente per cercare un aiuto professionale significa invece abbreviare i tempi del lavoro psicologico o psicoterapeutico e non condannarsi a sopportare ulteriormente limitazioni tranquillamente superabili con l’intervento adatto.


FONTE:http://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/1930-paura-guidare-amaxofobia-ansia-afferra-volante.html?refresh_ce

giovedì 26 novembre 2015

LA SINDROME DI SAMO E IL VIRUS HIV


La sindrome di Samo è il termine con cui alcuni studiosi italiani denominano un disturbo che coinvolge l’area dell’affettività, della sessualità e della relazionalità dell’individuo che ne è colpito.
L’affezione si presenta come un  attaccamento ad un partner malato e una predilezione per i rapporti sessuali con soggetti portatori di malattie contagiose o, solitamente, affetti da patologie sessualmente trasmissibili, senza  alcuna preoccupazione per le pratiche di protezione dal rischio di contagio. Recentemente, alcuni programmi televisivi hanno messo di nuovo luce su questa patologia, intervistando persone che volontariamente cercano persone affette da patologie sessualmente trasmissibili, per lo più da HIV, cercando con esse rapporti sessuali, nella speranza di contagiarsi. L’aspetto che più colpisce, e che può a tratti sembrare assurdo, è che molti di essi non conoscono fino in fondo le conseguenze a cui il contagio da HIV può portare, hanno invece sommarie nozioni che li portano a concludere, erroneamente, che il virus da HIV sia qualcosa che si può tenere sotto controllo assumendo alcune pastiglie in maniera costante.
Probabilmente le innumerevoli morti, le campagne di prevenzione, i costi sanitari, non sono di interesse per le persone che cercano il contagio. Il loro interesse principale, a quanto dicono, è relativo alla ricerca di rapporti sessuali non protetti, senza più avere “il pensiero” di indossare il preservativo o di adottare altre forme precauzionali durante i rapporti sessuali occasionali e non.


La cosa che più spaventa è che questi individui, una volta contagiati, sono potenzialmente pericolosi per gli altri, oltre che per sé stessi. La sindrome di Samo  può essere associabile alla patofilia o nosofilia (amore per la sofferenza, malattia).  In una prospettiva psicodinamica, secondo alcuni autori, si può ipotizzare infatti che, alla base del rapporto con la persona portatrice dell’affezione contagiosa, possa esserci un forte legame affettivo e, nel caso dell’aids e delle  malattie sessualmente trasmissibili, si può osservare che il virus viene percepito, paradossalmente,  come un alleato in questa ricerca di un rapporto simbiotico con la persona affetta; l’infezione, quindi, diventerebbe,  inconsciamente, un elemento di legame per la coppia. Il preservativo, di conseguenza, simboleggia un elemento intrusivo nel rapporto e il desiderio di proteggersi rappresenterebbe una forma di tradimento all’intimo legame (Brancatella R., Curatolo A., Di Lernia T., Costi G.,(1997)).
Va anche considerato che essere contagiati volontariamente, in questo caso, significa anche controllare l’angoscia di esserlo per sbaglio.
Di recente sono nati siti e chat dove la maggior parte degli utenti si iscrive con l’obiettivo di incontrare partner sieropositivi.

Gettare luce su questo fenomeno, favorire programmi di educazione sessuale e sui rischi legati alle patologie sessualmente trasmissibili, deve essere un compito primario per le istituzioni e per gli operatori del settore.

FONTE:http://www.newspsicologia.com/2015/01/16/la-sindrome-di-samo-e-il-virus-hiv/