giovedì 12 maggio 2016

STALKING: NON È AMORE, NON È ROMANTICO, NON È OK


I necrologi delle donne che sono morte e le testimonianze delle donne che sono sopravvissute, dicono una cosa sola NON E’ AMORE.
Stalking deriva dal verbo inglese to stalk “fare la posta” .
Denota infatti un comportamento ossessivo che comprende:
  • l’aspettare, l’inseguire, il raccogliere informazioni sulla “vittima” e sui suoi movimenti.
  • l’interferenza ripetuta nella vita privata di una persona, con comunicazioni intrusive (telefonate, lettere, sms, e-mail e perfino graffiti o murales)
  • pedinamenti
  • comportamenti di confronto diretto, quali visite sotto casa o sul posto di lavoro, minacce e molestie
Secondo lo studio del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri gli stalker potrebbero inquadrarsi in cinque tipologie
  1. il risentito, nutre rancore per traumi affettivi ricevuti da altri e a suo avviso ingiustamente (tipicamente un ex-partner di una relazione sentimentale);
  2. il bisognoso d’affetto, vuole convertire un semplice rapporto di conoscenza in una relazione sentimentale, insiste e fa pressione nella convinzione che prima o poi l’oggetto delle sue attenzioni si convincerà;
  3. il corteggiatore incompetente, che opera stalking in genere di breve durata, risulta opprimente e invadente principalmente per “ignoranza” delle modalità relazionali, dunque arreca un fastidio praticamente preterintenzionale;
  4. il respinto, rifiutato dalla vittima, vuole contemporaneamente vendicarsi dell’affronto subito e insieme riallacciare una relazione con la vittima stessa;
  5. il predatore, il cui obiettivo è di natura essenzialmente sessuale, trae eccitazione dal cacciare e possedere le sue vittime dopo avergli ingenerato paura, è una tipologia spesso ricorrente anche nei voyeur e pedofili.
Come comportarsi in caso di Stalking:
  • E’ importante affrontare il problema senza minimizzarlo e adottare precauzioni.
  • Se la richiesta è di riprendere una relazione indesiderata, è fondamentale dire di no in maniera chiara e precisa.
    La restituzione di un regalo non gradito, una telefonata di rabbia o una risposta negativa ad una lettera sono segnali di attenzione che rinforzano lo stalking.
  • Per difendersi dal rischio di aggressioni uscire senza seguire abitudini routinarie e prevedibili, in orari maggiormente affollati e in luoghi non isolati, adottare un cane addestrato alla difesa, molto utile sia come concreta difesa sia per aumentare la sensazione di sicurezza.
  • Se le molestie sono telefoniche, non cambiare numero. La frustrazione aumenterebbe la motivazione allo stalking. Meglio procurarsi una seconda linea, lasciando che la vecchia linea diventi quella su cui il molestatore può continuare a telefonare, magari mentre azzerando la suoneria e rispondendo gradualmente sempre meno.
  • Per produrre prove della molestia alla polizia, non lasciarsi prendere dalla rabbia o dalla paura ma raccogliere più dati possibili sui TUTTI i fastidi subiti, annotandoli su un apposita agenda; es. ora della telefonata, durata, contenuto, MAI cancellare messaggi.
  • È utile mantenere sempre a portata di mano un cellulare in più per chiamare in caso di emergenza.
  • Se si pensa di essere in pericolo o seguiti, non andare mai di corsa a casa o da un amico, ma recarsi dalle forze dell’ordine.
A partire dalle ricerche di Jacquelyn Campbell, una delle maggiori esperte nazionali di omicidi in ambito domestico,é stato elaborato un modello di prevenzione.
Campbell scoprì che la metà delle vittime aveva cercato aiuto rivolgendosi alla polizia almeno una volta, e che nei casi di omicidio l’indicatore più frequente era la presenza di violenze fisiche precedenti.
Il rischio di omicidio cresceva quando la vittima cercava di abbandonare il partner o quando si verificava un cambiamento importante nella vita della coppia (una gravidanza o un nuovo lavoro).
Nei casi di separazione, il pericolo rimaneva alto nei primi 3 mesi, si abbassava leggermente nei successivi 9, e calava significativamente dopo un anno.


Fonte: http://ilblogdellamente.com/stalking/

giovedì 5 maggio 2016

Cyberbullismo: per il 90% dei presidi è più grave di quello “tradizionale”


Il 90% dei presidi delle scuole italiane ritiene che il cyberbullismo sia più grave del bullismo tradizionale. Risulterebbe, infatti, più doloroso e avrebbe conseguenze più rapide e durature sulla reputazione personale delle vittime. Eppure, l'81% dei dirigenti scolastici riferisce che i genitori tendono a minimizzare il problema, giudicando il bullismo digitale poco più che uno "scherzo tra ragazzi”. È il risultato della ricerca: “Verso un uso consapevole dei media digitali”, realizzata dal Censis in collaborazione con la Polizia postale. L'indagine ha coinvolto 1.727 dirigenti scolastici delle scuole medie e superiori di tutta Italia.
Il 77% dei presidi ritiene che il cyberbullismo sia un vero e proprio reato. Inoltre, per l'89% degli intervistati questo fenomeno risulta più difficile da individuare rispetto al bullismo tradizionale, perché gli adulti sono esclusi dalla vita online degli adolescenti. Il 52% ha, quindi, riferito di aver dovuto gestire personalmente episodi di cyberbullismo, il 10% casi di sexting – ossia l'invio telematico di foto o video sessualmente espliciti - e il 3% situazioni di adescamento online. Nel 51% dei casi è stato necessario rivolgersi alle forze dell'ordine. Ma data la tendenza dei familiari dei bulli a sottovalutare la gravità del fenomeno, per il 49% dei presidi la maggiore difficoltà da affrontare consiste proprio nel far comprendere ai genitori la serietà dell'accaduto.
Per il 77% dei dirigenti scolastici internet rappresenta l'ambiente in cui le vessazioni fra adolescenti sono più frequenti. Sul web episodi di bullismo si verificherebbero più spesso che nei luoghi di aggregazione giovanile (47%), nel tragitto tra casa e scuola (35%) o all'interno della stessa scuola (24%). Ma qual è l'identikit del cyberbullo? Per il 70% dei presidi non esistono differenze tra maschi e femmine, per il 19% i responsabili degli episodi di bullismo sono in prevalenza le ragazze, mentre per l'11% soprattutto i ragazzi.
L'indagine evidenzia che il 39% delle scuole ha già attuato alcune delle azioni specifiche contro il cyberbullismo, previste dalle linee di orientamento del Ministero dell'Istruzione. Il 63%, invece, intende farlo nel corso di quest'anno scolastico. Ma nel 36% degli istituti la partecipazione non va oltre la metà dei genitori e nel 59% dei casi si ferma solo a pochi genitori. Solo il 10% delle scuole ha un vero e proprio programma di monitoraggio, basato su questionari rivolti a studenti e genitori.


FONTE:
http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/18570-cyberbullismo-per-il-90-dei-presidi-e-piu-grave-di-quello-tradizionale


mercoledì 4 maggio 2016

Uomini dipendenti affettivi. Tra vergogna e solitudine

In tema di dipendenze affettive e di narcisismo patologico è diffusa la rappresentazione di donne vittime e di uomini carnefici, come se la sindrome relazionale del “mal d’amore” e le sue conseguenze cliniche ed esistenziali appartenessero esclusivamente alle dinamiche maschio-femmina.
Quest’idea preconcetta è alimentata dalle cronache di violenza, di stalking e di femminicidio, e trova fertili riscontri nella letteratura specifica. Infatti, la gran parte dei libri e dei documenti sulla dipendenza affettiva si concentra sullo scenario psicologico dei rapporti uomo-donna, con lui nella parte del manipolatore perverso e lei nel ruolo della preda soggiogata.
Ciò accade perché questa configurazione è statisticamente più frequente e più facilmente osservabile e non perché sia la sola possibile. Infatti, la dipendenza affettiva e il narcisismo perverso sono fenomeni trasversali al genere e all’orientamento sessuale. Riguardano tutti: uomini e donne, omosessuali ed eterosessuali senza soluzione di continuità e si manifestano nei diversi casi con schemi relativamente invarianti.
La preminenza numerica della relazione uomo-carnefice/donna vittima è radicata nei modelli culturali dominanti e negli stereotipi di genere, perciò rischia di produrre una pericolosa semplificazione nella clinica e nel trattamento dei disturbi affettivi e di trascurare così lo studio e la psicoterapia delle dipendenze relazionali in cui, per esempio, è il maschio a “subire” trascuratezze e abusi di una narcisista manipolatrice, oppure nelle situazioni in cui il problema travalica l’orientamento sessuale e si instaura tra partner dello stesso sesso.
L’uomo “vittima”, tra vergogna e solitudine. A differenza di quanto accade alle donne, gli uomini eterosessuali “vittime” devono affrontare oltre al dolore della relazione patologica, il senso di vergogna e di inadeguatezza derivanti dalla disinformazione sul tema e dal pregiudizio culturale che li stigmatizza come maschi-zerbino, maschi fragili e atipici. Il risultato è che un uomo eterosessuale in forte difficoltà emotiva tende a evitare, a rifiutare l’aiuto o a negare il problema a lungo, col rischio di cronicizzarlo.


Depressione, isolamento, alcolismo e abuso di sostanze, disturbi nella sfera sessuale e ricadute sul funzionamento psico-sociale sono a volte il tributo pagato da questi uomini alla causa dell’incomprensione che li circonda: il conformismo sociale.
Tutti sembrano dir loro “Liberati di questa strega!”, come se fosse facile. Il carico di questa iper-semplificazione della dipendenza affettiva al maschile può diventare soverchiante e condurre la vittima a peggiorare la propria situazione nel tentativo solitario di risolverla.
La soluzione terribile. Per gli uomini, come per le donne vittime di narcisisti, la soluzione terribile più frequente è accondiscendere alle richieste della manipolatrice: più soldi, più obbedienza, più “sincerità”, un figlio “riparatore”, una casa nuova, rompere con la famiglia d’origine e i parenti prossimi, nessuna amicizia femminile e così via.
Ogni cedimento produce un trauma: la manipolatrice alzerà la posta in gioco e la vittima precipiterà in un abisso di responsabilità crescenti, da cui potrebbe risultare veramente complesso sollevarsi, sia da un punto di vista psicologico che economico.
Tutto questo è facilitato dalla solitudine in cui i maschi vivono la propria condizione di soggiogamento emotivo. A differenze delle femmine, non hanno avuto il vantaggio di un’educazione sentimentale che li autorizzi a condividere le proprie emozioni e a manifestare uno stato di crisi psicologico; di rado possono contare su amici comprensivi ed empatici e, meno ancora, sono disponibili all’idea che una psicoterapia possa sostenerli in modo valido e in tempi brevi.
Leggere libri. Potrebbero allora leggere del problema che li affligge, ma la quasi totalità dei libri sul narcisismo perverso e sulla dipendenza affettiva sono coniugati al femminile e pur trattando di un disturbo, come ho detto, trasversale al genere e all’orientamento sessuale, danno l’idea di essere inadatti al pubblico maschile.
Dipendenza affettiva, narcisismo perverso e omosessualità. La frequenza con cui nelle relazioni omosessuali si manifestano dinamiche dipendenti e scenari narcisistici è considerevole, ma relativamente inesplorata. Ancora una volta, penso, a causa del forte accento “etero-centrico” posto dai ricercatori sul tema, ma soprattutto dal condizionamento culturale che destina dalla nascita le persone gay a orientarsi nel mondo senza modelli o riferimenti, che le depriva di fatto di quell’educazione emotiva, seppure abbozzata, e del senso di legittimità assegnato di diritto ai bambini etrerosessuali.
Su questo piano la ricerca psicologica è ai primordi, ma lo studio trasversale e multi-livello della dipendenza affettiva può illuminarci, e ce n’è bisogno, sulla necessità di abbattere argini culturali e stereotipi sociali soffocanti.
Donne, uomini, eterosessuali, omosessuali sono uguali nell’amare, ugualmente fragili, ugualmente vulnerabil
i e, per inverso, potrebbero essere persone forti, sane e consapevoli, se a livello sociale, culturale e scientifico si costruissero le condizioni di questa parità profonda e fondamentale, oggi trascurata quando non direttamente negata

FONTE: http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2016/05/02/uomini-dipendenti-affettivi-tra-vergogna-e-solitudine/

 

venerdì 11 marzo 2016

ESISTERE TRA CONSAPEVOLEZZA E RESPONSABILITÀ


Le sensazioni fisiche al pari dei sentimenti si susseguono, ma ce ne accorgiamo? Quando e come succede?
Per i più questo processo non accade sempre e, quando accade, la singola sensazione diviene il tutto dell'Individuo: "io sono il mal di denti". Con un po' d'esperienza è possibile distanziare la nostra coscienza dai contenuti in cui si identifica.
Con l'allenamento all'ascolto del proprio corpo e di sé, si può constatare che i pensieri e le emozioni possono andare, venire e rimanere sullo sfondo rendendoci appieno consapevoli di questo stato mentale ed emotivo.
La dimensione della consapevolezza fa da spartiacque nella libera gestione della propria libertà interiore, che consente di affrontare in un modo o nell'altro le situazioni che troviamo di fronte e che vengono imposte. La spinta trasmutativa dell'individuo attacca certezze e relazioni, beni e progettti, dando avvio a una nuova e diversa evoluzione esistenziale.
Ad esempio, quando emozioni come depressione, risentimento, invidia, paura, ansia si fanno strada, abbiamo più possibilità: ignorarle, esprimerle o dare loro piena attenzione.
Dato che gli spostamenti di attenzione avvengono in modo meccanico e automatico, producendo nella mente dispersione e affollamento di pensieri, orientarli e non lasciarsi influenzare rende possibile dare loro una "guida" entro cui scorrere. Fermare la nostra attenzione consente di decidere dove e se orientare la nostra volontà.
La frenesia, il voler fare più cose insieme, allontana la consapevolezza di ciò che sta accadendo all'interno di noi e "intorno" a noi. L'accellerato ritmo della vita moderna rischia di diventare occasione per non ascoltare se stessi, inseguendo all'infinito qualcosa che possa dare soddisfazione.
In effetti, nelle tradizioni millenarie, il silenzio è stato identificato come strumento opposto al fare, allentando il lavorio della mente.
I pensieri possono venire ma devono anche scivolare. Il silenzio non è vuoto, ma presenza, come il silenzio della natura.
Se sviluppiamo pensieri, atteggiamenti, azioni che riguardono una determinata realtà, ma in modo ordinato, quasi sequenziale, creiamo le premesse per un agire più ordinato e per produrre risposte meno ansiose dove il rischio di non farcela si riduce.
Ad esempio, in situazioni in cui emozioni come depressione, risentimento, paura si fanno strada, abbiamo le possibilità di ignorarle, esprimerle, dare loro piena attenzione. Queste alternative sono espressione della "libera scelta" della persona, della sua individualità e della sua capacità di assumersi delle responsabilità, anche rispetto a stati d'animo o situazioni, non sempre gradevoli.
Di fronte ad un evento spiacevole, specie se doloroso, possiamo decidere se cercare di comprendere ciò che ci sta capitando e che cosa imparare dallo stesso, piuttosto che negarlo o attribuirne la causa ad un "destino" avverso.
Affrontarlo consente di divenire più saldi e capaci di contare sulle proprie forze, riconoscendo le difficoltà situazioni fisiologiche della vita. Attraverso le difficoltà e le crisi, viene offerta l'opportunità di mettere in evidenza potenzialità nascoste, risorse spesso ignorate.
Scegliere quale atteggiamento avere nei confronti delle situazioni significa "divenire responsabili" di una "scelta personale" non accusando né il mondo esterno né gli altri. Essere responsabili comporta aver selezionato cosa scegliere.
La libertà interiore non è un modo di sopportare passivamente e con rassegnazione una certa realtà, ma può consentire di affrontare le situazioni critiche indipendenti dal nostro volere, anche con un atteggiamento impegnato e responsabile.
La consapevolezza e la scelta fanno da spartiacque nella gestione della propria libertà interiore e consentono di affrontare in un modo o nell'altro le situazioni che troviamo di fronte o che ci vengono imposte.
Garantita la sicurezza primaria, ci si può volgere ai bisogni più elevati fino a alla ricerca di "senso" che si vuole dare alla propria esistenza. Il senso può essere dato dall'individuo, in forza della sua unicità e tipicità, attraverso le esperienze che è chiamato a vivere.


V. Frankl, psichiatra austriaco ,sopravvissuto alla devastazione dei lager affermava:
"Il significato non può essere dato ma trovato, e ancor prima cercato".
In questo spazio possono collocarsi atteggiamenti "più leggeri e superficiali", e altri più legati alla profondità. Parlando di "bisogni", non si può ignorare che non sono da intendersi solo quelli primari, ovvero legati alla sopravvivenza fisica (cibo, sonno, sete), ma come ha ben evidenziato Maslow, essendo gli stessi ordinati gerarchicamente, appagati i primi seguono quelli di protezione (sicurezza, certezze), di appartenenza (al gruppo, sia sociale che familiare, di rispetto, stima, affermazione di sé, approvazione) e, da ultimo, quelli volti all'autorealizzazione di sé.
Questa ultima tappa ha a che fare con la capacità di manifestarsi ed esprimersi per "quello che autenticamente l'individuo è", in totale indipendenza da ciò che gli altri pensano o si aspettano. Nel riconoscere l'unicità dell'individuo e la libertà responsabile delle sue scelte, non si può ignorare, a mio avviso, un altro aspetto, sostenuto anche dalle scienze fisiche: a partire dalla soggettiva l'Unicità, l'individuo non è una entità isolata ma parte di una più ampia struttura, in cui tutti gli elementi risultano tra loro interconnessi.
Questo tipo di pensiero è da sempre stato presente nelle filosofie orientali, specie nel buddismo, denominato (come) "originazione interdipendente", traducibile in:
“Tutte le cose si tengono insieme in quanto in funzione di altre, anche se non sempre è dato a priori sapere, quali siano.”
Quest'ottica di interconnessione globale, di web esistenziale, poggia su aspetti apparentemente isolati ma tra loro intrecciati ed interconnessi, e che vanno a costituire una "trama unitaria" in cui ogni cosa dipende da tutte le altre.

La spinta trasmutativa dell'individuo attaccando certezze, relazioni, progettti, può farsi presupposto di una nuovo e diverso corso esistenziale, rispetto a quello pensato o presunto.

Come proteggersi dalle persone tossiche?


Ci sono molti tipi di persone tossiche (invidiose, gelose, possessive, pessimiste, manipolatrici, etc) con cui dobbiamo convivere ogni giorno al lavoro, quando usciamo con gli amici o in famiglia.
Il segreto per impedire a queste persone tossiche di esercitare un’influenza negativa su di noi risiede proprio in noi, nel modo in cui agiamo e ci comportiamo con loro. Impedire loro di invadere i nostri pensieri, di non farci respirare o di farci del male è qualcosa che, se vogliamo, possiamo fare. Imparate a proteggervi dalle persone tossiche.

Sentimenti causati dalle persone tossiche
Mi sento male accanto a quella persona. Mi fa sentire a disagio, non sono me stessa. Scorgo sempre una nota di gelosia nel suo sguardo. Al minimo successo che raggiungo nella vita, anche se non comporta grandi cambiamenti o non è significativo, noto che è gelosa, a disagio, infastidita.
Sento che non è felice per me e per quello che mi capita. Penso che viva sempre in una sorta di competizione, come i bambini piccoli quando dicono ‘io di più’. E io… mi sto lasciando influenzare.
La verità è che mi sento profondamente sollevata quando quella persona non c’è. Sono me stessa, mi sento allegra, non devo nascondere quello che sono né le cose belle che mi sono successe. Allora, cosa devo fare?
Non è una persona positiva per me, ma certi legami in comune ci uniscono e non è così facile allontanarla. In un modo o nell’altro è sempre presente nella mia vita. Credo che questa situazione stia diventando un’ossessione.
Questo è il racconto di una donna che ha a che fare con una persona per lei tossica. La paura, l’insicurezza, il malessere, l’impotenza o la tristezza sono emozioni indotte dalle persone tossiche.
In generale, le persone che si lasciano influenzare dalla gente tossica o che ci convivono assieme, si ritrovano sopraffatte da una sensazione di stanchezza, di impulsività e di malessere esagerato quando sono in loro compagnia. Ma possono anche arrivare a sviluppare una certa dipendenza.
Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.
Dalai Lama
Come evitare la cattiva influenza delle persone tossiche?

  • Smettete di dar loro importanza. Le persone tossiche ci sono, d’accordo, ma volete davvero lasciare che vi rovinino il divertimento? Quando vi rendete conto che dentro di voi siete forti, che riuscite a controllare la situazione, allora riuscirete ad essere felici con voi stessi.
  • Allontanatevi cantando sottovoce. A cosa servono i litigi? A cosa serve sfinirsi nel parlare delle persone tossiche agli altri? Dimenticatele e basta, fatevi una vita, allontanatevi cantando sottovoce, sempre che sia possibile, e augurate loro il meglio.
  • Abituatevi a conviverci assieme. Non sempre è possibile allontanarsi dalle persone tossiche. Fanno parte della vostra famiglia, del vostro gruppo di amici o di colleghi di lavoro. Sono lì, e quindi? Voi pensate alla vostra vita, non discutete con loro e non cercate il loro consenso. Che dicano quello che vogliono, nel frattempo voi avvicinatevi alle persone buone, perché anche loro ci sono, non dimenticatelo.
  • Fate attenzione con le persone tossiche. Non raccontate loro i vostri segreti, le vostre cose, per questo ci sono le persone che sono felici per voi, che vi sostengono e vi amano.
  • Non parlate di loro quando non sono presenti. Più ne parlate, più vi entreranno in testa, invadendo il vostro spazio e il vostro tempo. Credete davvero che ne valga la pena?
  • Perdonatele. Conoscete i benefici del perdonare gli altri? Perdonate anche le persone tossiche, così facendo diminuiranno anche i vostri mal di testa o di stomaco. Molte delle vostre preoccupazioni si allevieranno, non credete che sia arrivato il momento di pensare a voi stessi e alla vostra salute? Non credete di esservi fatti del male inutilmente?
  • Praticate la meditazione e altre forme di liberazione. Meditate, camminate, ascoltate musica. Sono tutte armi potenti per liberare la vostra mente dai pensieri negativi.
  • Analizzate quello che le persone tossiche vi provocano e cercate di cambiarlo. Rabbia, gelosia, odio o paura? Siate lo psicologo di voi stessi, riconoscete i vostri sentimenti e non permette più alle persone tossiche di influenzarvi così. Alla fine chi sta soffrendo e passando un brutto momento siete voi, non ve ne rendete conto?
Quando avete davvero la sensazione che le persone tossiche non vi influenzano più, allora riuscirete a star bene con voi stessi e questa è la cosa più importante al mondo. La capacità di stare bene con se stessi nonostante le circostanze avverse.

FONTE: http://lamenteemeravigliosa.it/come-proteggersi-dalle-persone-tossiche/


mercoledì 2 marzo 2016

LA TERAPIA DELLA BAMBOLA


Uno dei problemi maggiori nella cura delle condizioni degenerative che tendono a colpire molte persone anziane è la necessità di controllare alcuni comportamenti rischiosi per un paziente o per chi vive accanto ad esso.
Insieme a tale bisogno si osserva sempre più spesso la scelta di ricorrere ad utili terapie di supporto volte a ridurre il ricorso costante a massicce dosi di farmaci che possono risultare dannose e che possono determinare una bassa o inesistente qualità della vita, paragonabile talvolta ad una pura sopravvivenza in uno stato vegetativo.
La terapia farmacologica infatti, pur essendo necessaria, determina molti effetti collaterali che in alcuni casi appesantiscono una condizione fisica generale già difficile o compromessa da altre patologie organiche.
Per tali ragioni occorre perfezionare delle strategie che aiutino a ridurre il ricorso continuo a crescenti sedazioni e che possano contestualmente stimolare le abilità affettive e cognitive residue che rappresentano i pilastri che sostengono il controllo dei comportamenti patologici tipici degli stati di demenza senile.
La "terapia della bambola" è un metodo che si è rivelato particolarmente utile per il raggiungimento di questo scopo e che si colloca, per tale motivo, tra le terapie complementari che si dimostrano più utili per la stabilizzazione dei dosaggi farmacologici in presenza di patologie della terza età con sintomatologia affettivo-comportamentale.

Distrazione, compensazione affettiva e reiterazione
La terapia che adotta l'uso delle bambole, chiamata anche "Doll Therapy" o “Empathy Doll” ha origine con il contributo della terapeuta Britt-Marie Egedius-Jakobsson in Svezia, in un paese specializzato nella produzione di questi oggetti da gioco o da abbellimento domestico. Essa consiste nel ricorso all'oggetto bambola, che riveste gradualmente un significato simbolico in grado di aiutare a migliorare il benessere delle persone con problematiche che compaiono generalmente in età avanzata, quali le demenze senili, come l'Alzheimer ed alcune patologie psichiatriche gravi caratterizzate da disturbi del comportamento.
Le sue azioni possono realizzarsi sia a livello preventivo che di cura, attraverso il supporto alla salute che può derivare da alcuni benefici dell’intervento organizzato sistematicamente e professionalmente, quali:
• la modulazione di stati d’ansia e di agitazione e delle loro manifestazioni sintomatiche come aggressività, insonnia, apatia o wandering;
• la conseguente possibilità di ridurre sensibilmente il ricorso ai sedativi;
• la riduzione di condizioni di apatia e depressione caratterizzata da disinteresse ed inattività totale;
• la capacità di rispondere ai bisogni emotivi-affettivi che, malgrado il deterioramento cognitivo, rimangono presenti ma non sono più soddisfatti come in età precedenti;
• la possibilità di ostacolare il deterioramento di alcuni abilità cognitive e di sostenere l'utilizzo di prassi motorie che fungono da stimolo delle abilità residue.
A partire dall'osservazione delle potenzialità di questa terapia, essa può essere considerata un metodo integrativo, piuttosto che alternativo, ma anche uno strumento di riabilitazione in grado di aiutare a ridurre e compensare le compromissioni funzionali degenerative.
Il ricorso ad una bambola, in persone in cui le capacità di memoria, logiche e verbali si sono ridotte e che a causa di una patologia non riescono più ad intrattenere relazioni stabili ed equilibrate, consente di attivare delle modalità di relazione pre-verbali e non verbali che permettono di canalizzare le energie mentali su un'attività che riveste al contempo un ruolo di distrazione ed uno, ancora più importante, di stimolo rappresentando un contesto per manifestare emozioni e pensieri che altrimenti tenderebbero ad affollare in modo confuso il mondo interno del paziente.
La Doll Therapy, perciò, riesce a dirigere l'attenzione di una persona affetta da demenza o da patologie con compromissioni simili verso un compito semplice, come quello di accudimento di una bambola, evitando la congestione del pensiero dovuta alla concentrazione su idee e stati affettivi che, non avendo un filo di unione, generano stati di confusione e di disagio che vengono manifestati spesso con disordini del comportamento.
Questo approccio di cura, inoltre, consente di creare un contesto per rispondere ad alcuni bisogni universali privi di limiti di età, quali quello di sentirsi utili e capaci di svolgere ancora delle attività quotidiane, di dare affetto e di prendersi cura di qualcuno, ma anche di esprimere emozioni primordiali e naturali.
La possibilità di riconoscere la bambola per quello che è realmente è presente solo in alcuni casi; in altri è possibile che il deterioramento cognitivo non consenta il rapporto consapevole con l’oggetto reale. In entrambe le condizioni, tuttavia, il rapporto importante a livello terapeutico è quello che viene a determinarsi con un oggetto immaginario che diviene simbolico grazie al processo attraverso cui la bambola viene investita con i propri ricordi e con le emozioni fissate nella memoria remota e che attraverso l’oggetto simbolico possono essere attualizzate ed esternalizzate.
Infine, tra i benefici che si osservano una volta avviato un rapporto con la bambola, vi sono anche le sollecitazioni quotidiane della memoria procedurale che viene chiamata in causa nell’esecuzione di alcuni gesti di cura come la vestizione, il cambio di abiti o ancora attraverso le azioni del cullare o dell’alimentare.
Il ruolo simbolico attribuito alla bambola e l’affettività proiettata su di essa sono evidenziate dall’agitazione emotiva che subentra quando si allontana la bambola o la si sostituisce con un oggetto con caratteristiche rievocative diverse, come ad esempio una scatola.
La terapia della bambola va considerata una cura centrata sulla persona che consente di sostenere il rispetto di alcuni principi morali fondamentali nella cura dell’anziano.
Essa incoraggia infatti:
• la ricerca di una massimizzazione del controllo personale che ha luogo attraverso la stimolazione delle possibilità residue di cura autonoma di sé;
• l’esercizio delle scelte, estremamente ridotte nella quotidianità dell’anziano ammalato, che divengono possibili nel corso dell’interazione con la bambola che rappresenta un contesto in cui è possibile lasciar decidere senza il rischio di conseguenze negative;
• il rispetto della dignità umana che si evidenzia nell’attenzione che questa cura rivolge all’autostima e alla possibilità di vivere piccole e semplici esperienze in cui è possibile ancora sentirsi capaci;
• il rispetto del senso di continuità dell’esistenza che viene attuato attraverso la sperimentazione emozionale di condizioni positive del passato che trascende la possibilità di recuperare i ricordi episodici;
• la promozione dell’equità che viene applicata attraverso il riconoscimento non discriminatorio dei bisogni affettivi in ogni età della vita.


Aspetti metodologici
Esistono tre principali modi attraverso cui può essere applicata la terapia della bambola, considerando che spesso essa si colloca all’interno di case di riposo o di accoglienza per anziani, ma che può essere attuata anche attraverso interventi individuali.
Nei contesti di attuazione in gruppo o a domicilio si preferisce procedere costituendo un luogo unico, una sorta di nursery, in cui i destinatari della cura possono andare e scegliere una delle bambole con cui interagire.
In strutture che ospitano gruppi omogenei si può procedere facilmente anche con un approccio in cui le bambole vengono distribuire nelle varie stanze della casa e gli ospiti della struttura possono in tal modo trovare più stimoli intorno a loro, una scelta che può risultare utile soprattutto una volta avviato l’intervento per garantire la stimolazione continua.
In casi in cui siano presenti singoli pazienti con problematiche comportamentali che vivono all’interno di strutture complesse di cura o al proprio domicilio familiare, si può procedere anche attraverso l’attribuzione di una bambola per destinatario della terapia, ponendo generalmente l’oggetto accanto al letto della persona o sul suo comodino.
La somministrazione iniziale della bambola generalmente è diretta da un esperto che guida il percorso riabilitativo in alcuni momenti specifici della giornata, valutando i progressi e stimolando la costruzione del rapporto simbolico anche attraverso il coinvolgimento della famiglia o dell’équipe. Tuttavia, la bambola può essere riproposta in tutti quei momenti in cui i destinatari appaiono irrequieti o apatici; ciò spesso avviene utilmente in momenti cruciali della giornata quali quello dell’igiene e della vestizione, durante i quali alcuni pazienti mostrano un picco di aggressività o di rifiuto dell’intervento assistenziale.
Le bambole terapeutiche originali, denominate Joyk, possiedono caratteristiche particolari che potrebbero non farle apparire come le bambole più belle in vendita, ma che le rendono maggiormente in grado di suscitare emozioni e che per questo vengono definite anche “bambole empatiche”. In particolare, una bambola adottata in un programma terapeutico di “empathy doll”, dovrebbe possedere alcune caratteristiche importanti, quali:
• un peso né troppo leggero né eccessivo distribuito in modo equo lungo tutto il corpo;
• le braccia morbide e non troppo floscie ed una postura delle gambe lievemente rannicchiata ma non fetale, tale da rendere facile l’abbraccio;
• una dimensione simile a quella di un neonato;
• tratti somatici che ricordano quelli di un bambino.
Sono pertanto poco indicate le bambole di pezza e le bambole da collezione. Inoltre, nelle versioni più attuali sono stati aggiunti spesso dei taschini in cui vengono riposti sacchetti da aromaterapia che possono contenere essenze calmanti o anche dei dispositivi che riproducono il battito cardiaco e che per questo aumentano l’impressione di interazione reale, producendo una sincronizzazione sensoriale che tende ad equilibrare il ritmo cardio-circolatorio.
Nel corso della Doll Therapy, l’interazione paziente-bambola può attraversare diversi stadi, in rapporto anche alla disponibilità a riconoscere alla bambola un ruolo simbolico affettivo che rimanda alle relazioni infantili oppure a quelle materne.
Sono state indicate tre tipologie di comportamento interattivo osservabili:
• in momenti iniziali oppure in situazioni protratte di rifiuto, il paziente considera la bambola esclusivamente come un oggetto inanimato e tende ad esplorarla con un contatto iniziale che poi si riduce fino a portare all’abbandono della bambola da qualche parte;
• dopo la prima fase può seguire, ma non sempre ciò accade, una fase di accudimento costante nel corso di vari momenti della giornata; in questo caso si evidenzia un riconoscimento del simbolismo dell’oggetto;
• infine, un’altra modalità interattiva che può essere osservata è quella in cui si verifica un’alternanza tra intenso accudimento della bambola e disinteresse o rifiuto.
Ognuna di queste modalità può dare un’indicazione della modalità di relazione affettiva caratteristica del paziente e risente anche dell’incoraggiamento che il personale della struttura ospitante o della famiglia mostra nei confronti delle azioni di cura rivolte alla bambola.
Nel corso di un programma di intervento con la Doll Therapy, vanno considerati alcuni segni tipici che mostrano la funzione terapeutica della bambola che vanno raccolti in apposite liste di controllo periodico che sostengono l’osservazione. Essi comprendono:
• l’accettazione della bambola;
• la ricerca di quest’ultima;
• le interazioni verbali con l’oggetto (es. il parlare alla bambola);
• il cullare;
• l’abbraccio o la tendenza a stringere al petto;
• la cura dell’abbigliamento;
• il sorriso diretto;
• il sorriso alle persone presenti;
• il canto di una ninna nanna;
• ogni forma di gioco con l’oggetto;
• il contatto continuo;
• l’accarezzamento.
Richiedono un incoraggiamento dell’interazione gesti quali:
• l’abbandono della bambola;
• la ricerca di consenso rispetto a forme di accudimento;
• il tenere la bambola senza muoverla;
• il contatto sfuggente.
Dietro ad alcune forme di rifiuto della bambola si possono celare traumi affettivi e possibili lutti che vanno intesi come una forma di controindicazione alla terapia della bambola, che potrebbe riattivare in tali casi frustrazioni e conflitti. La raccolta di dati sulla storia dei pazienti con dei familiari di questi ultimi rappresenta pertanto un passo fondamentale prima dell’inizio di qualsiasi terapia basata sul maternage. In presenza di lutti importanti in periodi dell’infanzia o della maternità o di disturbi dell’attaccamento, l’intervento va condotto con prudenza o eventualmente, in casi estremi, evitato.
In conclusione, le esperienze positive di intervento ottenute attraverso questa terapia sottolineano la necessità di perfezionare queste ed altre metodologie di supporto, in cui il concetto di terapia si riferisce alle possibilità di sostegno delle risorse presenti. Questo obiettivo, che potrebbe essere considerato minimo, è tuttavia estremamente importante nelle condizioni in cui non è possibile un miglioramento organico, ma in cui è possibile sostenere anche un minimo adattamento funzionale.
Le potenzialità applicative di questa terapia pertanto potrebbero essere esplorate anche nel contesto di alcune disabilità cognitive medio-gravi presenti in altre patologie e in pazienti di età diverse, in considerazione della possibilità di ridurre trattamenti farmacologici massicci.

Il dibattito tra sostenitori e oppositori della terapia della bambola trova proprio in questo risultato un punto di accordo che apre uno spiraglio alla collaborazione per il bene dei pazienti che si trovano a dover vivere una condizione nella quale il comportamento diviene l’unico indicatore più genuino di un benessere interiore che va ricercato con piccole e semplici strategie nel qui ed ora.